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Home Sigillo informa Editoriali INDIVIDUO DIRITTO E VITA ETICA IN GIUSEPPE CAPOGRASSI.METAFISICA DELL’UMANO UNIVERSALE di Luca Tumminello

INDIVIDUO DIRITTO E VITA ETICA IN GIUSEPPE CAPOGRASSI.METAFISICA DELL’UMANO UNIVERSALE di Luca Tumminello

Giuseppe Capograssi (Sulmona, 1889 – Roma, 1956) è pensatore di vigore, generosità e originalità non comuni. Sarebbe troppo riduttivo definirlo un filosofo del diritto e un giurista perché spesso le sue pagine avorio risplendono come il canto di un poeta. La sua riflessione è guidata da una profondissima fede cristiana, la quale, coerentemente, rappresenta la stella polare di tutto il suo discorso filosofico. La sua prospettiva metafisica dell’amore per Dio non si risolve, come potrebbe pensarsi, in una necessaria antinomia tra diritto naturale e diritto positivo: Capograssi ha avuto la grande intuizione che il diritto positivo, nella sua profonda ragione d’essere, è diritto naturale, e precisamente «diritto naturale vigente».[1] Il diritto è essenzialmente azione dominata da valori. Compito della scienza del diritto è far emergere l’intrinseca razionalità delle leggi, l’essenza dell’ordinamento giuridico e dell’esperienza giuridica: tale valore d’unità e di verità è la vita.[2] La considerazione del diritto come legge non riesce a comprendere per intero la sfera dell’esperienza giuridica. Il diritto non può essere ridotto alla legge non perché pretenda essere fuori o sopra le leggi, «ma perché è insieme sistematico di leggi applicate, leggi nate per soddisfare scopi di individui umani e messe in opera da individui umani per i loro scopi, con i vari modi che i vari scopi possono implicare».[3] Ogni singola legge, ogni singolo comando devono essere ricondotti alla loro vera essenza spirituale e razionale[4]; l’esperienza giuridica, unificando le volontà esplicite dei singoli agenti e la vita, sperimenta la profonda comprensione dell’azione e del valore in essa radicato, avviando il processo di scoperta del fine unitario ed universale dell’umano. Ogni azione o espressione di volontà solo superficialmente o “esteriormente“ può essere riferita ad un singolo individuo o ad un gruppo sociale: esse rappresentano nella loro profonda manifestazione il vero senso della storia. L’azione e la volontà dell’individuo, ad un primo livello di coscienza, perseguono il loro fine concreto ed immediato; ad un livello superiore, più profondo, perseguono la creazione del mondo pratico umano, ovvero dell’esperienza giuridica, il mondo della coesistenza; ad un livello ancora più profondo e segreto sta l’esperienza morale, la quale è strumento per raggiungere la realizzazione della vita etica. È il volere profondo dell’individuo, che aspira alla vita in comune e non vuole la solitudine, che fa assumere all’azione una risonanza superiore, connaturale al destino stesso dell’azione e della storia. Secondo Capograssi, l’esperienza giuridica non è altro che l’azione ricondotta al suo vero volere. Prima della realizzazione della vita nella pienezza dell’essere, la volontà ha uno slancio esteriore, ossia la vita in comune, lo Stato. Tale volontà è un atto di umiltà, «è la più semplice attività d’intesa contro tutte le forme di dissoluzione, perché è volontà… intanto del semplice stare insieme di un semplice realizzare come atto vissuto, come cosa voluta, come cosa reale ed effettiva, quel coesistere, che è il fatto materiale ed esteriore del concreto».[5] Nell’esperienza giuridica l’individuo si trova spossessato del suo volere ma contemporaneamente reintegrato nel suo volere. Lo Stato è espressione di forze estranee all’individuo che lo sottopongono a quello che egli in apparenza non vuole. In realtà tali forze estranee non fanno altro che ricondurre l’individuo al suo vero volere, a «rivelargli il vero oggetto del suo atto di volontà, il vero fine a cui esso si riduce, e che, per la singolare struttura della sua vita, smarrisce lungo il lavoro del suo sforzo».