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Home Sigillo informa Editoriali I POETI DI OGGI. POCHI TALENTI NELLA SELVA DEI RIMATORI - IL RITORNO DELLA POESIA ECCO I BIG E GLI EMERGENTI di Salvatore Ferlita

I POETI DI OGGI. POCHI TALENTI NELLA SELVA DEI RIMATORI - IL RITORNO DELLA POESIA ECCO I BIG E GLI EMERGENTI di Salvatore Ferlita

Dopo il periodo d’oro della poesia siciliana, una sorta di vero e proprio letterario eldorado, popolato da autori della grandezza di Edoardo Cacciatore, Lucio Piccolo, Angelo Maria Ripellino, Salvatore Quasimodo e Ignazio Buttitta, Bartolo Cattafi, Santo Calì e Antonino Uccello, che ne è oggi della pratica di scrivere versi? Chi sono i poeti che attualmente contano, quelli che non hanno nulla a che spartire coi verseggiatori della domenica, sedicenti rimatori e instancabili grafomani? Perché se è vero che la poesia oggi non la legge quasi nessuno, è anche vero che in troppi danno forma a sillogi e plaquette: ce ne sarebbero tre milioni in Italia, in base ai calcoli del direttore dell’Editrice Bibliografica, che lo scorso anno ha censito nella penisola, su un totale di circa diecimila, quasi ottomila editori specializzati in poesia. In Sicilia, dunque, se hanno ragione le statistiche, centinaia di migliaia di autori di versi si aggirerebbero in cerca di premi, riconoscimenti, cittadinanza poetica in antologie e storie della letteratura. Basta del resto far parte, anche per un anno, della giuria di uno dei tantissimi premi che in maniera esponenziale le amministrazioni comunali sovvenzionano. In prossimità della data di scadenza, potrebbero piovere addosso, come è spesso capitato a chi scrive, centinaia e centinaia di libri, quasi sempre pubblicati a spese proprie dell’autore. Se solo ogni poeta leggesse, per una sorta di disposizione deontologica, la raccolta di un collega, allora i libri di versi venderebbero eccome. In verità, si preferisce scriverli. E il rischio è che un così fitto sottobosco soffochi quei pochi che un vero talento ce l’hanno. Ma sollevato lo sguardo da questa specie di grado zero della versificazione isolana, quali sono gli autori che oggi godono di un certo riconoscimento, pubblicando i loro versi nelle collane storiche delle grosse case editrici nazionali? Una volta si parlava di poesia in Sicilia, e i nomi che venivano alla mente erano quelli dei grandi autori, con alle spalle una produzione consolidata, e insigniti dei premi più ambiti (Quasimodo per tutti). E oggi? Proviamo allora a dar conto dello stato dell’arte, constatando in prima battuta che il primato in poesia al momento è, senza ombra di dubbio, della provincia di Messina, che ha dato i natali a Jolanda Insana, a Basilio Reale e a Emilio Isgrò. Tre poeti autentici, con una pronuncia personalissima e la stima dei critici che contano. Anche se va subito detto che i versi di Jolanda Insana, la cui qualità è davvero indubitabile, per la compattezza della produzione, il rigore dell’ispirazione, lo sperimentalismo praticato a petto dei classici greci e latini, non hanno trovato accoglienza in almeno tre delle ultime antologie di versi confezionate da studiosi di tutto rispetto: come quelle di Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi “Poeti italiani del secondo novecento” (Mondadori), di Daniele Piccini, “Poesia italiana del 900” (Rizzoli), Enrico Testa, “Dopo la lirica” (Einaudi). Il fatto sorprende e sgomenta, dal momento che la Insana è una delle voci poetiche più autorevoli oggi in Italia: lo scorso anno, per i tipi di Garzanti, è uscita l’opera omnia. Bisognerebbe consigliare ai tanti sedicenti poeti isolani di sfogliare questo