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Mosaicosmo di Marcello Scurria

di Marcello Scurria:

 

Essere nel Mosaicosmo, dialoghi con Maria Patrizia Allotta e Luca Tumminello con una testimonianza di Arturo Donati.

 

Oggi parliamo di «Essere nel mosaicosmo». Che significa, essere nel neologismo «mosaicosmo», un encausto in fieri, simbolico mosaico vitalista in movimento perpetuo, «attivo dentro», cioè espansione intellettuale e spirituale da condividere e fare interagire con altri «mosaicosmi» e cosmi. «Nel mosaicosmo», Tommaso Romano c’è già. Il suo cosmo è un già un mosaico completo di vita vissuta da poeta, professore, critico letterario, talent-scout, intellettuale, conferenziere, filosofo,  uomo politico, maestro spirituale e padre di famiglia, che tuttavia, continua inarrestabile a produrre tessere da incastonare. E insieme capiremo perché.

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«Mosaicosmo» è subito sinonimo di sintesi. Deriva dalla sincrasi delle parole mosaico e cosmo per il neologismo nato dall’apocope della parola mosai-co. Dunque, un  cosmo tratto da due singolarità che concorrono a formare il «mosaicosmo». Dal punto di vista figurato, un cosmo comminuto come un puzzle, e ricombinato nel «mosaico» fatto di momenti illuminanti, frammenti d’esperienza e prerogative professionali facenti parte di una molto più grande dinamica esistenziale.  Allegoricamente, un mosaico completo, rappresentativo di vita, morte e miracoli.. Metaforicamente, tutte le tessere innestate a formare l’unica enciclopedia, l’unica cosmogonia riferibile al professore Tommaso Romano, entità deontologica e gravitazionale di qualsiasi altro «mosaicosmo» voglia intendersi sui paradigmi.

«Essere nel mosaicosmo» {[(di un possibile sistema solare)]} è dove risolve il puzzle esistenziale che compone il pianeta all’incastro, i cui i confini delle terre emerse sono a poco a poco sempre più evidenti, scolpiti sia dall’immanenza di secondi illuminanti, che dalle paturnie di giorni, sia dalle contemplazioni estetiche, che dalle elaborazione di pensieri altri da approvare, partecipare o confutare.

Dice Tommaso Romano: «Noi costruiamo la nostra tessera – infinitesima se vogliamo – rispetto alla storia del mondo, però la costruiamo.» Cioè, un cosmo dinamico e in equilibrio con i «mosaicosmi» in itinere, non defunto nell’immobilità dello spazio, bensì concorrente all’esistenza di una galassia fatta di molti costrutti vitalisti costantemente in evoluzione interdisciplinare.

Un concetto ancora astratto, che  Maria Patrizia Allotta vuole chiarire: «Dunque, ciò che non è Dio e non è uomo, è cosmo.»

E’ meglio insistere per intenderci meglio: «essere nel mosaicosmo» significa vivere il proprio pensiero ed essere una coscienza viva guidata dallo spirito, dal senso della fede, dalla fiducia nella cultura, dalla forza delle idee e dal senso che ciascuno di noi sa dare alle cose. Però, attenzione, a non esondare in deliri d’onnipotenza. L’uomo - «mosaicosmico» è facitore della propria realtà; un’immanenza pregna di pensiero, di ideali, di vita vissuta nel modo più consono a non farsela scorrere addosso. In questo senso, «mosaicosmo» vuol dire realizzare sé; ed «essere nei mosaicosmi», quindi, significa essere una società, naturalmente pacifica e felice, perché realizzata, di qualità, capace di autodeterminarsi e di evolversi costantemente in arcadia.

Questo è il messaggio principale. E durante l’intervista, l’uomo Tommaso Romano risponde umilmente. Ma dall’alto di una sapienza che avvolge il suo «mosaicosmo» e che non dirada, anzi assevera ed insiste con citazioni sull’abbagliante lucore delle virtù intellettuali, di comportamento ed etiche che contribuiscono alla formazione di «mosaici - sé» ancora incompleti e quindi, ancora senza «cosmo».

