Testimonianze

Sono particolarmente grato agli organizzatori di questo lieto evento, la festa per la nascita del nuovo figlio del nostro fecondo e facondo Tommaso Romano, in primo luogo perché mi si offre occasione per rendere pubblicamente manifeste l’amicizia e la stima che nutro verso questo intellettuale, parola che non amo, invero, perché troppo spesso svalutata a indicare molteplici individui che con mediocre esercizio del pensiero, decli- nano i loro astratti ammaestramenti sottraendosi alla vita reale.

Non è appunto il caso di Tommaso Romano, uomo che, come a tutti noto, ha fatto dell’impegno civile il perno della sua esistenza, dedicandosi in prima persona alla promozione della cultura isolana nei suoi più di- versi e non di rado trascurati aspetti.

I suoi scritti, che oggi presentiamo, ne offrono ulteriore e potente testimonianza.

Dalla loro lettura deriva immediata l’impressione che, parafrasando il pensiero di Adriano, premesso a Scolpire il Vento, Romano abbia ricercato, ma in realtà è lui ad essere stato ricercato, il potere come sostegno alla felicità, non sua beninteso, ma dei suoi concittadini e conterranei nella piena consapevolezza che senza storia e senza memoria, senza costante ricerca, rielaborazione e attualizzazione dei valori civili, morali e ar- tistici la nostra società sia ineluttabilmente consegnata all’oblio dell’anima e di ogni principio di umanità.

Per necessità d’occasione, mi limiterò a fare alcune sottolineature a Scolpire il Vento, questa autentica sin- tesi del percorso intellettuale e spirituale di Tommaso Romano, prezioso scrigno di sensazioni, impressioni, riflessioni che non mancano di sommuovere “l’anima e il core” lasciandoci “perturbati e commossi”.

Con acerbo ma già lucido spirito profetico Romano già nel 1971, rilevava: “è chiaro che il mondo è in crisi, che le ideologie oggi imperanti stanno morendo per mano dei loro stessi adepti”, delineando così a contrasto del pervadente sterile materialismo, un preciso e impegnativo percorso di riscossa delle coscienze e di risco- perta dello spirito umano.

Rifiuto delle convinzioni e delle ideologie dominanti, superamento della banalità fisiologica della condizione umana, che spinge Romano verso un prolifico anticonformismo, verso il sentito e sincero recupero della lezione di maestri dimenticati o taciuti, di certo mai alla moda: D’Annunzio, Evola e il Gruppo di Ur, Alianello, Zolla, Huizinga, Mordini, Del Noce, Solgenicyn per citare solo alcuni. “Fare cultura autentica – scriveva Romano nel ’77 – vuol dire rendere enorme servizio alla restaurazione dei valori perenni, oggi combattuti e mortificati dal culturame in una società che capitalista o comunista che sia, schiavizza e mortifica l’uomo. Per tale motivo l’azione della vera cultura deve essere ispirata ad un chiaro disegno di “dissenso” nei confronti dei monopoli del potere, per questo cultura è sacrificio e lotta”.

Quanta attualità e quanta verità in queste parole, quanta passione. Ecco il primo movente politico-intellet- tuale di Romano, il principio che sempre ha governato le sue concrete azioni e i suoi interventi: dall’attenzione alla metapsichica evoliana alla obiettiva rilettura del Risorgimento, dal sostegno alle libere università come alternativa al monopolio dello Stato, al richiamo a un’editoria libera contro il monopolio culturale dei grandi editori e dei grandi premi letterari, contro – scrive egli stesso – “il controllo dei mezzi di produzione e di con- sumo, ma anche dei cervelli e degli spiriti”, contro il sistema della menzogna propugnato dai ceti egemoni e sostenuto dai mezzi d’informazione, contro l’arrivismo e le leggi del profitto, “lo svilimento dei costumi e della religione e, quindi, della morale”. Beninteso non la morale bacchettona e ipocrita di certa buona borghesia e dell’eletta schiera dell’intellighentia benpensante.

Tutto questo, in altre parole, con la costante ricerca della Verità dell’Uomo oltre ogni distorcente apparenza


fenomenica, traspare eloquente dagli scritti raccolti nella prima parte di Scolpire il vento  che culmina nel saggio-manifesto Umanesimo e Socialità, un saggio che mentre si fa sintesi del primo tratto del percorso di Romano rilancia alcune idee forza con nuove e più piccanti argomentazioni. Tra l’altro invitandoci a riflettere sull’intimo rapporto tra Verità, Libertà e Giustizia, e sul ruolo fondante della famiglia come radice irrinunzia- bile di ogni società umana, dunque dell’ordine vitale, come luogo primo di trasmissione dell’eredità di discus- sione, rielaborazione e ri-attualizzazione di idee e di valori tradizionali.