testo capitale della poesia contemporanea, per avere ragione di una pratica rigorosa e quasi ascetica, di ricerca e di cesello: il farsi carico di una tradizione illustre (la Insana è un’ottima traduttrice dal greco e dal latino), l’innervarla nel corpo di una poesia biologica, che però sa lievitare dalle cicatrici e dalle ferite ancora sanguinanti di un passato privato fino ad allargarsi a quelle di un intero Paese: la memoria personale infatti quasi sempre si fa memoria collettiva; il grido disperato si carica di echi molteplici. Attenzione: quella dell’Insana non è una poesia che scioglie i nodi, che addolcisce i ricordi, che allieta i cuori. È, la sua, una pronuncia sgradevole, che si carica delle scorie, delle macerie di senso; che non lusinga la prosa, anzi, se ne guarda bene dal tallonarla. È poesia a tutti gli effetti, coi suoi giochi fonici, certi spiazzanti arcaismi, l’insorgere della rima. Forse si dovrebbero mandare a memoria questi versi, per fare esperienza dell’importanza del ritmo in poesia, di un’armonia che può anche spezzarsi, o può anche essere annullata in nome di una disarmonia prestabilita. A ripercorrere le tappe poetiche dell’Insana, viene da dire che la “Tagliola del disamore”, uscita nel 2005, rimane una delle sue raccolte più belle e uno dei libri di poesia più interessanti usciti in Italia in questi ultimi anni. A dispetto di Cucchi, Giovanardi, Puccini e Testa, che sembrano ignorare l’autrice messinese. Accanto all’Insana, ci sono almeno altri due autori notevolissimi: Basilio Reale, poeta prima quasimodiano e poi, mano a mano, autore di una vera e propria migrazione linguistica, adottando negli anni Sessanta in una sua raccolta mondadoriana un gergo tecnologico straniante e demistificante, e utilizzando un montaggio quasi cinematografico. Per poi, negli anni Ottanta, cambiare registro, aprirsi a una pronuncia più distesa, e comporre un canzoniere d’amore, “Travasare il miele”, dalla abbagliante bellezza. Per non dire di Emilio Isgrò, che come la Insana e Reale s’è trasferito giovanissimo a Milano, praticando la pittura, la scultura e la poesia. E passando dalla poesia visiva e iconica, assieme a Eugenio Miccini e a Lamberto Pignotti, a una pronuncia in versi che nel libro “Oratorio dei ladri” (Mondadori) si fa carico di una disparità funambolica e caleidoscopica di linguaggi, da lasciare quasi atterrito il lettore. È una sperimentazione, quella di Isgrò, che da “L’età della ginnastica”, passando per “L’oratorio” per approdare al “Brindisi all’amico infame”, mai fine a se stessa, ma in grado di esprimere una tensione conoscitiva e a volte anche etica, mescolando empiti di certo surrealismo meridionale con movenze popolaresche e tensioni teatrali. A questi tre grandi autori, se ne affiancano altri degni di una certa attenzione: Vincenzo Leotta, sensibile critico letterario e attento esegeta dell’opera di Bartolo Cattafi, autore del recentissimo “Il roveto ardente” (viennepierre edizioni), una sorta di canzoniere d’amore dedicato all’Assoluto, vergato in uno stile semplice, che richiama certi tratti sapienziali della sacra scrittura, e poi Stefano Lanuzza, fautore di un magma linguistico pirotecnico, come testimoniano raccolte quali “Logosfera” e “La nottola e la talpa”, Isidoro Aiello, giovane poeta, autore di “L’essenziale” e “Colombe vittoriose”, epigrammatico e essenziale, che ama chiamare le cose col loro nome illuminandole ogni volta di scorcio per rivelarne il lato inatteso e ancora Saverio Vasta, autore del recentissimo “Lo spergiuro del gallo”, cattafiano anch’egli nel lavoro di scarnificazione della parola. Sul versante catanese