[6] Questa coesione, questa connessione di individui, di interessi e di fini di vita, getta le basi per l’esistenza del mondo dell’azione, nel quale le varie forme delle esistenze possono convivere. La volontà vive una intrinseca ed implicita vocazione per la vita. In altre parole, lo Stato è il proiettarsi esterno dell’individuo che si fa parte dello sforzo di coesistenza, ma allo stesso tempo è la prima base significante dell’azione dell’individuo stesso, il quale esce dall’inerzia del suo volere e si assume la responsabilità del volere stesso, riportando l’azione al suo vero fine, ossia il mondo pratico umano. L’azione individuale e il suo concreto fine vengono, tramite l’esperienza giuridica, ricondotti alla loro “plenaria natura”, «tirando fuori alla superficie dell’azione, togliendolo dai presupposti dell’azione e facendolo apparire allo scoperto, l’individuo stesso, di cui l’azione non è che un momento di vita».[7] Ma l’esperienza giuridica, come sopra accennato, non è il fine assoluto, è solo la preparazione dell’esperienza morale. Volere il mondo umano nella sua unità e volersi individuo in questo mondo umano non realizza la profondità della volontà stessa. Solo l’esperienza morale, la volontà che giunge nelle profondità dell’atto, conduce l’anima nel proprio dominio, «nel dominio di sé stessa», dove la vita scorre «secondo le inclinazioni della volontà, che vuole appunto vivere la vita nella totalità e nell’ordine dei suoi interessi e dei suoi fini umani».[8] Questa via presuppone il coraggio di accettare il dovere di giungere alla coscienza più profonda di sé stessi, di farsi carico dell’imperativo che giustifica la libertà e la volontà, di assumersi la responsabilità che rende veramente umano l’uomo: compiere la vita nella sua verità. Per realizzare tale virtù e tale libertà bisogna vincere le tentazioni che assalgono la volontà nel momento in cui si esprime l’azione: ciò significa, da un lato, superare le tentazioni delle vie che, seppur facili, non conducono alla realizzazione dei fini ed interessi più profondi della vita, dall’altro, lottare contro l’impotenza derivante dalla rassegnazione agli automatismi dell’agire[9] e rendersi pienamente consapevoli dell’azione necessaria. L’individuo si accolla l’immane peso di creare l’esperienza giuridica e l’esperienza morale e, comunque si trova, da un lato, a scontrarsi con l’ingiustizia della società, la superbia, l’egoismo dei “coesistenti”, dall’altro, con le paure, le debolezze, la vanità, l’impotenza del proprio essere. Il diritto può essere ingiusto e la società spesso è oppressione dell’individuo. L’esperienza morale è incapace di assorbire nel suo atto tutta la vita con le proprie forze. L’uomo, condannato all’attimo sfuggente del piacere dei sensi e delle passioni, aspira all’assoluto ma dispera del finito, della sua insufficienza e inadeguatezza. L’individuo vorrebbe la “vita infinita”. Tutto il suo essere tende a questa segreta, misteriosa aspirazione; questo immutabile e perenne slancio umano è connaturale alla volontà, anzi, come direbbe G. B. Vico, rende umana la volontà dell’individuo. Ma l’individuo è sommerso dall’ “incontentabilità della storia”, dalla contingenza del tempo e delle passioni, dal dolore della vita derivante dalla condizione del finito. Perché allora condurre il peso di una vita umanamente vissuta? È forse troppo grave il sacrificio che si chiede all’individuo, ovvero essere profondamente sé stesso, realizzare la vita etica?Perchè imboccare la via dell’Enigma, perché sostenere il peso del Nomos? La risposta è tanto semplice quanto paradossale!Non è possibile sfuggire alla domanda più umana, affascinante e misteriosa: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Il senso misterioso della vita scorre nelle vene, ossigena il cervello, i pensieri, le intuizioni: è il nutrimento stesso della vita, è l’uomo stesso. Non è possibile sfuggire alla vita etica! L’azione per essere veramente umana deve nascere, nella sua profonda ragione d’essere, dalla fede che ognuno di noi è parte di quel Mistero e che esso è in noi. L’individuo ha il dovere di farsi veramente uomo, passando per le sofferenze dell’azione e della volontà, per le sofferenze della sua “storicità” e finitezza: la catastrofe del dolore è legge di necessità che conduce il soggetto a quel pensare umanamente che per Vico è la matrice stessa del volere. I valori e fini profondi della vita, la realizzazione della via etica, «danno concreto valore e significato umano sia al mondo della vita comune e sociale sia alla vita dell’individuo».