Ma si può veramente pensare di demandare integralmente a terzi l’educazione dei nostri figli? Si può pensare che nel sistema formativo statale e nel quotidiano confronto con il nostro, si scopra il senso della Verità, della Libertà e della Giustizia? La famiglia è, di fatto, il solo luogo dove può sciogliersi l’apparente contraddizione tra tradizione e progresso, dove scoprire il senso di un meditato “esercizio della solidarietà e della comprensione”, dell’umile e pensoso “porgersi alle esigenze, alle aspirazioni e ai bisogni” dell’altro da noi.

Una battaglia su più fronti, quella di Romano, condotta con rigorosa coerenza aliena da qualunque forma di eclettismo, di compromesso o di cedimento alle mode e alle corti. Estranea per sempre ai dettati del “poli- ticamente corretto”. Una battaglia condotta, più avanti negli anni, da posizioni non facili, di amministratore della cosa pubblica, con coraggio e vera moderazione, cioè, come scrive Romano “con risolutezza a adeguare l’azione alle norme che l’equità naturale e il senso della misura dettano alla coscienza”, con l’“attitudine a pro- muovere la pace sociale applicando i principi dettati dall’onestà intellettuale”.

Non c’è dubbio. La costante, spesso volgare e violenta, dialettica tra materia e spirito, tra immanenza e tra- scendenza che attraversa la cultura europea degli ultimi secoli vede schierato Romano a favore della seconda armato dell’indefettibile spada della Tradizione, aggraziato, sereno e risoluto, sicuro di alimentare il sotterraneo fiume dalle vivifiche acque cui potranno dissetarsi gli uomini di domani.

Ignazio E. Buttitta

Docente di Etnostoria Università di Sassari

 

 


...Tommaso Romano, un conservatore colto e gentile.


 

Davide Camarrone

Panorama, Milano, 14 dicembre 2006


 

Devo ringraziare l’amico Tommaso Romano per avermi invitato stasera a partecipare ad un convivio cul- turale di grande livello e con così illustri relatori in occasione della presentazione delle sue ultime opere.

Ma gli devo esprimere un ulteriore sentimento di gratitudine per avermi annoverato, nella sua dedica, tra un significativo gruppo di intellettuali che rappresentano le istanze di un impegno culturale serio, quotidiano, ed al servizio della crescita della città.

Consentitemi, pertanto, poche, sentite e sincere riflessioni dettate non solo dal calore dell’amicizia ma anche dal desiderio di penetrare l’universo spirituale di un autore che si staglia nel panorama saggistico degli ultimi trenta-trentacinque anni con il suo nobile profilo di uomo vocato a testimoniare la purezza e la bellezza della fede nelle proprie idee e nell’ufficio catartico della scrittura.

Con la generosità che contraddistingue la grandezza interiore, Tommaso Romano ci ha donato nel corso


di questi anni non solo una immensa mole di tesori di sapienza e di conoscenza racchiusi nello splendore delle pagine cesellate dalla sua penna, ma anche le categorie simboliche attraverso cui ricostruire filogeneticamente gli itinerari di formazione, i percorsi di ricerca, la missione di verità che lo hanno spinto a cogliere le voci del tempo e la Parola dell’Eternità, i fremiti del Secolo e gli aureati segni del Sacro.

La cornice di senso da cui partire non può che essere il mosaicosmo, termine che, icasticamente, esprime l’armonia di un ordine di integralità vissuta in cui gli aneliti al vero, al bello, al giusto si compongono tra loro come le tessere di una grandiosa e suggestiva esperienza di vita che riverbera la luce dello sfondo dell’oro sul quale tale esperienza distende le sue forme di esistenza.

La fatica letteraria, artistica e scientifica di Romano va dunque contemplata nella sua valenza di universo musivo, universo in cui il rapporto tra l’oro e la luce è metafora del raggio di illuminiazione metafisica che inonda sapienzialmente l’alto, pensoso, e severo sentire dell’autore.

Sotto questo punto di vista la simbolicità del mosaico colloca nella giusta luce l’opus di Romano, la rende rilucente e trasparente, cioè impernata e incontaminata, vergine del peccato del dubbio, preservata dalle offese della decadenza.

Mer Lieht, come diceva Goethe, più luce per sconfiggere l’oscurità dell’ignoranza, le tenebre della morte spirituale. Ebbene anche l’insegnamento di Tommaso Romano sta su questa lunghezza di luce, perché vuol essere il segnavia di un pellegrinaggio lungo sentieri che non conducono verso l’oscurità del bosco – i sentieri interrotti di Heidegger – ma, al contrario, verso le vette della montagna Sacra, invitandoci a prendere i panni dei pel-

legrini per raggiungere i tersi e benedetti, gli anfratti del romitaggio di Rosalia!

Se è vero che il pellegrinaggio è un movimento di avvicinamento, allora il pellegrinaggio di Tommaso Romano nelle contrade della cultura non può significare che guadagnare la cima ove una voce ardente risuona, e il soffio del vento scolpisce Parole di Legge.

Tommaso Romano è arrivato, da pellegrino, sulla vetta di quel Sinai ove i bagliori dell’Essere illuminano di immenso e chiedono di essere portati giù fra gli uomini.