troviamo il quasi centenario Guido Ballo (in realtà trasferitosi ben presto a Milano), archeologo della lingua, capace di fare reagire il siciliano arcaico con le lingue morte, come testimonia “Sicilia controcanti”, una sorta di nume tutelare assieme a Giuseppe Bonaviri, con la sua poesia biologica e fisica, come lui stesso la definisce, in cui Leopardi convive assieme a Empedocle (vedi “I cavalli lunari”), e poi Mario e Sebastiano Grasso: il primo è anche autore dialettale, il secondo ha scritto dei canzonieri erotici, in cui i sobbalzi della carne lasciano trapelare l’incedere impietoso del tempo e l’invecchiamento delle cellule, in una pronuncia ironica e crepuscolare. E ancora Manlio Sgalambro, cui si deve tra l’altro “Opus postumissimum” (frammento di un poema, 2002), vertiginosa e plurilinguistica esplorazione del confine che separa la vita dalla morte. Poeta filosofo, Sgalambro, che contamina le lingue e i saperi, in un dettato spigoloso e caustico. E Angelo Scandurra e Maria Attanasio: il primo, titolare della piccola e raffinata casa editrice Il Girasole, autore di versi visionari e dolenti, di un’autobiografia che abbraccia anche le tensioni civili; la seconda attenta a una fisicità e a una referenzialità che però inopinatamente si trasformano, annettendo altre realtà, altre possibilità: come in “Amnesia del movimento delle nuvole”. Se spostiamo il nostro sguardo sulla plaga palermitana, troviamo un drappello di poeti armati sino ai denti: da Pino Giacopelli, con la sua ragione limpida e arguta, e la sua pronuncia insieme tradizionale e innovativa, a Piero Longo, i cui versi sono tutti quanti permeati da una felice e apotropaica aura classica; da Aldo Gerbino, medico umanista, mitografo dell’entropia e poeta bio-chimico, a Lucio Zinna, che dal senso comune della lingua si muove per arrivare sempre al senso inverso e spiazzante; da Tommaso Romano, perennemente teso verso una anabasi spirituale, un’ascesa metafisica che si condensano in un dettato asciutto in cui umano e divino si fondono, a Salvatore Di Marco, notevole cantore d’amore in dialetto, da Crescenzio Cane, l’autore della “Bomba proletaria” e inventore del termine sicilitudine, legato a una sorta di complesso di inferiorità del siciliano o alla credenza in una particolarità esasperata dell’essere siciliano, a Elio Giunta, “poeta davvero ragguardevole” come lo definì Mario Luzi, che ha eletto la sua città, una Palermo imbruttita e stranita, a bersaglio dei suoi velenosi strali, a Lillo Gullo, “miniaturista affabile”, poeta raffinato e ironico: manca qui, però, il nome di punta, l’autore veramente rappresentativo. Rimangono le province di Caltanissetta, Agrigento e Trapani: la prima ha i suoi migliori cantori ancora in Stefano Vilardo e Carmelo Pirrera: poeta epico e democratico, Vilardo, nel suo “Tutti dicono Germania Germania”, autore che ha fatto della sua poesia testimonianza vigile dell’esistenza dell’uomo, resistenza civile rispetto all’insensatezza e alla vanagloria. In terra pirandelliana spicca il lavoro di due poetesse di un certo rilievo: Margherita Rimi, con le sue parole ruvidi e essenziali, un po’ alla Sbarbaro, e Giuseppina Mira, che nella misura dell’epigramma riesce a dire le cose migliori. Per poi chiudere con la provincia di Trapani, patria di Nino De Vita, che è il più grande poeta dialettale siciliano oggi e uno dei più interessanti in Italia: i suoi versi danno forma a un sorprendente romanzo di formazione, in forza di una tensione lirico-narrativa che a volte fa pensare al filone favolistico di tradizione mediterranea.

(da "la Repubblica - Palermo" Martedì 20 Gennaio 2009)