Tommaso Romano - Eremo senza terra (1993)
Tommaso Romano “EREMO SENZA TERRA”, ed. La Centona, Palermo 1993
I
“L’ARCHITRAVE DELL’EREMO”
M’AFFANNO A DISEGNARE
a Lucio Zinna
M’affanno a disegnare
nel cuore/pensiero
un eremo che so invisibile
alieno da muri
in luoghi di chiarore
senza terra.
So che ricerco infinito
più arduo è comprendere
quest’esistente
che risveglia dai sogni
inesorabile e scarno,
invano domandando
come al monte degli ulivi
il sonno che dispensa.
QUANDO LA NOTTE è INSONNE
Quando la notte è insonne
per deliberata e voluta
assenza di control
qualche zanzara corsara
nei dintorni
a tenere compagnia
soccorso del mito di Hellas
in febbrile lettura
Coccioli il Texas la casa
di Tucabaya
il conte di Kevenhüller
all’essenziale concerto caproniano
mi ripeto con inverosimile inebetimento
il Brazil non doveva perdere
avrà vinto il Mexico al Mundial?
Qui, dormono: la vita che mi scelsi
e la vita che ti diedi,
dormirà l’oceano?
e in quale punto
sta in silenzio l’oceano?
Sta facendosi giorno
dalle fessure aperte delle avvolgibili,
fra poco rumori di porte senz’olio
i volti riposati per la domenica
di circostanze esibita
e il sole che picchia
sulla veglia fidanzata col sogno.
ASCOLTANDO MALHER
Impegnato a discutere con Platone
sulle cieche opinioni
e vagante nel buio dell’immaginazione
per queste verità
che non ho deciso ancora
se definire a me stesso
totalità, demiurgo o… Dio –
come m’ha insegnato mio padre in silenzio
alla piccola chiesa del Fervore
la domenica
quando per prima cosa
c’era una festa da onorare
e una serena letizia da consumare –
scelgo di risentire Malher
che incontrai con Jünger,
non è molto,
con stupore inatteso
e con destino segnato.
E dalla Quinta
in cammino sommesso,
come s’addice agli adagietti
si sciolse il fremito del cuore
che non saprei dire
ché il sole e il soporifero ozio
di questo ritrovarmi
dopo le lunghe notti
e i conciliati cammini
rende visibile
quando s’è deciso
di chiudere gli occhi al tempo
e d’aprirli a questi squarci
d’Assoluto
che intuisci in un baleno
e che ti scoprono
parte di ciò che non ha principio.
Cogliere questa luce
come ci ha buio
e l’insegue,
fermare questi affannosi battiti
che s’accavallano
all’ansia del molteplice inservibile
e non nascondere
i desideri più pallidi
meno appariscenti
e perciò titanici
di quest’architettura virtuosa che ricerco
e subito sfugge
quando penso d’averla trattenuta
come s’addice
alla soglia
che non s’oltrepassa in carne.
CHIEDERSI STAMANE
Chiedersi stamane
Com’è possibile
fare a meno del datario
che scorre ogni notte
prima dell’alba dubbiosa,
superare il tempo
aggregarsi
non certo alle ombre
né al sole
che non amano
gli orologi guasti.
Come le matite spuntate
che vorrebbero scrivere
senza poterlo
è il lento mormorio
del cangiante diaspro:
s’illumina senza audacia
e cambia colore
senza volerlo.
IL SANGUE CHE S’INCEROTTA
Da quegli slanci che ricordi chiari
parole abusate come fruste
dispiegamento teutonico
fantasmi di desiderio
eccitazione del sogno,
quanti opachi balbettii
quanta vegetazione bruciata
dall’acqua del mare
che penetra nella terra
aspettando radici forti
per lentamente uccidere
senz’appello
alla sua legge salmastra?
Non è l’umidità
indispensabile ai germogli
né il vagare in deserti,
prati, dune o fra i boschi,
è la scomparsa del lamento
l’eclissi del lampo
è la statische gedichte di Gottfried Benn
la noia che sfida lo scacco del fare
contempla il ronzio di una mosca
che sta salutando la breve vita
senza sfuggire alle regole.
Vale ancora la pena
una causa qualunque,
vale la logica
vale la tenace coerenza?
Quante interrogazioni
e quanti abbandoni lievi,
cosa aspettare?
La verifica non sta
sulla punta dei libri
nei progetti megalomanici
né sul potere essere conseguenti,
la verifica è il nitido
smalto della contraddizione
è il sangue che s’incerotta
il ripiegare nel lungo viaggio interiore
senza additivi e droghe ipocrite
alla ricerca di un segno
di un limpido segno
che meriti il sole
di un qualunque domani.