Vogliamo dire, al di là di questa immaginifica metafora, che tutto il lavorìo del nostro autore rientra nella volontà di coniugare trascedenza ed immanenza, dipanando nelle cose quel filo di calocogatia che avvolge il nocciolo duro dell’Essere.

E grecamente Tommaso Romano resta fedele all’Essere, sostenuto dall’aspirazione all’eterno ritorno, ani- mato dal sentimento del nòstos, richiamato dallo struggente ricordo dei luoghi della memoria – l’assolata Muffoletto, il triangolo urbano della casa paterna, delle sale cinematografiche e dei treni sbuffanti – evocazione di luoghi del ‘buon ritiro’ e della ‘buona vita’, della ‘bella visione’ e della ‘buona azione’.

Uomo ‘ben-pensante’ e ‘ben-agente’.

Appassionato cantore dell’Essere e tenace fedele della Tradizione!

Questa è la cifra di senso che porta impressa nel cuore, nella mente, e nella volontà la figura di azione di Tommaso Romano, vera ed autentica Persona che incorona la dignità di un ‘sàpere’ dal gusto antico, metafisico ma non antistorico, profetico ma non ideologicamente utopico.

Sfogliando le pagine del monumentale catalogo del cosmo musivo di Romano, si resta per davvero impres- sionati dalla molteplicità e varietà dei temi trattati, certo: alcuni di occasione, altri di pedagogia mestiere edu- cativo, ed altri ancora di pronuncia etico-civile.

Ma la vastità culturale va di pari passo alla profondità spirituale e il saper leggere dentro è frutto del rac-


coglimento interiore.

Non meraviglia, dunque, la vastità culturale di Tommaso Romano perché essa è sostanziata dalla profondità della ‘lunga distanza’, della ‘prospettiva dell’infinito’, da una autorità che è invero ordinatrice delle tensioni ideologiche e purificatrice dell’irrazionale volontarismo.

Da uomo libero e forte, Romano è maestro di milizia spirituale, testimone di un pensiero forte, rigoroso e nello stesso tempo ingentilito dall’amorevole donazione dei frutti dei propri concepimenti.

In quest’ottica, Tommaso Romano è l’unico ed autentico esempio di pensatore della Tradizione che ab- biamo avuto nell’arco di questi tre ultimi decenni del Novecento; studioso e pensatore che si proietta nel terzo millennio dell’era cristiana, per consegnare i doni del deposito della fede e delle humanae litterae accumulato dai nostri maggiori.

Egli è Autore della Tradizione perché ha fatto crescere – nel significato più puro del verbo augere – la cul- tura, ma anche perché la consegna accresciuta alle nuove generazioni secondo il ritmo impressole dal verbo tradere.

Alunno della Tradizione, seduto ai piedi del verbo cristiano, milite della sacralità della vita, pala- dino della nobiltà dell’uomo e dell’aristocrazia della cultura, Tommaso Romano non ha paura di guer- reggiare contro la mala bestia del nichilismo contemporaneo che così perversamente smarrisce l’Essere nell’oblio, Dio nelle gesta orrende dei superuomini, e l’uomo medesimo negli inferi di un paradiso ar- tificiale.

Egli, per vocazione di libertà e per scelta non-conformista, ci ricorda perciò la serena umanità di Goethe

– (Lieht und Bilgund, luce della cultura e cultura della luce) – ed incarna l’intrepido coraggio di Jünger, là dove ci addita che oltre il nichilismo c’è non già una speranza, sibbene una certezza di salvezza nelle parole scolpite nel soffio dello Spirito.

Manlio Corselli

Docente di Filosofia della Politica presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo

 

Essere intellettuali (di destra e no) oggi pone nuovi complicati problemi. In ultima analisi, nel quadro na- zionale della editoria culturale di destra Tommaso Romano occupa ormai un posto di rilievo: le sue giovanili intuizioni si sono fatte, nel tempo e con l’esperienza, e pure con il maturare di nuove esigenze, organico ra- gionamento culturale e letteario. La Casa Editrice Thule - pur classificata nella sua tipologia in seno alla piccola editoria siciliana - è però cresciuta, a maturato una capacità progettuale che recupera nuove centralità rispetto al proprio passato storico, in particolare sul versante della libera militanza letteraria e della sicilianità. Tuttavia alcune questioni fondamentali restano ancora valide. Il problema di una cultura plurale - e quindi li- bera da ogni servaggio da ogni miseria ideologica - non è solo delle Edizioni Thule di oggi da cui non si può nè si deve contestare il diritto alla propria storia, alla propria tradizione, alla propria identità, ma appartiene a tutti noi che dell’umanesimo della libertà siamo malgrado i tempi gli ostinati credenti.

