Iscrizione newsletter
facebook-tommaso-romanotwitter-tommaso-romano
Ricerca contenuti
Ulti Clocks content
Musica M° Modestini
Home Sigillo informa Editoriali INTRODUZIONE AL CORSO DI LETTERATURA ITALIANA RELIGIOSA di Elio Giunta

INTRODUZIONE AL CORSO DI LETTERATURA ITALIANA RELIGIOSA di Elio Giunta

La prima considerazione da fare riguarda il significato da attribuire alla nozione di Letteratura religiosa, giacché l’aggettivo “religiosa” non può indicare l’appartenenza esplicita ed esclusiva ad una religione determinata con i suoi canoni, la sua precettistica specifica ( no, per intenderci Letteratura cattolica, letteratura islamica, etc…), ma piuttosto il suo riferirsi al senso del divino o all’adombrarsi comunque dell’ultraterreno nella vicenda umana, nel pensiero e nella scrittura in particolare, oppure nell’esprimersi di alcuni autori, anche in modo generico o episodico su qualcosa che evade dal limite del terreno razionale, come coscienza, come aspirazione, oppure come semplice e casuale ripensamento. Giosuè Carducci, per fare un esempio, non potrebbe certo inquadrarsi tra le personalità che abbiano fatto la storia della letteratura religiosa, ma vi può benissimo entrare per avere scritto La Chiesa di Polenta o, testo addirittura esemplare, Santa Maria degli Angeli. Perché la religiosità come categoria dello spirito umano è sempre presente in tutti i tempi e in varia guisa, per cui se rileggiamo le pagine di tutta la nostra storia letteraria, constatiamo che di autori collegabili al nostro assunto nessun secolo ne è privo; ed il più recente, cioè il Novecento, e questo nostro appena iniziato, ne sono anzi particolarmente permeati, quasi come per contrappeso che gli scrittori, quelli non da puro intrattenimento, sentono di esercitare contro la materialità invadente e totalizzante. Tuttavia, a parte questa premessa, occuparsi di letteratura religiosa comporta prendere in considerazione in primo luogo figure e opere che alla religiosità hanno dato preminenza tematica, farne una rilettura per una sempre più valida collocazione nella vicenda del tempo in cui hanno operato, per una reinterpretazione dei motivi che hanno espresso di quel loro tempo ed anche della tipicità ed efficacia del loro linguaggio. Lo studio della letteratura religiosa in tal senso è soprattutto operazione di accrescimento culturale prima che ricerca, pur essa utile, di spunti di studio edificanti o monitori. Ma non sarebbe idea peregrina e superflua una nuova catalogazione della nostra storia letteraria sotto il profilo degli apporti di natura religiosa che opere ed autori hanno rivelato nei vari secoli. In sede storica la Letteratura religiosa come comunemente intesa, costituisce un problema critico recente. Infatti percorrendo la storia della critica letteraria, notiamo che la letteratura che diciamo religiosa, intanto da un punto di vista tematico, trova quasi sempre spazio, e non poteva essere diversamente, ma non adeguato riconoscimento in sede di valutazione; ed essa viene ad essere argomento di dibattito non marginale solo dal tardo Ottocento col De Sanctis e soprattutto col Croce, cui , oltre le riserve, si deve in ogni caso lo stimolo ad una sua corretta definizione. Evidentemente la Letteratura italiana religiosa ( da specificare “italiana”) ha avuto il suo secolo d’oro nel Medioevo imperiale e comunale, in cui anche l’apparato politico viveva di coincidenze e dialettica con quello religioso, ma in cui soprattutto la cultura posava sulla preminenza di un substrato filosofico-teologico e mistico o teologico-politico, vuoi col diffondersi del francescanesimo e poi del tomismo accademico, che culminerà nella complessa e determinante opera di Dante. Ma anche su autori di questo periodo la bibliografia critica dei secoli successivi si rivela lacunosa: in genere gli scrittori riconducibili a tematiche religiose sono presi in considerazione a seconda del gusto o dell’interesse che anima il critico o il compilatore. Si pensi, a proposito, che lo stesso Dante, che pure della tematica religiosa è fondamentale esponente, nel De vulgari eloquentia, che può considerarsi un primo esemplare di critica letteraria, verso le opere di ispirazione allegorico-religiosa che lo precedono, sembra manifesti assoluto disinteresse. Questo perché il discorso su un’opera letteraria suol fondarsi su valutazioni circa il mezzo espressivo