LE RAGIONI DELL’ATTESA
a Elio Giunta
Urgono al sole
le ragioni articolate
e maturano all’ombra i destini
che spaziano tra gli scogli,
dov’è l’aurora boreale
e l’incandescenza del canto?
Il lume che soffre l’olio
è la mezzaluna
che oscura screpolando
più che colorare di bianco
lo stagno increspato
e gli ulivi tremanti di enigmi
e passioni consunte.
Quale araldica arme
disegnerà la memoria
per colmare le pezze
di questo quarto di notte,
per rivelare al calore del fiato
il barlume celato
di sofferte scintille...
UNA MATTINA
QUANDO PENSIAMO A VIVERE
<<Pensiamo a vivere>>
è l’inno sommesso e immacolato
di chi ha dato fiato
e vede vita all’anestesia del tramonto.
Pensiamo a vivere
pescatori di sassi
infelici del cupio dissolvi
e acrobati analfabeti al collasso
dopo triplici salti mortali.
Pensiamo a vivere
estati alle marine
col cuore nell’apnea di crisalide
e carnevali ingrigiti di pathos
da volgari baldracche travestite da cigni.
Pensiamo a vivere
con la decenza dei clown tristi
e i chiodi conficcati alle rocce
di una cordata che aspira
alle cime azzurre d’organo
consapevole dello sfaldato precipizio
nel buio di urla stonate.
COME FA LA FELICITA’...
Come fa la felicità
ad avere occhi di sangue
ustionati dal fuoco?
e i neri capelli intrecciati dal sudore tzigano
e le vesti
macchiate di polvere
come sigillo d’hidalguia?
È, forse, la felicità
L’argenteo diaspro cristallino
del nostro ironico
perdersi nelle giostre
ormai vetuste
di un luna-park fragile
per bimbi che s’accontentano...
UNA LETTERA A NATALE
a Francesco Grisi
Quale armonia, a Natale
può cercare la mia anima?
Quale segnale profondo percepire
da questi scatti umorali,
da queste nitide contraddizioni
da questo tempo amaro in sorte
che ci attraversa in delirio
e ci stritola inesorabile.
Vorresti cogliere nei miei versi di sabbia
il simbolo del vicino ritorno
l’approdo che s’intravede
e la preghiera simile ad una barca
di umile legno sbattuta
nell’oceano glaciale.
Non si completa l’esistenza
senza odissee perigliose
e senza fulgori mitici
come espiazione modulata
di una sentenza che mi fa gioire
di una lunga solitaria pena.
che mi fa risorgere
dalll’anfora magica
da cui ogni tanto si sprigiona
come abbaglio benefico
il sole che intenerisce e scalda.
Questa quotidianità è condanna
ben lo sapevano Lucio Anneo
il figlio di Betlemme
e i demoni di Dostojewskij.
Come uscire dal tunnel
e svelare il cuore
per conquistare armonia
se non aspettando la fine
di questa domestica apocalisse
effimera in balίa
di un angelo silenzioso e triste
che metta a fuoco, e per sempre,
la nuda verità?
OGNI COSA QUI
Ogni cosa qui
è interamente universo
Queste pareti ridipinte
queste stanze grandi e piene
quest’abituale noia domenicale
che contrasta col resto, scontato
affannoso veloce e in battaglia.
Qui respiro l’essenza del sale
quando s’incementa nel buio
e torna a sbriciolarsi col sole.
In ciò che altri chiamano passato
torno a scrivere
di nulla e di molte illusioni
accumulate per non soffocare dentro
per dare compagnie cantando
a quel Cristo crocefisso
in cui credo
e che vive senza orologi svizzeri.
Questa casa qui
vivrà così com’è
con questi miei vecchi
che m’aspettano sempre qualche ora almeno
fra tante inutili
grandi e misere responsabilità, volute e inventate
Quanti viaggi veri e sognati
in souvenir di niente
in mattine calde di sabbia
e in campagna...
Noi vivremo
insieme sempre
perché abbiamo dato senso
a questo libro delle ore, a queste porte robuste
Ora ch’è il Vespro
e viene Compieta...
DA ANNI
Da anni, queste fondamenta inutilizzate
che stanno di fronte
non sembrano presagire più nulla.
I pochi quadrati di cemento
qua e là travi di ferro ammonticchiate
legni logori e una larga spianata
che consente all’erbe di crescere
e di prosperare ad un già folto alberello —
di cui non conosco il nome —
stanno a indicare al di là di queste mura
concepite come provvisorie e ormai aggrinzite
le promesse mancate di grandi dimore
la scavata certezza
di un archeologico desiderio incompiuto.
