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Home Sigillo informa Editoriali Salvo Ferlito - UT POESIS PICTURA ET IMAGO

Salvo Ferlito - UT POESIS PICTURA ET IMAGO

«…Nui pitturi si pigliamo la licentia che si pigliano i poeti e i matti…». Erano gli anni ’70 del ‘500, quando Paolo Caliari, meglio noto come il Veronese, così tentava di difendersi dalle accuse di eterodossia mossegli dal tribunale dell’Inquisizione veneziano, in riferimento ad una sua Ultima cena (poi reintitolata, più prudentemente, Convito in casa di Levi) considerata come fin troppo piena ed affollata di cani, buffoni, nani, garzoni e soldati. Frase paradigmatica e per nulla casuale, questa del Veronese, perché rivelatrice, al di là delle problematiche relative alla situazione contingente, della piena consapevolezza del complesso e intricato intreccio da sempre esistente fra le arti letterarie e quelle visuali, e del loro essere del tutto paritetiche in quanto a valore culturale e qualità. Non solo, dunque, necessaria “excusatio”, finalizzata a rivendicare quella libertà d’azione abitualmente consentita ai letterati; ma anche (e soprattutto) orgogliosa attestazione d’una validità del “sentire” (e del conseguente “agire”) artistico del tutto equiparabile a quella dei ben più stimati poeti, a conferma d’una raggiunta emancipazione della pittura da quell’ambito “vile” e “meccanico” in cui fino ad allora essa era stata relegata e del riconoscimento d’un rango “intellettuale” perfettamente consono (come quello delle discipline umanistiche) alla vita di corte rinascimentale. Se il Rinascimento, dunque, costituisce una sorta di punto di svolta nel rapporto fra belle lettere ed immagini – non si dimentichi l’assidua frequentazione delle rime da parte del sommo Michelangelo o ancora l’esibita equiparazione alle poesie operata dal grandissimo Tiziano in riferimento ai dipinti per Filippo II di Spagna –, è anche vero che la relazione fra il dipingere (ma anche il disegnare e lo scolpire) ed il poetare è senza dubbio antichissima, e praticamente risalente agli albori della cultura umana. Dalla pittura vascolare della Grecia classica (frequentemente volta a dare corpo visuale ai poemi omerici) e dalla coeva statuaria (depurata delle durezze arcaiche proprio dalle sfumature psicologiche mutuate dalla tragedia) ai codici medievali raffiguranti le vicende cantate dai trovatori, dalla memorabile illustrazione della Divina Commedia operata dal Botticelli a quella eseguita nello ‘800 dal Dorè, fino all’uso “figurale “ dei versi attuato dai futuristi e ai più recenti sviluppi “concreti” della poesia che hanno contraddistinto la contemporaneità, è per tanto tutt’un assoluto “continuum” di reciproci influssi e ispirazioni, all’interno del quale è praticamente impossibile statuire alcuna gerarchia di valori fra arti di fatto simpatetiche ed interattive. Non si tratta, quindi, d’una semplice relazione “deterministica” (ove lo scritto faccia da causa scatenante e l’immagine da conseguente effetto), ma di uno scambio biunivoco, capace di alimentare parimenti l’empatico immaginario di poeti e artisti visuali, in una compiuta osmosi foriera di esiti e raggiungimenti di elevatissima qualità. Non può, dunque, sorprendere, alla luce di tali premesse, che un intellettuale dai vasti interessi come Tommaso Romano, aduso all’abituale frequentazione della poesia (oltre che della filosofia e del pensiero politico e spirituale) ed estremamente attento alle arti visive (di cui è acuto osservatore e collezionista dagli ampi orizzonti) si trovi al centro di una tale iniziativa editoriale, ove i propri “carmina” sono accompagnati, chiosati ed integrati da un ricco apparato iconografico, frutto della collaborazione e dell’iniziativa di un