[10] In tale prospettiva il sacrificio dell’azione, il sacrificio che la storia e la vita concreta richiedono, nella sua segreta giustificazione, non è che espiazione, intesa come accettazione del dolore che diviene sacro tramite la preghiera. E l’individuo, come visto, non si rassegna a vivere passivamente la storia. Egli ha un ruolo di grande responsabilità: in ogni singola espiazione ci si accolla una parte della «colpa e della croce di tutti» in un ciclo tetraedrico di azione-dovere consistente in «pregare espiare risorgere e vivere».[11] Questi quattro momenti hanno per base la fede e l’amore per Dio. Il dolore dell’immane distacco dalla perfezione può essere colmato solo dalla fidente e operosa accettazione della chiamata di Dio, la quale risuona incessantemente nell’animo umano.[12] È dovere riconoscerla e convergere al centro della perenne vibrazione dell’Eterno. Quando l’azione diviene vocazione, espressione totale dell’essere umano, si segue la segreta direzione che la natura reclama, risuona nel sangue l’ebbrezza della libera spontaneità, non vi è più differenza tra libertà e necessità, si compie il destino dell’individuo[13]: vita devota alla vita. Giuseppe Capograssi, ricollegandosi alla matrice di tutte le religioni, al seme della Tradizione, ci insegna che la vera rivoluzione, nella ciclicità del suo significato profondo, non è esteriore ma interiore. L’uomo deve sì immolarsi, ma per sé stesso, non per idee imposte da movimenti o pseudofilosofie e ideologie che non hanno il fervore e la forza del pensiero derivante dall’experire. «L’umanità è una immensa ricchezza di forze spirituali continuamente condannate a sacrificarsi per fini troppo inferiori ad esse e tutti dominati dalla legge del proprio sparire e quindi della morte».[14] Qui l’Autore mostra la tragicità della condizione umana: tutti i fini sociali, compresa «la creazione di un libero regime sociale di giustizia, sono fini relativi, irreparabilmente relativi, perché alla fine sono finalità di assetti storici, di assetti sociali, che vengono a rimpiazzare assetti che li hanno preceduti, e che moriranno anch’essi distrutti da altre condizioni, distrutti dalla stessa morte, che hanno in sé come creazioni storiche».[15] L’eroico e il santo di quella energia spirituale si disperde e all’individuo non resta che il sacrificio, solo la croce. La proiezione di tali forze verso fini transeunti rende il sacrificio fine a sé stesso. Il sacrificio, comunque, ad un certo punto della sua sperimentazione, diviene per l’individuo il pretesto per abbandonarsi allo scorrere della vita, per svegliarsi dal torpore della coscienza proiettata verso il passato e verso il futuro e mai verso il sacro presente. La dissipazione delle finalità sociali, la vittoria dell’individuo sull’incanto del sociale prepara e conduce all’umano: l’individuo è costretto a scoprire le vibrazioni profonde del proprio essere, la semplicità dell’umano, il richiamo dell’infinito, che rappresenta la sua regalità e il suo destino. In altri termini, il soggetto, nel momento presente del sacrificio, scopre l’umanità, la compassione, l’amore, la carità, la preghiera, Dio. Scrive Capograssi: «Il soggetto si accorge alla fine che è andato cercando e va cercando Dio. Tutto il suo lottare e il suo sforzo per arrivare a liberarsi di tante cose è un lottare e uno sforzarsi per arrivare a scoprire in sé questo rapporto di conversione di attesa di fiducia in Dio. E questo è pure il momento in cui l’individuo, accorgendosi dell’esistenza di Dio, si accorge dell’esistenza sua, di lui, dell’individuo, e scopre in questo suo rapporto con Dio la chiave di tutta la sua storia».