Leggendo i dialoghi, è subito chiaro che il «mosaicosmo» è una meta che dura tutta la vita. Un traguardo che si raggiunge soltanto calpestando il cammino che costa impegno, volontà e costanza. Un percorso multicolore e, come si evince dalle tappe ontologiche, anche multifase,  molto oltre le canoniche orale, anale e genitale.

Il «mosaicosmo» è segnato dal pensiero forte, consapevole dell’io e delle motivazioni che inducono all’autostima. Pensiero attante, non meramente passivo o vittima dello sciacallaggio mediatico; un fare libero da superstizioni, superficialità e ignoranza. Principi che privilegiano scelte; che delineano logiche; che si affidano a paradigmi umanistici; criteri formativi delle determinazioni. Questioni e problematiche incanalate nel sé, espressioni del libero convincimento, frutto di riflessione, studio e ricerca. Insomma, momenti maturi. Ovvero la maturità. (pausa) ...Che non si comprende di avere raggiunto, se insieme alla capacità di autodeterminarsi, non regna anche il senso non egoistico di soddisfacimento dell’io, l’altruismo spontaneo tipico del «mosaicosmo» che precede il  pianeta di un probabile sistema solare o cosmico.

Dice Tommaso Romano: «L’unicità dell’uomo è data dalla sua libertà di determinarsi» e aggiunge, «L’unico vero limite è dato dal rispetto assoluto che si deve all’integrità fisica, morale e spirituale di ogni altro essere.» Purché abbia un senso, la vita è tutta qui. «C’è sempre un motivo valido per dare senso alla nostra esistenza. ... Un senso del senso», che può perfezionarsi sino alla leggerezza dell’essere. Chi entra nel «mosaicosmo» è vicino alla verità, e chi si scopre una parte del cosmo, è un uomo libero.

La ricerca della conoscenza continua con la conquista di spazi - tempi sempre più altri, sempre più «cosmici». Prerogative o ripercussioni che, come Luca Tumminello ci ricorda (inizialmente, prima di fare la domanda vera e propria), incarnano gli stereotipi dell’eccellenza storica e secolare, modelli sociali o stereotipi esistenzialisti, tramandati in vario modo ed entrati a fare parte della nostra dottrina e di quella dell’umanità tutta: «Sia la via ascetica del puro distacco, sia la via eroica dell’azione pura, sono ricerca del valore assoluto e verace della vita, sono cammino di sacrificio. Non crede che il nodo gordiano del decadimento etico dell’uomo nel mondo moderno sia riconducibile ad una idea di facile pseudo-felicità separata dallo spirito di sacrificio?»

Una domanda che fa subito pensare a biografie e agiografie eccellenti, a forze d’animo sociniane, a personaggi della letteratura e della scienza i quali, seppure rappresentanti di una minima percentuale dell’umanità [ergo: non del «mosaicosmo»] ci rendono orgogliosi della carriera dell’uomo su questa terra. Questa della percentuale, è una questione che, senza infamia e senza lode, è implicitamente nella gnome dei dialoghi con Maria Patrizia Allotta e Luca Tumminello, i quali, d’accordo Tommaso Romano, insistono nel monito pedagogico della realizzazione di sé.

I dialoghi, dunque, si rivolgono ai giovani studiosi, agli uomini di buona volontà, alle intelligenze brillanti ed ai caratteri carismatici, insomma, a tutti coloro i quali potrebbero fare parte  di un futuro eventuale che oltre ad essere vissuto, sia anche partecipato: «Studierà e avrà successo, non solo economico, chi saprà veramente, nella scuola come nella vita e nella professione, ridando ad ogni professione o lavoro manuale – a tutti i livelli – quel ruolo, quel prestigio, quell’autonomia del “pensare in grande” cui tutti dovrebbero aspirare.» In tal senso, emblematica è la testimonianza di  Arturo Donati, un altro lume della Palermo carismatica che, come si legge alla fine del libro, testimonia il lucore della «citazione garbata e colta amministrata ad arte», scevra «da qualsiasi cedimento alle ricorrenze comuni e alle facili sintesi.»