Salvatore Di Marco L’argento di Thule e la cultura plurale Palermo, 2000

Una storia decisamente a sé stante è quella delle Edizioni Thule, nate a Palermo nel 1971 per opera


di Tommaso Romano e da allora continua ad esserne costante animatore. Decisamente orientata in senso tradizionale, fino a metà anni Ottanta la produzione della casa editrice è segnata dalla presenza di collane di saggistica e di tascabili, tra i quali diversi libri-interviste. Le collane di filosofia e di cultura politica ospi- tano così saggi di studiosi e pensatori appartenenti a una cultura lontana dalle egemonie culturali allora dominanti. Dal 1985 crescono i libri le collane editoriali di poesia, narrativa e teatro e ospitano nomi di prestigio. Di altrettanto rilievo è il patrimonio della decina di riviste promosse e sostenute dalla casa edi- trice fin dagli anni Settanta: Terra di Thule, La Quercia, Traditio, Spiritualità & Letteratura, Quaderni del Pensiero Mediterraneo si pubblicano ancora con una periodicità regolare. Ma ciò che fa di Thule un caso a parte rispetto ad altre esperienze editoriali è la ricchezza delle iniziative di cui Tommaso Romano si è fatto portatore:  in primo luogo i convegni nazionali, dedicati annulamente a temi di rilievo della storia delle idee, che vedono la partecipazione di relatori di tutto rispetto; quindi la creazione di strutture asso- ciative di promozioni culturale come il Cenacolo Thule di Studi Storico Artistico Letterario (1973) e la fondazione Thule Cultura (2001) che ospita l’Archivio Storico delle Edizioni Thule e una Biblioteca di

15.000 volumi.

Mario G. Giacomarra Il piacere di fare libri. Percorsi di editoria in Sicilia, Fondazione Ignazio Buttitta, Palermo, 2010

 

Tommaso Romano ha diretto l’editrice Thule come centro di cultura alternativa, un centro che ha saputo far luce nel grigiore del conformismo ed è riuscito a tenere in piedi la fiaccola del dissenso come valore di li- bertà. E così ecco la piccola editrice diventare nella Palermo di fine Novecento un fatto culturale.

Molti scrittori non disponibili ad essere intruppati devono proprio a Thule gli spazi per la pubblicazione delle loro opere. E c’è di più: Thule ha anche il merito di avere aperto le porte della poesia, spianando così la strada a numerosi giovani. Personalmente penso che una storia culturale di Palermo non potrà prescindere da un riferimento specifico alla funzione esercitata dalla casa editrice Thule.

Dino Grammatico

 

...il nostro ringraziamento vada dunque alla piccola e coraggiosa «Thule» (un nome che è un segno di «ritorno»

e perciò un simbolo augurale) e a Tommaso Romano.

Mario Bernardi Guardì

in «Secolo d’Italia», Roma, 7 aprile 1973.

 

...Romano in Sicilia, e quindi nel mondo, crea cultura, non come imprenditore di cultura, non come orga- nizzatore di culture, ma proprio come ammalato di cultura. In trenta anni ha seguito opere monumentali, opere, che non sono soltanto cataloghi di libri pur così fitti e ingenti e importanti, ma sono opere innumerevoli anche per le responsabilità pubbliche (perché sapete le responsabilità pubbliche alla Provincia di Palermo, di Vice Presidente e di mente di una Giunta per le attività e i beni culturali etc., etc.) ora vorrei dire degne di lui la missione e lui degno della missione.


 

Verso l’essenza         a Tommaso Romano


Francesco Mercadante


Tanto lontana ma così vicina / resta o Tommaso la tua Thule terra / dell’utopia dell’ieri delle cose / che potevano essere e non sono / state fatte. / Barbagliano / fra il corrusco esperire del poi / le vergini Utopie sem- pre tradite / dagli apprendisti del fare; rimangono / -sinuosa sirena inattaccabile / ai satiri del sesso allo stupro

/ delle coscienze alla tradizione tradita- / luci alboree del tempo: / iperborea pallida Thule / nel meriggio vol- gare disperato / di consumi e di sangue. / Donde traesti ancora adolescente / - sedici anni - lo sdegno / che ti rivolse all’isola d Thule? / l’ultima terra e prima / fucina d’ideazione idea-azione / e pensiero / incorrotto dal maglio / ed ardente / d’intima fiamma sequestrata al sole / e che non occhio esterno ma la mente / può con- templare nella sua purezza? / Il tradimento animò lo sdegno! / L’abbacinante luce del meriggio / che intorpe- disce le coscenze e forgia / manichini eleganti senza vita / mosse l’amore verso l’utopia / positiva che vive nella storia / e l’anima ed ha nome Tradizione. / Nacquero i Libri Thule la rivolta / al conformismo anticon- formista / al progressismo orfano ed esangue / che rintrona metallico irreale...

Vincenzo Monforte

dal Giornale del Mediterraneo, Palermo, marzo 1991

 

Avvenne circa venticinque anni fa. Lo invitai a venirmi a trovare per visitare la mia biblioteca e discutere amabilmente della casa editrice da lui fondata. Per analizzare insieme la logica profonda della realtà, ciò che è nascosto all’evidenza dei più. In quella prima occasione potremmo vedere quanto fossimo l’un l’altro affini.