piuttosto che sui contenuti religiosi che praticamente fornisce. E con questo parametro procederà per lo più la selezione critica di autori di testi religiosi che sarà fatta anche nei secoli a venire. Non mancherà mai per l’appunto l’attenzione verso gli autori e le opere legate a religiosità, cui però si concede particolare evidenziazione in base ad una maggiore o minore ricchezza o originalità del linguaggio. Per esempio, in periodo umanistico troviamo un Leonardo Salvati che parla de Lo specchio di vera penitenza del Passavanti, ma per riconoscervi piuttosto leggiadria di stile; un Girolamo Gigli che si occupa dell’opera di Caterina da Siena, ponendo l’accento sulla singolarità del suo linguaggio senese; un Francesco Bonaccorsi che s’impegna sui testi di Jacopone da Todi per la loro struttura. E degno di nota risulterà altresì il fatto che Feo Belcari scriva su La vita del Beato Giovanni Colombini, come esercizio umanistico di limpidezza di prosa. Nella Storia della volgar poesia del 1698 Gian Mario Crescimbeni indica San Francesco e San Filippo Neri come autori che hanno dato lustro alla poesia, ma lo fa con un certo impaccio laico, quasi solo non potendone fare a meno, per completezza di erudito. E del resto per tutto il Seicento ciò che riguarda la scrittura di tipo religioso non andrà oltre la compilazione erudita. Piuttosto che il dissertare su questo o altro autore da evidenziare, si preferisce l’impegno illustrativo e magari apologetico sulla storia e le benemerenze dei vari ordini religiosi ( Bibliografia degli scrittori francescani, Biblioteca dell’Ordine degli scrittori cappuccini, Scrittori dei Teatini, etc). Del 1782 è la prima vera Storia della Letteratura italiana firmata da Girolamo Tiraboschi ed anche in essa trovano posto in un capitolo di “studi sacri” , teologi , predicatori, scrittori biblici e storici. Ma, dato il carattere più che altro informativo di tutta l’opera, essi sono presenti con la brevità riduttiva della notizia. Interessante è invece quanto vuol rilevare il Baretti (1719-89) sull’argomento nei suoi scritti sulla rivista La frusta letteraria. Confrontando i libri spirituali prodotti in Francia con quelli dei nostri scrittori ascetici notava in questi rozzezza di contenuto, roba scritta per il “popolaccio”. Scrive: “L’Italia ha questa disgrazia che appunto questa sorte di autori è generalmente parlando la più ignorante e la meno pratica del mondo, onde non è da meravigliarsi se tutta questa nostra classe d’istruttori ribocca di spropositi troppo massicci”. “…i libri spirituali e morali de’ francesi non sono pieni, come lo sono generalmente i nostri, di zelantissime sciocchezze”. E non si tratta solo di corrivo illuminista. Pure riserve alla scrittura di devozione vengono da Antonio Cesari, purista, attento al lessico, alla forbitezza sintattica. Nella sua Dissertazione sullo stato presente della lingua italiana (1810) non manca tuttavia di apprezzare adeguatamente autori e scritti di quello che definisce “l’aureo trecento”. Alla lingua toscana di quel secolo auspica infatti il ritorno. Comunque è tra la seconda metà dell’Ottocento e il primo Novecento che la critica affronta con più serio discernimento la problematica della letteratura religiosa. Merito soprattutto del De Sanctis e del Croce. Emergono le tesi di inconciliabilità tra teologia ed arte, tra poesia e misticismo ma anche, e soprattutto, l’obiettivo d’intendere la validità degli autori di testi di tipo religioso in base al loro spessore umano ed artistico. Su questo piano si allineano il De Sanctis ed altri autori di Storie letterarie dell’Ottocento come il Cantù ( che dà notevole spazio agli scrittori religiosi) e poi anche il Carducci ( Dello svolgimento della letteratura nazionale ), il quale pur asserendo, erroneamente a nostro giudizio, che “tra ispirazione cristiana e arte c’è addirittura odio”, non manca di accordare piena simpatia a quegli scritti di natura religiosa allorché siano espressione di spontaneità popolare. Il Croce infine con il concetto di “poesia e non poesia”, fondamentale per tutto l’impianto della sua opera di valutazione critica sulla letteratura, finisce per puntualizzare l’essenza del problema. Esso è anche per noi vedere come un’esperienza religiosa si sia tradotta in espressione letteraria e sia poeticamente valida se effettivamente lo è: cioè come ciò che è di natura religiosa