[16] Ecco il paradosso dello strazio e dell’inquietudine dell’individuo: tutto l’assoluto che ha inconsapevolmente cercato non è altri che Dio. L’individuo non deve rinunziare a sé stesso, deve con coraggio, eroicamente, direbbero Nietzsche ed Evola, compiere il proprio destino, realizzare la matrice del proprio essere, il dovere universale connaturale all’esistenza: la corrispondenza intima tra molteplicità ed Unità, accettando la chiamata del profondo mare del Kòsmos. La via della resurrezione passa soltanto attraverso la preghiera, quel sacrificio che è contemporaneamente «vera disperazione» e «vera speranza», espiazione ed estasi, «cosa più terribile» e al contempo canto «più soave».[17] Compiuto il dovere con sé stessi, anche esteriormente la rivoluzione è compiuta, se di rivoluzione si può parlare; per una segreta legge divina il germoglio affiora dalla terra se nutrito con cura e amore. Per concludere con le bellissime parole di Capograssi: «…bisognerebbe che ognuno, che sente il pericolo, pensasse a rieducare se stesso, la sua coscienza morale, il senso della legge morale, il senso del dovere verso la vita, il senso dell’estrema serietà della vita, nel significato più semplice ed elementare della parola. Cominciasse a pensare seriamente a se stesso, a riscoprire il suo cuore, a mettere in pratica il gran monito del libro antichissimo: omni custodia serva cor tuum, quia ex ipso vita procedit».[18] In un’epoca in cui il nichilismo ed un relativismo deresponsabilizzante e liberticida, nella loro impalpabile, e quindi ancor più pericolosa, inconsistenza, dominano le menti e le anime, come verme nascosto nel profondo delle essenze e delle coscienze, il recupero degli insegnamenti di un maestro come Capograssi, il recupero di un pensiero nato dalle smisurate altezze della meditazione, è luce che rivela il perpetuo scorrere, pulsare e trasformarsi della vita nella immanente testimonianza della continuità ontologica dell’Eterno. C’è tutta una vita da vivere e una Legge da scoprire: sia compiuto il destino. Tale la poetica della vita! [1] L’espressione è di S. Cotta, Giustificazione e obbligatorietà delle norme, Milano, 1981, pp. 128 e 131. Si veda, G. Capograssi, L’esperienza giuridica della storia, in Opere, III, Milano, 1959, pp. 287-288, dove l’A. scrive: «La natura che costituisce il contenuto del diritto naturale è proprio il fine unitario e universale della vita che è immanente a tutte le formazioni della vita concreta e costituisce l’unitario sbocco, il porto a cui tutti i movimenti portano. Il diritto naturale si chiama così proprio perché è l’affermazione e quasi si direbbe la scoperta del fine unitario e universale, che spiega la vita nella sua unità, anzi che pone la vita come direzione unitaria al di sopra delle volontà arbitrarie dei soggetti e delle passeggere combinazioni degli interessi. Il diritto naturale accompagna tutta la storia dell’esperienza giuridica perché è proprio l’affermazione consapevole del destino unitario che regge la vita e tutte le forme dell’esperienza che ne sono la determinazione, e che si formula in modo espresso, assume espressione razionale e logica e si manifesta in sistema di determinazioni logiche e ideali». [2] G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto (1937), Milano, 1962, passim; si veda anche la precisa introduzione di P. Piovani, pp. III-XXXII. Il diritto è votato a scoprire i principi, i valori, le idee umane, le idee che rendono umana l’umanità: la scienza del diritto diviene, quindi, scienza della vita. [3] P. Piovani, Introduzione, cit., p. XV. [4] In tale prospettiva l’interpretazione giuridica ha il compito di riportare la norma alla totalità: «interpretare significa accostare la norma