II
“ASCOLTANDO IL SILENZIO”
DAGLI SPAZI
Dagli spazi che si restringono
restano pochi cunicoli d’evasione.
Fare i conti,
ogni giorno, come in un favo d’api,
con le urgenze e i diari di bordo
e coltivare, pensando,
rettangoli d’ammutinamento
nel rimando costante
di verdi prati da carezzare
e di galassie da rivelare
la notte a cielo aperto.
Anche gl’inviolati oceani
che cantiamo persuasi
di un’altra eternità
appaiono correttivi appaganti.
Sappiamo quanto giocano le moviole:
solo a far repertizzare il passato
come occhio cinico
per ciò che non è stato.
Invocare il vento che non odo
e le franchigie
a queste ore già decise?
Rimane l’adottata lusinga
arando ciò che non è più terra
senza ostentazione.
IL TEMPO ERA ILLUMINATO
a Giorgio Caproni
II tempo era illuminato
da insonori
atmosfere ingrigite
come cospirazione
d’ombre Carbonare
e i colori del mare
come fantasmi d’isole
che si dileguano
all'avvicinarsi perforante
della meta di zolla
che attende sole.
IL PROSCRITTO
Proscritto ai confini
di un deserto
dov’è impossibile perfino
segnare i confini,
bandito alla vista degli uomini
abbandonato da Parche convenzionali
scelse la vita inesplorata del logos
e capì che stava andando lontano
in quel mare che annulla desideri
e che lascia un pezzo di legno
meglio di un mercantile
per oscure fasi lunari
e una pioggia di sale
per pulire l’anima
e cambiare il colore degli occhi
e delle memorie
apparentemente cristallizzate.
IL CARRO DEI MONATTI
II carro dei monatti
ricorda ai convitati blasfemi
del festino del mondo
il contagio inatteso e funesto
che nella lingua di tempesta
inonda e assale;
il tempo di peste
di questi giorni accerchiati
che rovinosi franano intorno
ai trasgressori e agli ignominiosi
cadaveri della rassegnazione
ammonisce che natura primigenia
con un boato sacrificale
domina tutte le violazioni
nell’ora dell’Arca d’approdo
che s’avvicina con tenebrosa certezza
nella luce flebile della coscienza
rarefatta nella distruzione
dei nitidi indizi della terra
che indica oracolari sentenze.
IL VIANDANTE SOSPESO NELLA FISICA
ALTA QUOTA DEL CUORE
L’erba d’intorno è fredda
come liquido acquario,
intensa è comunque primavera
il cuore gioca alla morte
nell’abitudine dell’alta quota.
Rimeditare esistenza
di scorza indurita
quel passato che torna a cantilena
più tenero
del futuro già prossimo alla memoria
di quest’interstizio che pare restare,
e che risvela la terra e il calore
al viandante sospeso.
OLTRE LE CASCATE DI LAVA
Fuggire è questo vivere da un giorno
all'altro, questo vivere nei giorni...
S.d.A.
Fuggire è questo vivere nei giorni...
quando anche il sale è negato
per rendere insipido ogni sapore.
Ogni colore stemperandosi
si tinge di luci dimesse,
e ogni sforzo di pensare
i confini dello spazio è superfluo
alle vibrazioni invisibili.
Solo gran fine
è il dominio
di questa terrestre profondità,
scoprire al risveglio dell’essere
che non v’è più terra oltre il magma
ma una goccia di brina
che trattiene la luce
di questa percezione del mistero
che si decifra in silenzio,
al riparo delle cascate di lava.
L’APPRODO
Fra un’ora è tardi, forse,
l’approdo a quella terra barbara
di brina fantastica.
Le note di un pianoforte scordato
accompagnano le copertine richiuse
di poemetti vecchi e nuovi
di un novecento illustrato di scene
e mosche ingabbiate
in paralumi francesi smessi
all’odore del miele
liquefatto dall’ombra discreta
di panorami stilizzati e neri.
Il vorticoso rincorrersi surreale
delle immagini
della memoria
ha rotto la logica del tempo
per quella terra intravista
come bagliore paradisiaco
a cui pare tardi approdare,
ormai.
III
“EPITAFFI DI LABILITà”
LABILITà
Labilità è inquietudine al clima
spazio di polvere
e pigrizia posticcia
tentativo maldestro
di fuga all’ombra
che insegue,
desideri del corpo
utilizzati come sentimento
per strategici referenti
di possibili pentimenti d’argilla.
LA NOTTE DEL 24 LUGLIO
I nuovi vincoli
in nessi casuali
i topi che ballano
il gatto non c’è
anche quando la nave affonda
e il capitano sulla tolda
rimira il cielo stellato
di Casablanca
con Ingrid e Humprey
e il giullare
libero full
nel kafkiano silenzio delle sirene.