In senso lato, «essere nel mosaicosmo» implica la gioia di fare e, proprio per questo,  ciascuno farà  bene, anzi benissimo,  la sua parte. Allora, il salto di qualità sarà vicino e la svolta girerà lo sguardo sugli orizzonti delle speranze, sul piacere tanto umile quanto esaltante, di prendere le mosse da ciò che ditta dentro, ravvisando con gli occhi della mente «l’eroismo dell’azione.» Una deputazione possibile solo al genere umano che da Dio ha ricevuto l’esclusiva del libero arbitrio. Nessuna violenza. Piuttosto, il diletto dell’intelligenza e la soddisfazione in interiore homine che si innalza sino alla felicità: «è eroe anche colui che nel quotidiano vive la realizzazione di sé. Non bisogna pensare all’eroe come colui che compie atti straordinari. L’asceta è colui che sa leggere dentro sé stesso.»

Ma ci vuole rigore. Quel tipo di rigore che è sinonimo di serietà e ci fa sentire degni. Come nessuno può sperare di diventare un grande pianista studiando mezz’ora al giorno, allo stesso modo nessuno potrà «entrare nel mosaicosmo» senza incarnare l’eroe di sé stesso che affronta «con dedizione, con serietà, con spirito di sacrificio autentico le questioni concrete della vita.» L’eroe si riconosce; egli non ha la coscienza viziata di nichilismo. Che sia chiaro. Questo è un paradigma importante: chiunque si occupi della realizzazione di sé, è un eroe perché è facitore del proprio ruolo.

 

Tommaso Romano, è saggio, è una personalità tutrice di ogni intelligenza che faccia mostra del proprio amore per la vita. Da Seneca a Julius Evola, da Nietzsche a Francesco Grisi, Tommaso Romano illumina con la sua presenza e solidarietà, le galassie del pathos sofferto per «abbandono dell’effimero e del puro interesse materiale inteso come finalità assoluta.»

Allora, Tommaso Romano è mentore; e come un maestro si trasforma in stella cometa, semina amore mentre contemporaneamente raccoglie tutti i semi della gioia che sbocceranno in prevedibili «mosaicosmi»; e senza colpa, con la «coscienza votata al bene», attende chi si farà il grand’uomo che parla delle idee. Gli uomini migliori parlano delle idee, chi è normale parla dei fatti; ma il proletariato incosciente o la plebe incolta [s]parla degli altri. La stura all’autodistruzione cosmica, parte dall’ignoranza. «Nulla è più terribile dell’ignoranza attiva» disse Goethe, e anche Nunzia Scalzo ricorda in un editoriale che «uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, diecimila stupidi sono una brutale forza storica.»

Ecco, «sottovalutare l’io è come annullarsi o eclissarsi. L’io è presenza in tutti i domini e l’io è libertà non declinabile separatamente.» Stupendo. Io che leggo l’intervista, capisco quanto sia straordinario anche nella risposta che segue alla domanda retorica di Maria Patrizia Allotta: «Ma la dimensione collettiva, allora, che valore ha?» E Tommaso Romano alla fine di una digressione risponde: «Dio non giudica secondo le apparenze, e l’uomo interiore può continuare a crescere anche quando quello esteriore va in rovina.»

Al poeta e critico letterario Tommaso Romano, devo il mio battesimo di scrittore a Palermo, quando, nel lontano 2003 mi scrisse la prefazione e presentò il mio secondo romanzo Continentaria. Dopo questo evento, per me molto importante, essendo animato da sentimenti di sincera stima e riverenza,  ho continuato a chiedergli di condividere il mio percorso creativo che tuttora, tra gli alti e bassi del mio «mosaicosmo», si riferisce a lui, al Maestro. «Il maestro è necessario. E la privazione dell’autorevolezza del maestro è una delle perdite del nostro tempo. ... Io, comunque, ho avuto la fortuna di conoscere personaggi straordinari. ... Tutto questo dà la dimensione dell’importanza del magistero umano a cui conformarsi totalmente: il vero senso dell’insegnamento sta nell’occasione offerta per intraprendere poi un cammino autonomo ... L’importante è riconoscere sempre il legame con il maestro.» Altresì, è un uomo politico sui generis, molto lontano dallo stereotipo di governo al quale siamo abituati. Sono d’accordo. E non riesco fare a meno di essere nei suoi confronti sollecito, attento, sodale e responsabile. Quindi, ho partecipato moralmente e con entusiasmo pubblicistico alla  «Diaspora necessaria», scrivendo anche molti articoli sugli «Incontri con l’autore» organizzati e offerti all’attenzione dei cittadini palermitani e siciliani durante il suo assessorato ai Beni Culturali per la Provincia Regionale di Palermo e poi per la Città di Palermo.