Quel primo incontro è stato per noi una sorta di “iniziazione”. Ma non nel senso banale che a questo ter- mine viene conferito ogni giorno con il riferimento ad appartenenza ha conventicole e associazioni. Parlo del- l’iniziazzione nel senso alto e nobile della parola come c’è stato tramandato dalla sapienza e dalla filosofia degli antichi, di Eraclito, Platone, Plotino, Eckhart. Concetto di iniziazzione inteso in senso etimologico come accesso a una dimensione profonda dell’essere (da in ire entrare dentro uno stato di coscenza).

Da quel primo incontro siamo entrati in una stretta affinità intellettiva e spirituale, a tal punto che anche quando stiamo mesi senza vederci basta uno sguardo degli occhi per intenderci e rientrare in sintonia. Vorrei dire che ci ritroviamo alla perfezione come due tasti dello stesso pianoforte che pur collocati in posizione di- versa siamo accomunati dallo stesso destino.

Era un giovane brillante aveva cominciato prestissimo la sua formazione culturale. Di lui ricordo bene che incarnava alla perfezione il prototipo di uno di quei giovani di cui Tomasi di Lampedusa diceva: “Ha letto tutti i libri”. Questa frase pur essendo un modo di dire è indice dell’ampiezza degli interessi che Tommaso Ro- mano ha da subito avuto nei confronti di ciò che non è immediatamente moneizzabile. Proprio questo è stato uno dei principali motivi che me lo ha fatto sentire subito vicino intellettualmente. L’amico Tommaso ha sem- pre avuto delle idealità alte. Già da ragazzo aveva fondato la casa editrice Thule, il cui nome è già tutto un programma e significativo dei suoi interessi, riportandoci alla dimensione del fantastico e magico. So infatti che è stato l’ultimo allievo di Julius Evola, un grande tradizionalista ed esoterista. Dal momento che anch’io sono un appassionato di esoterismo, cioè dell’aspetto nascosto della scorza dura del reale siamo subito entrati in perfetta sintonia, pur nel rispetto delle differenze, essendo io un laico e lui un cattolico.

L’altro terreno su cui ci siamo spesso incontrati è la poesia. Ci unisce una comune concezione della poesia, intesa come poiesis cioè la creazione autonoma ed originale. Concezione questa che Tommaso non si

è limitato a condividere passivamente ma che ha trasferito nella sua pregevole produzione in versi. Se tra i tanti poetucoli di quest’ultima generazione è ancora possibile ritrovare delle voci libere ed autentiche, quella di


Tommaso Romano, a mio parere, è una di quelle. Poeta del ritmo e dell’interiorità lo definisco.

Tommaso Romano è un intellettuale libero e pur appartenendo ad un preciso fronte politico ha sempre saputo mantenere, e questo gli fa onore, la più assoluta autonomia di pensiero. Non è uno di quei politici cui sia impossibile imporre delle soluzioni, dei compromessi. Egli fa ciò che gli piace fare, ciò che gli diverte fare, perché per lui la vita è un atteggiamento creativo ed estemporaneo immediato. Non credo che egli potrebbe mai piegarsi a logica di appartenenza partitocratiche.

Fondamentalmente è un uomo di destra nel senso alto della parola, della destra sociale e culturale che ha precisi riferimenti di pensiero in esoteristi come Mircea Eliade e il già citato Evola. Pertanto anche quando veste i panni del politico e dell’amministratore cerca sempre di agire con la creatività e la profondità di giudizio che lo contraddistingono. Il dato che emerge chiaramente è che al di là delle varie attività in cui egli è impe- gnato (scrittore, editore, poeta, politico...) rimane sempre se stesso. Con il suo retroterra culturale e la sua concezione della vita come impegno. È ovvio che come tutti gli attori di questo mondo hà incontrato e incontra le sue difficoltà contingenti che lo pongono innazi a delle scelte obbligate e magari non pienamente condivise. Ma cerca comunque sempre di mantenere una sua purezza, una dimensione e atteggiamento dello spirito che egli ha permesso mantenere in ogni situazione la sua autonomia.

Bent Parodi di Belsito

in Giovanni Taibi, L’incandescente chiarore. La molteplice unità nell’opera di Tommaso Romano, Comune di Baucina, 2000.

 

Tommaso Romano, nella sua esperienza di vita e di pensiero, è stato uno dei più apprezzati assessori culturali della Provincia Regionale di Palermo ma è e resterà un saggista, un poeta, con una peculiare natura mentale, quella di un umanista come può esserlo e in certo senso lo è necessariamente un siciliano che vive l’area mediterranea ed è di casa in Grecia come nel Nord Africa e riceve gli influssi mediorientali, antichi e recenti ma soprattutto an- tichi. Romano è un umanista e dunque la persona è il valore più alto e il nichilismo il valore più basso.

Antonio Saccà L’Umanesimo possibile nell’età del nichilismo, Secolo d’Italia, Roma, 20 dicembre 2002

 

Una questione di affinità elettive.

Chiunque di noi, prima o poi nella vita, si troverà a sfogliare un catalogo come quello delle Edizioni

Thule probabilmente potrà capirmi.