L’OSPIZIO DELLA MENTE
II fieno accatastato
avvolgeva il reverbero della lamiera
le prime fave
cercavano incerte occasioni di sole
mentre getti in amore
sfidavano impavidi
il chiarore con i grilli leggeri.
L’odore della terra
era rarefatto dal caldo,
dall’ospizio della mente
cantava senza ritegno
l’imperatrice del deserto di Libia
dai tacchi rossi:
da vent’anni là dentro
- in soffocata pubertà claustrale
spiata dai guardasigilli della normalità controllata –
senza presumere
che l’erbario dell’alchimista
e il bestiario di Lorenz
- oltre i sedativi e l'intonaco bianco -
hanno solo i tetti di carta
e foglie di scrittura.
LO SCIAMANO D’AMAZZONIA
Nell’anno tibetano
della tigre di fuoco
l’iniziato sciamano d’Orinoco
sogguarda e sorride
stupido - incredulo - beffardo
alle telecamere civili
dell’effimera sera,
negli occhi le paludi canicolose
degl’intestini del mondo
sete placata
di lucente ritorno
agl’immortali spiriti occulti,
nel tempo della storia
che non esiste.
IL BASILICO DEI GIORNI DI FESTA
Sghembo è il mortaio
e pesante, di marmo;
l’odoroso basilico
è l’erba delle Labiate
dei mattini di festa
dove il salmastro dei giorni
si stempera lieto
nella quiete smareggiata
che scorda la Storia ferita
e le idee sulla terra.
GELATERIA ILARDO
I gelsi dell’antica gelateria
sanno di mare
bianco come le granite
di questo meriggio assolato.
Respiro senza affanno
ma aspiro meglio
una multifilter bleu dura.
Niente a che fare
con le ore a passare...
EPITAFFIO PRIVATO
IN MORTE DI ZIA ANGELINA
S’allargano le maglie della vita
in smagliature inesistenti sulle carni già sode
s’affatica la ricerca
di una toilette
comunque sia
alla stazione che stasera
entrerà in disarmo.
Questa perduta gioventù
S’invidia complicata
da unguenti,
colle d’illusione
e sterili balbettii.
Dieci persone
e un pianto consolatorio
bastano alla cara estinta, insegnante,
arrivata all’ultima stazione
di un treno in affanno
all’afa di fine agosto
senza alcun epitaffio sul giornale:
<<esempio di dedizione...>>
che non lascia neppure
ipocriti figli in lacrime
da smaltire al più presto
In giustificati, lungimiranti
domani...
COME RAGNO...
Come ragno
ammansito dal dissimulato vagabondare
erede dell’antico destino
anguilla nell’oro del Reno inquinato
fra fili sottili
di trame astruse
consensuale ambiguità
di toni satirici -
e impugnati per certi -
apparati decifrabili di violento pudore
di tanta reale fragilità
che mi sorregge con forza.
Staccarsi dall’orditura
ritessere fratture
e aspettare il vento
che viene
senza reverenze.
È ARRIVATO IL CIRCO
È arrivato il circo in paese
smesso in rabberciati tendoni
improbabili giocolieri
e colombe pensionate
vinti sorrisi di bambini truccati
vecchi cani ammaestrati
da Carmencita, ch’è zoppa,
l’ex trapezista
confeziona pop corn
miss Katia inciampa
fra le scale di latta sporca
calze sfilate per fanterie orientali
L’elefante decrepito che stenta
a guadagnarsi l’esistenza...
Il paese è in lustrini
per l’arrivo del Circus Royal
poche lire per ridere
molti funzionari del cuore
per raccordare le pene.
FORZANDO LA MENTE
SI RISVEGLIA IL CUORE
a Pietro Mirable
Il bronzo arrugginisce
le colonne del tempio si sbriciolano
manoscritti indecifrabili
fuochi fatui all’orizzonte piatto.
Vale più l’olio d’ignoto
o di alemanno indecifrato
fra alberi antichi
nuvole di piombo
e una casa
dimora del sogno
i miei occhi
debbono scegliere due cornici:
le infrangibili lenti della monotonia
o gli arabescati legni zecchinati
dall’oro delle favole
IV
“NEL VIAGGIO”
LA DISTRAZIONE DAL DOLORE...
a Renzo Barsacchi
La distrazione dal dolore
ha i guanti felpati
che si sfilano facilmente
dalle diafane mani
della vacuità del temporaneo.
È facile invocare
L’immobile sole d’Eone
scrivendo di Dei,
più difficilmente è ammettere
la paglia umida di Chrònos.