alla vita, rendere la norma assimilabile alla vita». Per approfondire, si veda: G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto, cit., pp. 113 ss., ed anche G. Zaccaria, Il problema dell’interpretazione giuridica in Giuseppe Capograssi, in F. Mercadante (a cura di), Due convegni su Giuseppe Capograssi (Roma-Sulmona 1986). L’individuo, lo stato, la storia. G. Capograssi nella storia religiosa e letteraria del novecento. Atti, Milano, 1990, pp. 347 ss. Il corposo volume che raccoglie gli Atti dei due Convegni del 1986 è opera importante per avvicinarsi al pensiero del nostro A. [5] G. Capograssi, Introduzione alla vita etica (1953), Roma, 1976, p. 68. [6] Ivi, p. 67. [7] Ivi, p. 76. [8] Ivi, p. 84. [9] Sul pericolo degli automatismi sociali agenti sull’individuo, e sul processo di disindividualizzazione dell’individuo, si veda: G. Capograssi, Incertezze sull’individuo, Milano, 1969, pp. 88 ss. e soprattutto pp. 125-161 e 198 ss.; sui bisogni dell’individuo, pp. 200 ss. L’opera raccoglie e ripubblica saggi scritti dall’A. tra il 1950 e il 1955. [10] ID., Introduzione alla vita etica, cit., p. 60. [11] G. Capograssi, Opere, vol. III, Milano, 1959, p. 168. L’opera completa di G. Capograssi è stata pubblicata nel 1959, in 6 volumi, dalla Giuffrè, a cura di M. D’Addio ed E. Vidal. [12] Scrive Capograssi nei Pensieri a Giulia, rievocando il periodo giovanile senza fede: «Che cosa ero io?Non ci posso pensare: ero veramente un uomo finito, senza speranza e senza verità, senza regola e senza letizia, senza vita e senza amore. Ero un disertore della vita e della verità e della norma. Ed ecco che a poco a poco, per le sue vie coperte, dolci, insensibili, il Signore delle misericordie ha voluto (per prodigio della sua Carità), chiamarmi a sé: quanto ho aspettato, quanto ho patito, quanto ha lavorato prima di avere nelle sue mani, docile il mio spirito notturno!». «Avevo nostalgia dell’amore: avevo desiderio profondo e incoercibile di amore: amavo di amare, come dice Sant’Agostino. E ponevo la sede dei miei sogni, il covo del mio avvenire, non so dove, e mi fingevo nella mente qualche cosa di indefinibile, di non fissato, di sparente, un ideale che mi incantava e mi sfuggiva, che mi consolava nel pensiero e mi straziava nella vita…». [G. Lombardi (a cura di), Pensieri a Giulia, 3 voll., Milano, 1978-81, vol. III, pp. 29 e 18]. [13] Si veda, G. Capograssi, Incertezze sull’individuo, cit., p. 18 e ss. [14] ID., Introduzione alla vita etica, cit., p. 181. [15] Ivi, p. 179. [16] ID., Incertezze sull’individuo, cit., p. 207. [17] Ivi, p. 191. [18] Ivi, p. 160.Giuseppe Capograssi (Sulmona, 1889 – Roma, 1956) è pensatore di vigore, generosità e originalità non comuni. Sarebbe troppo riduttivo definirlo un filosofo del diritto e un giurista perché spesso le sue pagine avorio risplendono come il canto di un poeta. La sua riflessione è guidata da una profondissima fede cristiana, la quale, coerentemente, rappresenta la stella polare di tutto il suo discorso filosofico. La sua prospettiva metafisica dell’amore per Dio non si risolve, come potrebbe pensarsi, in una necessaria antinomia tra diritto naturale e diritto positivo: Capograssi ha avuto la grande intuizione che il diritto positivo, nella sua profonda ragione d’essere, è diritto naturale, e precisamente «diritto naturale vigente».[1] Il diritto è essenzialmente azione dominata da valori. Compito della scienza del diritto è far emergere l’intrinseca razionalità delle leggi, l’essenza dell’ordinamento giuridico e dell’esperienza giuridica: tale valore d’unità e di verità è la vita.[2] La considerazione del diritto come legge non riesce a comprendere per intero la sfera dell’esperienza giuridica. Il diritto non può essere ridotto alla legge non perché pretenda essere fuori o sopra le leggi, «ma perché è insieme sistematico di leggi applicate, leggi nate per soddisfare scopi di individui umani e messe in opera da individui umani per i loro scopi, con i vari modi che i vari scopi possono implicare».