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Home Sigillo informa Editoriali Elio Giunta - POLITICA COME CHIAREZZA CRISTIANA Appunti vecchi per l’anno nuovo

Elio Giunta - POLITICA COME CHIAREZZA CRISTIANA Appunti vecchi per l’anno nuovo

La storia definirà alquanto dopo il tipo di congiuntura politica che stiamo attraversando, noi e questa nostra epoca. E’ probabile che le pagine riguardanti gli ultimi decenni salteranno molto, limitandosi ad una breve sintesi circa le attuali ragioni della crisi dell’occidente euroamericano, delle sue idee di mercato trionfante e di globalizzazione inarrestabile, registrandone il misero fallimento, con la carenza di energie propositive che sappiano di futuro migliore per l’uomo. Poco dunque resterà come fatti di pensiero e di speranze. Forse solo il cristiano oggi può avere diritto di parola critica sulla realtà, giacché, possedendo un obiettivo limpido come ragion d’essere, che è il bene per se e soprattutto per gli altri, ne può trarre la forza per stare nel magma incandescente della storia, e proporsi come guida nella dinamica del suo fluire. Ma il cristiano, se si applica alla politica, non può eludere il “si si, no no” e il fatto che l’altro “il di più viene dal maligno” ( Matteo, 5,37), cioè per lui il fare politica è anzitutto questione di chiarezza .Allora, la politica di questo mondo è tutt’altro che materia da furbi e neppure è cosa da predicatori di facili buonismi; se poi si scende a quella italiana è impegno che richiede molto più coraggio che altrove, in quanto in Italia si è maestri di complicazioni, di doppiogiochismo, di fariseismo. Anzi in Italia la politica la si intende non come arte di stare nella storia, ma soprattutto come mestiere di faccendismo specialistico, quindi tutto il contrario della chiarezza. Ed invece chiarezza occorre fare, se si osa introdurre l’aggettivo cristiana nella politica. Ora la chiarezza vuole che ben si sappia che oggi la politica da noi è caratterizzata da tre denominatori portanti: l’affare, il prestigio, il potere. L’affare, in barba ai distinguo della tradizione ideologica destra o sinistra, significa avere i canali utili all’acquisizione di appalti e di partecipazione alla spartizione delle fonti di ricchezza disponibile, in specie quelli gestiti da Ministeri, Regioni, Province e Comuni. E averli possibilmente in esclusiva stile mafia. Il che è ormai ritenuta cosa tanto consueta da potersi ramificare tranquillamente, come s’è saputo, anche in luoghi e tra soggetti politici insospettabili. Il prestigio poi sta connesso al potere, ed è quel che comporta prebende e privilegi, inauditi in una democrazia popolare, insieme alla maggiore visibilità esibizionistica, per le quali cose anche stimati e ricchi professionisti ne sono abbagliati e fanno di tutto per collocarsi nelle liste elettorali e avere garantita l’ambita poltrona. Si evita qui di addurre esempi tra i tanti che si potrebbero fare, ma è certo che oggi un avvocato famoso, un magistrato, un giornalista di grido,un accademico, un noto attore e persino un’attricetta coscialunga, se vengono invitati a concorrere per un posto in Parlamento o ad un Assessorato, non ci pensano due volte e accettano indifferentemente dalla parte destra o dalla sinistra, a prescindere da quale sia stata la loro precedente formazione o posizione politica. Il tornaconto non ha più colore. Si dirà che si fa per concorrere al bene del paese, della Regione o del Comune, ma in realtà si fa perché si celebra la mancanza di qualsiasi profondo e meditato supporto ideale, primo grande guaio che oggi caratterizza la politica. E si badi che mancanza di ideale qui non è da intendersi mancanza di ideologie tipo passato, ma mancanza di spinte progettuali di ampio respiro verso la storia, cioè agire politico oltre le contingenze spicciole. L’altro guaio è poi l’assoluta crisi di appartenenza, cioè l’assenza di qualsiasi chiara identità culturale dei soggetti politici. Il caso dell’attuale capo del Governo in Italia rappresenta certamente tale situazione. A Berlusconi non si può non riconoscere vigore intellettuale, spirito d’iniziativa e capacità decisionale, evidentemente favorito dalla troppa pochezza altrui, egli è comunque l’espressione più evidente della crisi di appartenenza culturale, cioè dello slacciamento da qualsiasi obbligo ideologico progettuale che vada alla storia, quel che fa un vero statista. Questo italiano non è il solo caso, ma è il caso più cospicuo di questi decenni. Per lui l’Italia non si chiamerà mai “lo stato”, ci si faccia caso, ma “il paese”, termine che vorrà dire “azienda”, e il governare sarà sempre e solo mantenere il potere. Per far questo egli sa bene quel che gli occorre: annichilire l’opposizione (la quale tra l’altro ci mette molto di suo con ridicoli personalismi e fratture); curare l’apparenza e i civettuoli bagni di folla; e, sempre a utile memoria del famigerato ventennio, mantenere un caldo idillio con le gerarchie ecclesiastiche. Ovviamente se Berlusconi è questo e l’Italia ne è contenta, la colpa non è sua. Ma è a questo punto che la chiarezza cristiana in politica dovrebbe significare qualcosa. Non significa nulla dire “siamo al centro”, perché sarebbe fatuità visto che destra e sinistra non ci sono più; né significa molto che Binetti o Buttiglione intervengano per questo o quel problema che viene fuori episodico, ma dovrebbe significare orientamenti e prospettive di largo respiro alla luce di un mandato di speranza e di giustizia che specie la gente meno fortunata si attende. E dovrebbe suscitare voci di sorveglianza, di proposte correttive e nuclei anche di vigorosa protesta su quel che accade e ci si propina subdolamente e televisivamente. Chi sa. Magari si potrebbe partire dalle parrocchie, luoghi di solidarietà e di fiducia, non perché si è sognatori ingenui, visto l’andazzo delle cose, ma perché convinti che di solito “poca favilla gran fiamma seconda”. E da qualche parte bisogna pur cominciare.

Elio Giunta