variegato e valente gruppo di pittori e di fotografi, a lui legati da ricambiati sentimenti di stima ed amicizia. Ben 25 immagini – fra dipinti e scatti fotografici –, che non costituiscono le semplici e consequenziali “illustrazioni” di altrettanti componimenti in versi, ma che piuttosto rappresentano il portato di quella suddetta dinamica di tipo empatico-simpatetico, grazie alla quale sublimare congruamente il compiuto “distillato visuale” dell’esprit che anima nel profondo il “mood” delle poesie. Traduzioni visive che sgorgano, dunque, dalla condivisione d’un partecipato iter emozional-sentimentale e che si ergono, in tal modo, a “icone” di quegli “affetti” più intimi e sinceri di cui i versi sono vettori. Poco importa, per tanto, che gli strumenti e i moduli espressivi adottati dagli autori si contraddistinguano per la loro ampia varietà – spaziando da approcci lessicali squisitamente figurativi a sconfinamenti di tipo astrattista o anche informale –, poiché quello che conta veramente è la fattiva capacità di ciascuno dei partecipanti di entrare “in medias res”, restituendo agli osservatori – coi mezzi tecnici e stilistici ritenuti più appropriati – quei vissuti personali liberamente elaborati nell’approccio dialettico al pensiero del poeta. Così, l’inesausta ricerca di senso nell’esistere, l’iniziatico perseguimento d’un assoluto trascendente, l’assertiva (ma tormentata) professione di fede in un dio salvifico, il rinnovato stupore innanzi al manifestarsi della vita, la liquorosa elegia di cui è intrisa la memoria, il desiderio di distacco dal contingente e la relativa fuga nella sacrale dimensione del silenzio – tutti temi portanti del pensiero poetico di Tommaso Romano – trovano le loro “polimorfe” e “immaginifiche” declinazioni in un caleidoscopio di tecniche e di lessici, capaci di integrarsi come un mosaico in un gioco di tessere dalle fattive potenzialità di individuazione ed enucleazione degli stati d’animo sottesi all’asperità della parola. Ne consegue che la sintetica iconicità insulare di Catalano e quella possente e arborea di Anna Kennel e di Francesca di Carpinello si affianchino alla misteriosità silvana di Caputo o all’incisiva e calligrafica nocturnitas di Madè, o che la visionarietà misticheggiante della Lupinacci e quella celestiale di Merighi, l’ipercromico incanto marino di Denaro o le liquide e maculari evanescenze di Camilleri si accompagnino all’espressionistico “totemismo” di Taravella, al simbolico cromatismo di Lo Manto, ai piroclastici coaguli di Madonia, agli sfrangiamenti caleidoscopici di Bonanno, all’informale cosmico di Perricone, all’astrazione biomorfica dell’Affronti o a quella più geometrica di D’Oca, in un’articolata scansione della dimensione paesaggistico-vedutistica pregna d’una molteplicità d’umori e sensazioni di variabile termica affettiva. E parimenti, sul versante della figura umana, che l’assorto approccio Pop di Mambor e quello decisamente più ironico di Bartman si ritrovino associati al graffiante impianto narrativo di Tosini, alle “vorticanti” fantasmagorie di Puleo o all’esplicita citazione cristologica di Lo Cicero, reperendo nella sfere fisiognomica e psicosomatica quegli allegorici vettori cui affidare la condivisa rappresentazione di afflati e idealità. Stesse considerazioni per gli scatti fotografici di Berengo Gardin, Leone, Minnella e Morello, nella cui cristallizzata fissità paiono immortalarsi le estasi e i vagheggiamenti di cui i carmi sono espressione. Ut poesis pictura et imago, dunque. E così sia, in una reciproca e fertile contaminazione di spunti e suggestioni, ove immagini e parole si facciano tutt’uno nel racconto puntuale dei moti e dei fremiti più riposti dell’interiorità.

(marzo 2009) Salvo Ferlito