Chissà per quale processo mentale dettato dall’istinto più che dalla ragione dinnanzi a una rivista, un ca- talogo, un libro, sfogliato prima ancora di essere letto, come ci spiega la psicologia cognitiva, cogliamo un’im- magine, una frase o un passaggio testuale che ci colpisce.

A primo impatto, sfogliando l’ottimo catalogo delle Edizioni Thule, anche per me è stato così.

A pagina 2, come immagine illustrativa che fa da sfondo alla conversazione tra Tommaso Romano e Vito Mauro, una fotografia della prima sede delle Edizioni Thule, a Palermo, in via Leonardo Ximenes 19. Una foto degli anni 1974/78: una scrivania, due sedie, i libri, immancabili.

Frontalmente, alle spalle della poltrona, si scorge un poster “storico”. Un manifesto che ritrae Ezra


Pound, il poeta americano che aderì al fascismo. Ma non si tratta di un poster qualsiasi. Il profilo di Pound

è posizionato sul lato destro del manifesto, sulla sinistra una delle sue più celebri massime: «Se un uomo non

è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o non valgono nulla le sue idee, o non vale nulla lui». Sopra questo testo il nome EZRA, sotto POUND, scritti con i caratteri inventati in Francia da Jack Marchal, divenuti graficamente icona del Fronte della gioventù.

Quel manifesto ha un significato particolare per una serie di ragioni: fu inquadrato per qualche secondo nel 1980 quando Giampiero Mughini e la troupe di Rai Due fecero irruzione pacifica nella sede romana di Radio Alternativa, l’emittente diretta allora da Teodoro Buontempo, per delle immagini trasmesse nell’ambito della trasmissione Nero è bello, un approfondimento sul mondo della destra. In pochi sanno che quel mani- festo venne realizzato, insieme ad altri riguardanti altre icone del pensiero non conformista, come Pierre Drieu La Rochelle o Céline, da Sergio Caputo, negli anni Ottanta divenuto cantautore di successo, ai tempi fiduciario di una sezione del Fronte della gioventù, nonché direttore di Alternativa, una delle tante riviste ti- tolate così provenienti dall’area di destra.

Poche settimane fa mi è capitato di vedere ancora una volta quel manifesto, reperto di fine anni Settanta. Ero stato invitato a un dibattito su quegli anni a Casa Pound, una delle nuove realtà della militanza politica degli anni Duemila, così diversa nei toni e nell’etica dallo stile aristocratico di Tommaso Romano e della sua casa editrice. Eppure il poster di Pound era lì, sopra la mia testa, dietro il tavolo dei relatori. Non c’è nem- meno da chiedersi come mai, ma forse, istintivamente, mi posi una domanda. Che nesso c’è tra realtà così differenti, al punto tale da adottare uno stesso manifesto, seppur a distanza di anni? È possibile che una ri- sposta stia nel monito sempre attuale di Giuseppe Prezzolini, che già alcuni decenni orsono si chiedeva:

«Quante sono le destre? Tre, trentatre o trecentotrentatre?».

A me piace rispondere che forse sono anche più di trecentotrentatre, al punto tale che alcune di esse sono “non-destre”. Ma qui il discorso si complicherebbe. Certo è che a differenza della categoria di sinistra, la de- stra è senza dubbio maggiormente votata alla pluralità, talvolta al punto tale da rendere vuoto il significato della parola stessa. La destra, cosa è? Quante sono le destre? Quante volte, in certi ambienti, si è finiti col parlare di tematiche del genere.

La consultazione del catalogo generale delle Edizioni Thule, riflessioni derivanti dai poster a parte, sod- disfa parzialmente curiosità di questo genere. Ci si trova la storia di un percorso e, se vogliamo, di un certo tipo di destra più che di altre: da Julius Evola a Francisco Elias de Tejada, dai carlisti ai legittimisti, i monar- chici, i cattolici, e addirittura il dibattito, ispirato da una pubblicazione di Piero Vassallo su Nazionalismo ri- voluzionario e nazionalismo cristiano.

Non solo questo, ovviamente. Per uno studioso o un lettore nato negli anni Ottanta, come il sottoscritto, sono diversi gli spunti di riflessione particolarmente rilevanti nella bibliografia che ha visto impegnati Tom- maso Romano e i suoi collaboratori nell’arco di quarant’anni.

Per la stesura del mio Da Giovane Europa ai Campi Hobbit. 1966-1986: vent’anni di esperienze movi- mentiste al di là della destra e della sinistra (Controcorrente) è stato obbligatorio, ad esempio, passare dal pre- zioso libello Corporativismo e terza via europea di Giovanni Davoli, pubblicato da Thule nel’79. Giovanni Davoli, esponente del Movimento sociale europeo a fine anni Sessanta, una costola di quella Jeune Europe guidata dal belga Jean Thiriart che è stata oggetto dei miei studi e che, di certo, per tornare al discorso prece- dente, non è ascrivibile alla categoria di destra tout court. Eppure Davoli traccia una via, un percorso, parla


di Risorgimento europeo e di Europa-Nazione, all’interno di una pubblicazione delle Edizioni Thule, a riprova della vocazione pluralista di queste ultime.