Come ho scritto nel mio saggio dedicato a Le cose dell’uomo, la poesia di Tommaso Romano, Il Grappolo edizioni (2008), è un filantropo capace non solo di scrivere capolavori, ma anche di essere un grande uomo politico: «Siamo tutti chiamati, in quanto parte della comunità, alla politica, a servire umanamente la città degli uomini, a partire dal compiere responsabilmente e con coscienza i compiti che ci siamo assegnati nella polis. ... Ha ragione ancora Zoja quando dice che nessuna vera società può fare a meno di una autentica educazione al bello.»

«Essere nel mosaicosmo» non può prescindere dalla bellezza. Il bello è un valore assoluto che accomuna nella sensibilità della percezione e nell’interpretazione simbolica – semantica che esprime il manufatto. La bellezza, il bello, certamente è stata uno dei motivi istantanei di empatia con il professore Tommaso Romano: «La bellezza non è solo un concetto (pur altissimo e legato alla critica della prassi), è un quid che contempla lo stupore della percezione. ... Difficilmente senso e sostanza della bellezza possono essere messi in discussione da una pur avvertita e legittima solidarietà. ... Ridurre la bellezza a mera ipotesi di soggettività,  è come rinunciare a quella meraviglia che ... arriva all’io.»

Qui si discute di Arte. Compito dell’artista è quello di dimensionare l’osservatore alla comprensione dell’assoluto. Il relativismo dell’arte è opinabile. Come dico sempre: «è bello ciò che è bello e non quello che piace.»

Ma più che mai, corrono tempi di decadimento semantico dell’arte, sopraffatta dal fanatismo nominalistico. L’arte, secondo Tommaso Romano e altri, me compreso, sono tutt’altro che un mero prodotto da mostrare. Che esista il manufatto artistico, non significa che sia bello, né che sia un’opera d’arte. Il fanatismo di vario genere, ha propinato autentiche brutture dissimulate per opere meritorie. Mi spiego meglio: è’ indicativo che esistano identità fra un artista che interpreta la bellezza, e il senso assoluto del bello, quasi esistesse un intelletto cosmico capace di pontificare meccanismi di comunicazione fra tutti i creativi. Per esempio, è certo ed è documentato statisticamente, che sono state realizzate forme apollinee autonomamente decise da un artista, come se fossero state commissionate da uno scienziato, il quale, indipendentemente e da una altra parte del globo, era impegnato in un altro tipo di empirismo e di interpretazione della realtà fenomenica. Telepatia? Non credo. Ciò, invece, potrebbe accadere perché la bellezza è un valore assoluto, se non uno status a priori della conoscenza. La bellezza è un’idea semplice e naturata, alla quale il vero artista dà forma e costrutto. Allora, l’opera finita, rende l’artista  «co-creatore» della natura, la quale  è tanto perfetta quanto semplice, al pari di un’equazione di fisica o della leggerezza logica della matematica. Non è un segreto che l’antimateria di Paul Dirac sia espressa da una equazione che assevera l’intrinseca semplicità delle leggi fondamentali della materia, così come Galileo Galilei, secoli or sono, disse che «il linguaggio di Dio è matematico.»

Dice Tommaso Romano: «E’ proprio quel senso della totalità (opposto all’oppressivo concetto e pratica del totalitarismo imposto con la violenza) che può venire – attraverso l’arte figurativa e scultorea, la poesia, la musica – l’incontro dell’uomo con il mondo, il cosmo, senza per questo vedervi utilità, scopo ... capaci di farci ascendere attraverso la rivelazione della rappresentazione al superamento dell’ordinario ...»  Come dire, che il  «mosaicosmo» fa l’apologia della conoscenza. In ogni caso, uno svelamento; un chiarire le vicende dell’uomo che ha oltraggiato e oltraggia sé stesso, andando contro natura e abiurando alla [sua] umanità.