Nelle arterie del sangue
che pulsa all’unisono col cuore
che ha ancora il gelo profondo
della morte del bimbo
con gli occhi aperti
al legno duro
al marmo perenne
e al nulla
- che agogni sia la forza aurorale
del tutto sacro... -
mentre non hai che il muto lamento
d’una madre vestita di mestizia
che non s’accontenta del ricordo
e del suono labile
di parole immobili.
DIRE...
Dire parole autentiche
e confessare dolore eccessivo
e gioie diperate
che si rincorrono al campo ostacoli
della Favorita.
Smettere gli abiti logori
del cotidiano bluffare
e scomporre
ricomponendo al caos
i copioni del teatro girgentano,
vestendo di mistero
le maschere abusate d’ironia
e le vacche grasse
di rumori barocchi,
scivolando in carne
sulle spirali dell’abisso
per risalire mondato dalla fame
e ustionato nel sangue
nel cielo di Maria di Magdala.
CADUTA DI TENSIONE
Caduta di tensione
in ripida ascesa incandescente
l’adrenalina che si stempera
il cuore che si placa...
Nulla rimane d’apparente
sulle carni,
è il giuoco dei sensi
che riposa nell’urbano bon ton,
il vecchio anarca
che persegue aristocratiche parvenze
accumula nella memoria ancora
fortuite tessiture di pulsioni:
il germe appena nato è morto;
un gabbiano
vola felicemente sul mare di luglio
a Villa Igiea.
DOPO IL LUNGO SOPORE
Dopo il lungo sopore
nel Principio Supremo
Kalki s’incammina
nel sentiero erboso
dove sbocciano i fiori d’oro
della nuova Età.
Costante alle aspre pietre angolari
pugna leale
baluardi di tenebre e freddo vento
in soprannaturali esercizi
senza porre cura
ai manifesti infingardi
dei muri sporchi
in valle
dove chi s’è messo
la coscienza a posto
è in fondo al carnaio
nei banchi degli usurai
destino d’ogni cupa rinuncia.
Kalki è un samurai
al centro della triplice via del fuoco
dove il gioiello da conquistare
è il bagliore accecante di un’alba
e l’immortale respiro del cuore.
NELLA CALMA SERA..
(per mia figlia Elena Cecilia)
Incorniciato dalla finestra d’alluminio
della casa di cura
per questa nuova figlia appena venuta,
contemplo un irreale tramonto
fra i superstiti arbusti nella calma sera
- fortunatamente inviolati
dalla geometria cementifera –
della villa a Malfitano
disturbato dalle voci di bimbi invadenti
eppure pronto ancora a stupirmi.
Rimedito il fatto:
e mi trovo
- fra carichi nuovi e le ragioni della gioia
e un pernicioso male ai denti -
una luce dentro
stanca eppur vera
che mi solleva il corso dei giorni
all’innocente sorriso
di questa creatura
che non domanda i perché...
Ci sarà, ci deve essere un senso
scoprirlo oltre le altezze
di questo vecchio pino marittimo
che mi sta di fronte
m’infonde rinnovata
e sofferta speranza.
VORREI PROMANARE UN’AURA
a Don Divo Barsotti
Vorrei promanare un’aura
e roteare ai bordi delle tue pupille
bianche come mura a Granada
solcati da radi torrenti di scolorato sangue
fino ad infrangere
la tessitura trapiantata
di ortiche negli occhi
e ridarti il sole per intero
che calpesti senza fame.
Vorrei percorrere la geografia
del tuo corpo
per accelerarne pressione
per scuotere come un pentito impazzito
ossa e vertebre
che hai piantato, forse da secoli,
come querce indurite,
dal miele.
Quale disperato canto
può svelare il mistero
per illuminare la tua fissità
per fare spazio all’illimitato abbandono
scoprendo nel sonno purificato
un eguale sogno infuocato
che ci aiuti a trovare nel significato
la forza d’Abramo
e continuare a sperare,
per vivere?
QUESTA DISSOLUZIONE...
Questa dissoluzione si scruta
in ogni cosa
come promessa di morte:
la parola che risuona per un attimo
l’acqua che scorre e che non stringi in pugno
- dal cielo o dal fiume non importa -
il verde che scolora fra i prati
l’azzurro che non dura come la nebbia
il giorno e la notte
sempre uguali e sempre diversi
nei labirintici anfratti.
Ogni volo s’esaurisce in caduta
ogni naufrago in mare annega...
e queste son le cose del mondo;
ciò che non muore è questo pensare
senza volere
il regno d’origine
il lampo chiaro dell’alba iperborea
le calme stagioni
vive senza morte
dove Prometeo migra dall’universo
oltre il dolore e l’ombra
al Dio degli dei
nel carro di sole.