Così come a vocazione europeista è stata anche la celebre Intervista sull’Eurodestra di Giorgio Almirante, curata da Michele Rallo, dopo la mutualité parigina che aveva viste riunite in un vertice le forze della nuova destra europea degli anni Settanta, il Movimento sociale italiano, Fuerza nueva e il Parti des forces novelles. E anche in quel caso una pubblicazione delle Edizioni Thule a fare da precursore per un’intera area, a impartire insegnamenti per tante realtà editoriali di là a venire. Spirito tradizionalista e interesse per fenomeni nuovi. Le stesse capacità che in una realtà come quella della casa editrice palermitana ha riscontrato il mio amico Maurizio Cabona, che solo pochi giorni fa mi ha parlato ancora di un suo lavoro per le Edizioni Thule datato

1977, Intervista sulla Guardia di ferro a Horio Sima.

Per non dire di altri lavori, dedicati alle prospettive della vita sociale, dell’agire, dell’economia. Su tutti un titolo è particolarmente significativo: La proprietà di popolo di Giacinto Auriti (1977). L’idea che la moneta apparteneva al popolo sovrano, le accuse alle banche, il concetto di usura ripreso da Ezra Pound. Tematiche di grandissima attualità, riprese negli anni Novanta e Duemila anche da personaggi come Beppe Grillo, con il quale proprio Auriti nel’98 avrebbe collaborato per la realizzazione dello spettacolo “Apocalisse morbida”.

E poi la grande produzione di Tommaso Romano, il demiurgo delle Edizioni Thule, studioso e professore simultaneamente, profondo nelle sue riflessioni, attento conoscitore e indagatore del pensiero tradizionale, della filosofia e, al tempo stesso, lucido osservatore di fenomeni dell’attualità politica e metapolitica, che transitano anche attraverso la crisi delle destre.

È stato per me, infine, curioso riscontrare una strana sinergia con l’improbabile. Pierfranco Bruni, che è stato autore delle Edizioni Thule, ha pubblicato nel 2001 una sua memoria su Fabrizio De Andrè, «visto da destra», Il cantico del sognatore mediterraneo.

Forse non casualmente, un altro amico delle Edizioni Thule, il tradizionalista genovese Piero Vassallo, aveva commentato favorevolmente certe liriche del suo concittadino De Andrè. Lo stesso cantautore, negli ul- timi anni della sua vita, aveva rilasciato alcune interviste dove si prefigurava una vicinanza a tematiche come l’autodeterminazione dei popoli, le realtà nazionali e gli idiomi soppressi. Nel 1994 il cantautore genovese aveva dichiarato di avere votato per il movimento Sardegna nazione, «un movimento federalista sardo che non mi sembra interessato al potere, ma ad obiettivi sociali e culturali». Tuttavia, è nel’97 che De Andrè afferma:

«Esiste il pericolo di perdere un enorme patrimonio linguistico con la soppressione degli idiomi locali. In certe fasi mi ha fatto paura lo Stato italiano, preferisco la valorizzazione delle storie locali, molte delle quali sono ancora tutte da riscrivere e da raccontare».

Fabrizio De Andrè, scomparso nel’99, non ha fatto in tempo a leggere Dal regno delle Due Sicilie al declino del Sud di Tommaso Romano, uscito nel 2010. Peccato, forse lì avrebbe trovato una sponda amica.

Giovanni Tarantino

 

Affascinata dalle potenti suggestioni di Evola, la precoce intelligenza di Tommaso Romano conservò tut- tavia la fedeltà al programma fondamentale dell’agire cristiano “la rivolta contro i disordini del mondo mo- derno per il trionfo dell’uomo, fatto a immagine di Dio” (cfr.: Scolpire il vento, ISSPE, Palermo 2008).

Il testo citato è del 1971. Tommaso Romano aveva sedici anni. Nell’età in cui gli adolescenti colleziona- vano le figurine calcistiche della Panini, portava il peso faticoso dell’avventura esaltante, vissuta a contatto


di Evola, di Adriano Romualdi e di Salvatore Ruta.

Nel suo Evola era però al lavoro il tarlo del catechismo. L’associazione dell’antropologia cattolica con la teoria evoliana dell’individuo assoluto era il frutto inevitabile ma provvisorio della temeraria immaturità.

Tommaso Romano, peraltro, non ha difficoltà a confessare che quegli scritti “appaiono adesso tanto ge- nerosi quanto fragili... rivelano l’acerbità e la risolutezza dei miei primissimi impegni culturali”.

Iddio scrive dritto sull’incerta scrittura degli uomini. Nell’intrepida associazione delle due opposte figure, l’uomo assoluto di Evola e l’uomo nuovo di San Paolo, si nasconde, infatti, la chiave di lettura, che, nell’av- venturosa vicenda della giovane destra lascia intravedere l’incontro, assurdo ma non sterile dei due amori, l’amore orgoglioso di sé e l’umile amor di Dio, l’incandescente febbre superomistica e il desiderio di perfe- zione: l’inesausta ricerca dell’esserci oltre il tempo.