è artisticamente ispirato, sia indice di originalità creativa. Pertanto anche la critica contemporanea distingue sì la scrittura di tipo religioso sotto il profilo tematico, ma parla di letteratura religiosa di livello significativo se essa attinge ad una originalità di fondo, che è del linguaggio, della sua singolare significazione, della sua poeticità. E’ quanto consente un’adeguata valutazione come di solito per qualsiasi prodotto letterario. Non è insomma l’argomento che in genere fa la buona letteratura, ma lo spessore creativo del linguaggio. Dunque quella che diciamo letteratura religiosa sta nella letteratura generale per il fatto linguistico che la unifica ( è la tesi di Giovanni Getto), e certo lo studio della letteratura religiosa dà l’opportunità di porsi da un angolo visuale particolarmente sollecitante, per annotare l’evolversi e il contrarsi di vicende e soprattutto idee nel succedersi dei secoli. Evidentemente la letteratura è fatta di testi da leggere ed interpretare. Se parliamo di letteratura religiosa deve trattarsi di testi che in qualche modo derivino da un’ispirazione religiosa, per noi anche se solo presente in tratti di essi e comunque non sempre secondo l’intento di muovere da una tematica religiosa di fondo, totalizzante. Ma cosa è da intendere per ispirazione religiosa e soprattutto come si può riconoscere il suo manifestarsi? Ecco che può venirci incontro la conoscenza di condizioni e vicende che hanno determinato la personalità dello scrittore e quindi la sua disposizione verso l’elemento religioso, diciamo, verso il divino. In base a questa è possibile distinguere una tipologia di scrittura religiosa. E annotare magari come essa possa essere di celebrazione, d’implorazione o, semplicemente, di percezione. E’ celebrazione, ad esempio, quella del Manzoni che ne La Pentecoste intona “ Madre de’ santi, immagine/ della città superna, del Sangue incorruttibile/ conservatrice eterna…”; o quella di Dante che canta : “ La gloria di colui che tutto move/ per l’universo penetra e risplende…etc “. Mentre è implorazione il “ Padre del ciel dopo i perduti giorni” del Petrarca: o quella di Quasimodo “Perdimi, Signore, ch’io non oda/ gli anni sommersi taciti spogliarmi…”. Col termine “percezione” poi, che è di nostra esclusiva indicazione, pensiamo di poter riassumere quanto possa rientrare nello specifico, sia pur movendo da intendimenti diversi, per cui l’elemento religioso non è posto come fine, ma si evidenzia come dato episodico, come obiettivo indiretto, come componente sottintesa o in qualche modo vagheggiata. Per esempio, la nota poesia “La madre” di Ungaretti nasce da occasione di riflessione sul ricordo dei rapporti con la persona cara e sulla propria condizione esistenziale, ma contiene un desiderio di perdono che è di chiara impronta religiosa. E, a proposito, vale la pena ricordare come nel 1952 Valerio Volpini ha potuto realizzare un’ Antologia della poesia religiosa contemporanea per l’editore Vallecchi, utilizzando testi di varia motivazione tematica e di quasi tutti i più importanti poeti allora viventi. E ripensando all’Ottocento, si osserva che quasi tutta la letteratura del secolo muove da una concezione intellettualistica tutt’altro che d’ispirazione teologico-religiosa, ma, specie nei suoi autori più illustri, è chiaramente imperniata sul ritrovato senso religioso della vita, riscoperto e approfondito dopo l’ottimismo irridente di molto illuminismo ateo e meccanicistico. Ugo Foscolo, per fare un esempio, pur nell’ambito di un credo materialistico ereditato, non si sente di escludere il bisogno di una religiosa eternità di sopravvivenza, illusoria sì ma portatrice di valori per l’uomo. Ed il Manzoni, che suol considerarsi scrittore tipicamente religioso, è anch’egli piuttosto figlio di una molto umana e romantica antitesi bene e male, soprattutto valutando obiettivamente il meglio della sua opera. Basti confrontare le sue prime composizioni dopo la conversione, catechisticamente esatte ma artisticamente stereotipate, con quelle mature per constatare che dietro il “Dio che atterra e suscita/ che affanna e che consola” opera un movente tormentato che è alta meditazione sulla storia e le passioni umane. Ebbene, se per assurdo, dovessimo ridurci a fondare la nostra acculturazione in modo essenziale, con lo scegliere solo tre autori significativi tra quelli