TUTTI PARLANO DI VITA
a Piero Vassallo
Qui Cristo
tutti parlano di vita
tutti amano non volere la morte.
Quale speranza
in questa diaspora
quale sentimento
senza delicatezza.
E storia senza senso
spesso immensamente ricolma
di solitudine proclamata
come radice vera
penosamente orpellosa e falsa,
sicuramente già detta.
Cristo, certo soli abitiamo
in luoghi diversi
vivendo incessantemente
verso la direzione occulta.
Ti trovo e ti cerco
vicino e nella lontana attesa
in tanto smarrimento
unico
senza paragoni
senza ritorni,
senza pace che è la menzogna
degli ambigui vuoti.
v
“ARCANI INVIOLATI”
RIFUGI ABBANDONATI
Rifugi abbandonati
e vecchie cave
le foglie s’aggrappano
ai muri del vento di marzo
leggeri alla sorte,
parvenza di schiuma vagante
alla solitaria marina.
Veterani imbiancati di polvere gialla
le ossa ricurve alla vita
l’ineffabile canto strozzato
al sole coperto
che amaro filtra appena,
labile come albatro
morbido come martora,
senz’avvedere l’acquata improvvisa.
BAMBINI STANCHI
Bambini stanchi del giorno
sbocciato sui rami d’ulivo
sudati in un lampo di fiume
e di terra nelle falde dell’acqua
le stelle dell’orsa
bucavano le cime del cielo,
candele incerte posate
sull’altare del pane di cera
ricordavano litanie
di un rosario scandito nel cantilenoso
ritmo di una luce quieta d’ore di pace
che brillava carica d’attese e rugiada
negli occhi dell’alba chiara
della nostra vita ancora innocente
di ruggine.
LA BAMBINA DI VIA D’OSSUNA
È bionda e bella e chiara
la bambina di via D’Ossuna
vive in cristallizzate rovine
sembianze di agglomerati umani
gioca al fuoco al sole e al fumo
sporca le mani d’alabastro
e pare aspettare
la cometa che appare
ogni secolo
e che è già passata
senza lasciare tatuaggi
né guarigioni taumaturgiche,
solo qualche ora fa.
A CAMPOREALE...
II tempo affeziona
ai luoghi non amati
al cemento incolore
d’una città in campi aperti
disegnata dal nulla
per contingenze
luttuose e sismiche.
Il tempo affeziona
a uomini non stimati
a donne non desiderate
a comprimari di monotone
quotidiane ironie.
Il tempo affeziona
senza cambiare
uomini, donne e cemento.
Affeziona
per non perire di noia
sorella al dolore
solo per disgusto.
E mentre scrivo
al solatìo
dalle materne vicine
bambini in coro
cantano un Padre Nostro.
LUCANIA
Lucania schiva e modulata
terre antiche di magie e sobbalzi
il silenzio al bosco Rifreddo
dove ogni rumore è superfluo
intiepidito all’ombra
di faggi innervati
alla luce di mazzagosto,
chiostri benedettini al Montescaglioso
troppo bianchi
per rose d’oro,
organo di festa Ferrandina al San Rocco
con veli ancora funebri,
limpido Jonio in friabile sabbia
Golgota dei morte accise
è Metaponto
per Albino Pierro di Tursi
e le cavernose pietre di Matera
come valle di Gòreme
spazi rupestri senza gemiti
labirinto sventrato d’ossami
di una lunga miseria del sud
a fare da storia precaria
al viandante curioso.
Dorme natura aspettando
nuovi cieli di luna:
regala mezz’ora acquarellata di sole
per un anno di perigli
e di acide piogge.
AD ALGHERO...
Questo lungo silenzio
al bianco faro
che vigila sul mare increspato
di Sardegna e corallo
s’insinua nelle scogliere del mutamento
nasconde la pressione del cuore
sbriciolandola nella sabbia umida
della riva trasparente di odoroso smeraldo
e di macchie fitte d’incanto.
E d’intorno:
possono parlare i nuraghi
e le domus de janas?
Hanno una voce ancora le torri
e le fortificate cinta e i palazzi
che discorrono d’Aragona
in catalano
all’ombra gotica di rosari antichi?
Questo è il vento di un’isola
e il sole di un giorno diverso.
LABRO
Labro di cento anime pelasgiche
fra pietre che cantano il silenzio
di musiche teofaniche e perdute a valle
sta come rocca inviolata
con tre Porte a respirare
il sole che s’adagia senza far rumore
nei vicoli acciottolati
dove certo è l’inizio
e chiara la fine,
fra scale incorrotte di passi
e umbratili archi
difesi da gatti lucidi
e da parche tessute da mani pazienti.