L’intervista è fatta di dialoghi senza veli e senza alterchi, costrutti del passato e del presente utili a suggerire (probabili) verità da intendere consentanee e da coltivare per il futuro eventuale, pacifico e facitore di amenità. «L’umanesimo sociale autentico, è il superamento del falso egoismo»,  «scrivere poesia o scrivere racconti è molto meglio che drogarsi» e  «quando si scopre il mistero, l’emozione, tutto ciò che appare bello, è sempre frutto di una sorta di consacrazione.»

Il «mosaicosmo» non emula spazzatura. Ciononostante, attraversiamo l’epoca della tecnologia e della massificazione mediatica che annulla le coscienze e produce in termini umani, molta bassezza, tanta ignoranza, «elimina l’orizzonte della totalità, l’approdo verso l’ascolto e la comprensione del senso della vita.»

Frattanto,  Maria Patrizia Allotta mormora: «Un quadro sconsolante... ».

I temi discussi non sono insoliti e sarebbe contraddittorio supporre che «essere nel mosaicosmo» non partecipi delle molte tessere già incastonate nelle opere - parti - cosmiche della produzione letteraria e poetica di Tommaso Romano che già «è nel mosaico», insieme a Maria Patrizia Allotta e Luca Tumminello che ne completano «il cosmo». Non mi pare un concetto difficile da capire. Perciò lo scrivo. A Tommaso Romano ho chiesto personalmente se fosse d’accordo. Quindi, come è accaduto ad altri, anch’io mi sento parte del «cosmo» di Tommaso Romano: La finestra sul Cassero 1997; Pellegrino al Pellegrino 1998; Torre dell’Ammiraglio 2002; La diaspora necessaria; L’oro del mosaico 2004; Il fare della bellezza 2006; Scolpire il vento 2008; Itinerari metapolitici 2008; Esmesuranza... eccetera eccetera, mi fanno consapevole del «mosaico» e del «cosmo». Luca Tumminello sostiene, che «essere nel mosaicosmo è un dialogo libero da ogni costrizione che possa impedire di aprire le ali al nostro essere». La novità dell’intervista, che a ben vedere è un vero e proprio raffronto con il resto del mondo, sta nell’intrusione di nuove tessere chiare e dimensionate, intenzionate ad alleviare le pene sofferte dall’umanità nei secoli dei secoli, aprendo innumerevoli spiragli «mosaicosmici» di speranza.

«Oggi manca soprattutto quella coscienza visione e ricerca che l’uomo deve porsi come necessitata alla scoperta di sé, alla profondità del proprio sé e della ricapitolazione totale del mondo e della imprescindibile trascendenza. ... Etica è non toccare l’altro; non delirare in onnipotenza; non distruggere ma edificare. ... E’ paradossale: nel mondo finito in rete i recenti leviatani, i padroni del pensiero [l’intelligenza stessa, diceva Marcel de Corte, è in pericolo di morte] i grandi fratelli, ... hanno procurato con l’anestesia di massa nuove e forse più gravi schiavitù del passato, questa volta indotte ... verso l’oblio della coscienza critica.» E ancora: «L’ho detto e lo ribadisco: nessuna tessera è uguale all’altra ... come ognuno di noi è differente dall’altro e sicuramente non per gerarchia razzistica, ma perché vige organicità nel Grande Disegno che consiste nel vivere ognuno secondo la propria natura, secondo le proprie attitudini, secondo i propri sforzi, i propri miti e credenze ... Ci avviamo drammaticamente a grandi passi verso una società senza padri. In un lucido intervento dal titolo Eutanasia di quel che resta del maschio Alain de Benoist ... compie una disamina incontestabile e scrive che i sessi sono complementari-antagonisti. ... L’indifferenza sessuale, cercata nella speranza di pacificare i rapporti fra sessi, fa scomparire tali relazioni, generando così, confusione nelle identità sessuali.»

Insomma, signore e signori,  lettori e lettrici, facciamo tesoro del  «mosaicosmo»  che alberga in ciascuno di noi o che, più semplicemente, attende di essere manifestato anche sotto forma di  «compagnia capace di porgere doni in modo disinteressato.»

 

Palermo, 2-5  novembre 2009 - 5 febbraio 2011

Marcello Scurria