ascrivibili alla letteratura religiosa, ci soffermeremmo ben volentieri su Dante, Manzoni e, per quanto riguarda la contemporaneità, su Mario Luzi, certo la figura di maggior spessore tra i poeti dotati di alta spiritualità e di sicuro credenti. Eppure l’opera di tutti e tre ha fondamento religioso, ma che funziona in modo indiretto, nel senso che l’elemento religioso in essi ha sostanza poetica piuttosto che come tematica celebrativa, come sbocco risolutivo o come rifugio o compensazione salvifica a fronte di una drammaticità tutta terrena ed esistenziale. Sono insomma poeti religiosi nel senso che del divino propongono una rara e complessa percezione, tutta legata alla loro profonda umanità. Pertanto di questi tempi accostarsi a questi autori e ai motivi religiosi della loro visione creativa non può che riuscire gratificante. Resta da dire del rapporto tra poesia e misticismo, già ripudiato come impossibile secondo la visione positivistica che fu del tardo Ottocento, ma per il Novecento, e specie per quanto riguarda la sua incidenza nella poesia contemporanea, occorre dire tutt’altro. Se per misticismo è da intendersi l’orientamento della vita verso la divinità con una carica istintuale e sensitiva totalizzante, affondo nell’oscurità e tensione verso il mistero, come non vedere una certa analogia con le premesse etico culturali che sono nella creatività del Novecento? E’ questo il secolo delle filosofie irrazionali, dell’affermarsi del simbolismo e delle rivelazioni poetiche legate all’oscurità dell’inconscio, del culto della parola che tenta inusitati nessi metaforici nell’esistente oltre l’esistente. Jung scriveva: “L’esperienza psicologica mi ha ripetutamente dimostrato che certe manifestazioni provengono da una psiche più completa di quella cosciente” ; e per il Novecento la preminenza della psiche sul rigore logico ha fatto l’arte e la poesia, ha aperto le vie dell’inesplorabile. Da Mallarmé procederanno magismo ed orfismo, cioè quella specie di condizione mistica che caratterizzerà molta poesia italiana ; si pensi ai Canti orfici di Dino Campana e quindi all’esoterismo della poesia di Arturo Onofri (1885-1928) non estraneo alla sua ispirazione cristiana; alla spiritualità mistica dei canti del secondo Rebora (1885-1957); all’ Ermetismo del gruppo dei poeti e critici toscani fino agli anni quaranta ( da segnalare la raccolta Avvento notturno di Mario Luzi.) . Benché è da osservare che , ove si eccettui un breve riflusso del realismo postbellico, tutta la poesia italiana del novecento, quella da considerare significativa, è rimasta influenzata dalla tradizione ermetica, che è quanto dire dall’implicita ricerca, nella misteriosa oscurità del senso della vita, di un sentiero che la esplichi o che sollevi da essa verso l’ineffabile. Certo per i nostri giorni va fatto altro discorso, giacché viviamo in carenza di profonde ragioni storico-filosofiche che diano spinta ad una letteratura di spessore, ma abbiamo parlato del Novecento come un’età in cui la letteratura risulta alquanto pregna di motivazioni religiose. Purché si sappia distinguere tra quella che è ovvia religiosità tematica e misticismo: la prima non sempre ha prodotto buona letteratura, più esattamente buona poesia, il secondo sì. Comunque bisogna saper selezionare autori e soprattutto testi efficacemente esemplari, per evitare, specie se i tempi di studio disponibili sono esigui, ogni possibile approssimazione.

Palermo, Istituto Superiore di Scienze religiose, 12 febbraio 2009

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE G. Getto.” La letteratura religiosa”, in Questioni e correnti di Storia letteraria, Milano, 1949 Natalino Sapegno. La letteratura religiosa del Due e Trecento e la critica letteraria moderna, in Bollettino Studi Cateriniani, XII,2-3, Siena 1937 Croce . Letteratura di devozione, in “Critica” , 20 settembre 1931, pag.323 segg. G.Barberi Squarotti. La poesia religiosa del Novecento, in “Poesia e narrativa del secondo Novecento “ Milano,1971 V. Arnone. Eventi e simboli del Novecento letterario, Firenze 1994 AA.VV. L’esperienza religiosa nella Letteratura italiana, a cura di G.Joli, Novara 2005 AA.VV. La poesia e il sacro alla fine del secondo millennio,Cinisello Balsamo, Milano 1996. N.B. Importante è l’utilizzo di una Storia generale della letteratura italiana con antologia e di un volume di Dante, Il Paradiso.