Il cuore di Labro
è la gravida memoria
nel tempo del sonno del mondo
autentica luce vespertina
nella verde piazza d’armi
di battaglie perdute col ferro
che si combattono ancora
nel solitario, archetipico dolore
della vita.
I LOGORI MERLETTI
Logori merletti di marmo
in antica decadenza pietrificata
odore di sale nero
tanfo di alghe morte,
come sgretola l’acqua
i mattoni
e come vince l’assenza
il suono spossato
dell’organo smarrito
in piazza San Marco,
tutto è indistinto alla pioggia di marzo
in questo deserto di mare
con oasi d’inganno
e non brilla l’argento degli argini
al volgo accalcato
in profananti invasioni.
ATTESA DI UN PELLEGRINO
PER S. GIOVANNI ROTONDO
a Giulio Palumbo e Carmelo M. Cortese
Non so il colore
di una terra annunciata
come promessa
che m’attende
a dispetto d’ogni tentazione
di evasione e d’oblio.
Aspetto anch’io
un segno, un odore
una visione
non chiederò per me,
così almeno mi prometto,
sarà più forte d’ogni
unguento
il percepire appena
l’orma sacra
che cancella
l’umano dubbio.
È APPENA OTTOBRE
È appena ottobre
L’ora è tornata illegale
e la terra odorosa di mosto
riprende vecchie congiunzioni di silenzi
e cadenzati monologhi.
Abbandonati estivi piaceri
il sole s’alza lento
incurante d’eventi
riposa a lungo,
nella valle jatina
un chiarore pallido
che scopre le carte del tempo
senza la fretta di parole invetrate
ascoltando il mistero...
MINIATURA DI SELVA...
Miniatura di selva
odorosa gelidità in frammento
aghi appassiti, spuntati
da un cipresso o da un pino,
alberi senza nome
orditura d’umido
in mattoni squadrati
screpolati sull'arsa terra
a fare d'armatura
a calpestii innocenti.
Fra poco tornerà la pioggia
e la polvere si farà fango
e i fichi non stramazzeranno più
sul cemento ordinato
e su questi fiori
calerà il silenzio
e svanirà il tenue ardore
e la voglia di cielo
che chiede l’acqua all’arsura.
Non verranno le api
e le zanzare inquisitorie
a disputare lunazioni notturne
e usurai sogni
sudati in groviglio
vellutati in millimetriche
icone di desideri.
Sarà più chiaro
L’ululato sommesso di un cane malato
il miagolio di un siamese selvaggio
e più casti gli uccelli,
troverà un coccio di vetro
il miele d’agosto
e stanze attrezzate
quando avrà paura il sole
e il cuore non vorrà volare.
IL RESPIRO DELLE FOGLIE
Il respiro delle foglie
imbrividiva al vento di marzo
con raffinata eleganza
e senza eccessivi timori
sicuro che il gelo
prelude ed accoglie
il lieve tepore.
Con quest'’attesa
fatta di ansie
e speranze
arriva inaridita l'’afa
che intrepida
il fresco settembre
quando le piccole foglie
tremanti di marzo
son già condannate
per sempre.
Così
è questa nostra
breve stagione.
CARMINA BURANA
a Maria Concetta, Paola e Patrizia
Quando la fioritura è completa
nei prati inondati d’erbe e muschi
increspati di giallo glicine,
radi boschetti e stagni lievi
in vuote colline
e villaggi senza storia,
si raggruma come l’incanto titanico
-dall’utilitaria già gravida
di centomila chilometri
di superstrade assassine
di cani morti -
il sangue che disfa nelle vene
piene e secche dell’anima
al canto alla parola al suono
che è stato della vita
nei Carmina Burana.
E tutto appare redento:
il borgo oscuro
le zolle dure
il cuore che non ha più,
liberato,
il pudore e la fame di lacrime.
Migra verso il fiume sacro d’India
il corpo maturo in oblio
per disseminarsi nella febbre
del sogno azzurro
dei cavalieri erranti del mare.
Ma dura minuti fugaci
e il pedale frena l’ebbrietà di velluto
al capolinea del solito tempo d’avvoltoi
nel delirio dell’eco
di saga perduta,
come lo sbriciolarsi inesorabile
dei mosaici di Ravenna:
è il silenzio più cupo
corazzato in tuta mimetica.
BELLINI TRENTAQUATTRO
Musiche di malinconie elleniche
anime abbandonate al Creatore
nel limpido lago degli occhi
correva la musica
fra vene di lava cromatica
- invenzioni sinfoniche
e ritmiche inflessioni d’armoniosa passione -
travalicando Napoli e Londra e Parigi
come pirata straniero
che trova infine
dopo un breve navigare
di idilli e tempeste
trasfigurati silenzi puritani
di melodica sacralità
e di catartico mistero.