Nel lontano 1971, la casa editrice Thule nasce come prodotto delle tensioni che convergendo combattono nel pensiero del fondatore. Lo storico Giovanni Tassani indicherà in Romano nel nome Thule il curioso sim- bolo di una giovinezza neopagana assetata di assoluto e perciò fatalmente attratta dalla luce cristiana.

Pino Tosca aveva sostenuto, appunto, che l’idealista assoluto Julius Evola fu un involontario e paradossale maestro di cristianesimo.

Gli scritti giovanili pubblicati in Scolpire il vento, confermano finalmente l’acuto e istintivo giudizio del geniale agitatore di Modugno, mostrando che le insostenibili tesi di Evola sull’auto-trascendimento agirono come un acceleratore adrenalinico sulle vaghe ma indelebili nozioni del catechismo memorizzato da Tommaso Romano.

Breve, intenso e senza sconti è stato il percorso compiuto alla luce di quell’incendiaria e avvolgente dop- piezza, che incoraggiava e approvava la confusione tra la vertigine dell’oltreuomo – secondo Evola rappre- sentato dal vero iniziato e dallo yoghi – e la fede dei Santi (lettera maiuscola nel testo di Tommaso Romano).

Nelle pagine acerbe del giovane cittadino di Thule, si intravede il passaggio segreto fra i due emisferi del- l’avventura umana, che è stato ultimamente scoperto da un filosofo della Lateranense, Giulio Alfano: “la teoria del superuomo è un segnale, una sollecitazione all’impegno dell’uomo per valorizzare, facendo atten- zione a integrare questo positivo riconoscimento e autosuperamento di sé nel quadro di un più vasto processo di apertura dell’uomo all’Altro”.

Dall’Alfiere di Carlo Alianello, Silvio Vitale aveva tratto, per consegnarle ai giovani della classe di Tom- maso Romano, le precise indicazioni sulla via d’uscita dalla ristrettezza superumana e dall’anfibio pensiero evoliano.

È il 1973, e il ventenne evoliano scopre il volto cristiano, non iniziatico, del Meridione umiliato dai con- quistatori liberali scesi dal Piemonte.

A Napoli, in casa di Silvio Vitale, Tommaso Romano incontra Francisco Elias de Tejada, che gli apre le porte della grande filosofia, il baluginante orizzonte evoliano si rovescia nella luminosa tradizione cattolica.

Tommaso diventa l’esponenete più autorevole della giovane destra cattolica. Sono gli anni di piombo e la cultura non allineata è respinta e assediata in un ghetto. La grande storia e il nobile presente della cultura di destra è incartato nelle nebbie artificiali prodotte da una congiura intitolata alla superiorità antropologica della sinistra – un fantasma evocato per nascondere le crepe che devastano l’edificio progressista.

Nella Palermo proibita di Tommaso Romano si costituisce la ridotta del dissenso. Nel nome della pagana

Thule un manipolo animoso di cristiani costruisce il samidzat degli irriducibili al compromesso storico.


Dicembre 1976: per iniziativa della casa editrice Thule si svolge a Palermo un convegno di studi che intende celebrare le insorgenze dei Viva Maria! contro i giacobini. Nel marzo del 1977, all’Hotel delle Palme, si svolge il convegno del dissenso e gli strumenti alternativi di comunicazione. L’organizzatore Tommaso Romano di- chiara che il convegno intende approfondire “la lezione di Solzenisyn, di Maximov, di Vagin, di Siniavskij, au- tentici creatori e sicuri punti di riferimento del vero dissenso metafisico che è la riscoperta vincente del Cristianesimo”. La rivolta contro il mondo moderno assume finalmente il nome cristiano che le compete.

Nel tempo trascorso dalla professione di fede del 1977 la migliore destra, la destra estranea al cabaret po- litichese e alla ciancia arraffona, ha trovato la diritta via dell’ispirazione cristiana percorrendo le vie oblique e ubique del tradizionalismo spurio.

Piero Vassallo

Professore Emerito della Facoltà Teologica di Genova

 

Conosco Tommaso Romano da più di trent’anni.

Conosco la sua vasta produzione, il suo impegno letterario, intellettuale e civile.

Lo conobbi quando io ero autore ragazzo e lui era editore ragazzo, e pubblicò con le sue edizioni Thule nei lontani anni Settanta il mio primo libro, la mia tesi di laurea dedicata a Julius Evola e alla sua ricerca del- l’Assoluto.

La pubblicò senza mediazioni, anzi senza conoscermi; ci incontrammo di persona solo alcuni anni dopo. Ma la sintonia di letture, di temi e di sensibilità fu evidente fin dalle origini e non ha mai cessato nel

tempo.

Marcello Veneziani

...E dai frammenti salì un’armonia

Prova d’Autore, Catania, 2009.