PER MIRCEA ELIADE
Pure gli umani miti
del tempo sacro
dell’entusiasmo-scoperta
dell’adolescenza
del tuo inchiostro sciamanico
e di ferro
il saggio candore
lucente nel mare di Mondello
quando diedi voce
alla Parola
e un volto d’agave antica
alle tue mani nascoste,
scompaiono per sempre
nel cielo magico
delle nozze con Dio.
A ERNST JüNGER
Non hai parole eccessive
non servono ai silenziosi
colloqui dell’anima
a volte canti mesto
il passo è forte
e il cuore ancora
malgrado le bufere
avventuroso.
Gli Dei ti donarono
sole improvviso
per questa conca che ricordavi
aurata
nei giorni anniversari di Goethe
e cercasti il Pellegrino
con gli occhi di sempre
dritto come le querce sveve
davanti al sarcofago
del nostro Federico;
ti accolse Mahler
alla reale montagna in sinfonia
accarezzavi le colonne al chiostro
zampillava all’angolo l’antica fonte
quando il piccolo gatto parlò,
lucide lacrime
per i marmi avari di Carrara.
Solo è l’Anarca
che vede oltre
ciò che si descrive,
solo nella notte
quando torna la pioggia
e il mito è più essenziale
d’ogni storia
nell’eterno viaggio.
VI
“LA GRANDE LUCE”
AVALLON
Il Signore della Montagna
al confine del cosmo
governa il Sole e la Luna
rischiara il ghiaccio d’acqua
e la neve perenne d’alture
doma l’oscuro
nell’aureo fulgore di luce
annulla la notte ed il giorno
nella primordiale norma
canone di leggi d’armonia
non scritte per chi vi sa leggere.
La stella del Polo
che rivela la boreale aurora
esprime l’idioma solare d’Apollo
non giova agl’ignari
che vedono desolazione dov’è il Silenzio
e il soffio divino non scuote il cuore in ferro.
In alto è il supremo convito
in alto è il rifugio e il celato tesoro
Sacro Principio
per riannodare l’antico, liberante legame.
VIAGGIO AL CENTRO DEL MONDO
Dopo sei giorni e sei notti
dalle sabbie molli
e dalle pietre senza geometria
della distrutta Cartagine
cento uomini disperati salparono
in abbozzate triere di cedri del Libano
verso Calpe ed Abila: le colonne d’Ercole
franchi del comando del faraone Neco
e spogli di tutto.
Avevano le facce bruciate dal sole e dal fuoco
che le tempeste e l’acqua salata del mare
facevano sembrare di lebbra e di bronzo
in corpi vivi disperati all’ignoto
col tacito segreto d’una speranza d’antimonio.
Fu ardua impresa fuggire
alla vita e ai nostri in agguato
le sirene cantavano ipocrite
il solito, scontato ritorno ai porti
e alle Are dei Padri nonostante distrutte...
La notte avvolgeva in un manto di porpora nera
pianti di lutto e occhi di paura
l’acqua inghiottiva veloce
fiele di rancorosa sconfitta
e sangue di onore perduto.
Anche sete e secchezza
fievolmente falciarono in breve
i corpi pur forti degli uomini vinti
e le colonne - dopo i riti del mare agli dei assopiti -
accolsero trentatrè uomini in piedi
in attesa del nulla o del Tutto...
Scorrevano lente le ore
al sole che passa la mano alla luna
col libeccio ed i lampi,
saette di luce d’érebo,
pareva scemare speranza
e la noia giocava ai dadi di legno
la morte.
Improvvisa balenò una cerula luce
una terra inerbata di topazi fulgenti e d’ambrosia
limpide acque di laghi d’incanto
dolci fanciulle che i sogni la notte
sciupano in fretta.
Miraggi del fato ormai giunto?
si chiesero increduli gli occhi e gli sguardi avvinti
dei trentatrè uomini in piedi
a poppa ricurva slanciata nell’alto
mentre s’udiva ormai prossimo
il clangore di trombe d’argento
Era il centro del mondo
visibile solo ad occhi che anelano immenso.
Infatti il piede d’argonauta
disceso dalla triera di cedro
annegò nell’ignoto sogno di salmatina purificata
che annulla pure la vita dei forti
verso abissi d’acquastro
dove scompare febbre e dolore
e si lacerano i desideri più aspri.
Dissolti dal fuoco d’abluzione
i corpi ormai esausti
i trentatrè Spiriti vennero ammessi
alla Grazia del Padre
che li accolse nella Grande Luce,
in Eterno.
Ultimo aggiornamento (Martedì 23 Marzo 2010 22:25)