[3] Ogni singola legge, ogni singolo comando devono essere ricondotti alla loro vera essenza spirituale e razionale[4]; l’esperienza giuridica, unificando le volontà esplicite dei singoli agenti e la vita, sperimenta la profonda comprensione dell’azione e del valore in essa radicato, avviando il processo di scoperta del fine unitario ed universale dell’umano. Ogni azione o espressione di volontà solo superficialmente o “esteriormente“ può essere riferita ad un singolo individuo o ad un gruppo sociale: esse rappresentano nella loro profonda manifestazione il vero senso della storia. L’azione e la volontà dell’individuo, ad un primo livello di coscienza, perseguono il loro fine concreto ed immediato; ad un livello superiore, più profondo, perseguono la creazione del mondo pratico umano, ovvero dell’esperienza giuridica, il mondo della coesistenza; ad un livello ancora più profondo e segreto sta l’esperienza morale, la quale è strumento per raggiungere la realizzazione della vita etica. È il volere profondo dell’individuo, che aspira alla vita in comune e non vuole la solitudine, che fa assumere all’azione una risonanza superiore, connaturale al destino stesso dell’azione e della storia. Secondo Capograssi, l’esperienza giuridica non è altro che l’azione ricondotta al suo vero volere. Prima della realizzazione della vita nella pienezza dell’essere, la volontà ha uno slancio esteriore, ossia la vita in comune, lo Stato. Tale volontà è un atto di umiltà, «è la più semplice attività d’intesa contro tutte le forme di dissoluzione, perché è volontà… intanto del semplice stare insieme di un semplice realizzare come atto vissuto, come cosa voluta, come cosa reale ed effettiva, quel coesistere, che è il fatto materiale ed esteriore del concreto».[5] Nell’esperienza giuridica l’individuo si trova spossessato del suo volere ma contemporaneamente reintegrato nel suo volere. Lo Stato è espressione di forze estranee all’individuo che lo sottopongono a quello che egli in apparenza non vuole. In realtà tali forze estranee non fanno altro che ricondurre l’individuo al suo vero volere, a «rivelargli il vero oggetto del suo atto di volontà, il vero fine a cui esso si riduce, e che, per la singolare struttura della sua vita, smarrisce lungo il lavoro del suo sforzo».[6] Questa coesione, questa connessione di individui, di interessi e di fini di vita, getta le basi per l’esistenza del mondo dell’azione, nel quale le varie forme delle esistenze possono convivere. La volontà vive una intrinseca ed implicita vocazione per la vita. In altre parole, lo Stato è il proiettarsi esterno dell’individuo che si fa parte dello sforzo di coesistenza, ma allo stesso tempo è la prima base significante dell’azione dell’individuo stesso, il quale esce dall’inerzia del suo volere e si assume la responsabilità del volere stesso, riportando l’azione al suo vero fine, ossia il mondo pratico umano. L’azione individuale e il suo concreto fine vengono, tramite l’esperienza giuridica, ricondotti alla loro “plenaria natura”, «tirando fuori alla superficie dell’azione, togliendolo dai presupposti dell’azione e facendolo apparire allo scoperto, l’individuo stesso, di cui l’azione non è che un momento di vita».[7] Ma l’esperienza giuridica, come sopra accennato, non è il fine assoluto, è solo la preparazione dell’esperienza morale. Volere il mondo umano nella sua unità e volersi individuo in questo mondo umano non realizza la profondità della volontà stessa. Solo l’esperienza morale, la volontà che giunge nelle profondità dell’atto, conduce l’anima nel proprio dominio, «nel dominio di sé stessa», dove la vita scorre «secondo le inclinazioni della volontà, che vuole appunto vivere la vita nella totalità e nell’ordine dei suoi interessi e dei suoi fini umani».[8] Questa via presuppone il coraggio di accettare il dovere di giungere alla coscienza più profonda di sé stessi, di farsi carico dell’imperativo che giustifica la libertà e la volontà, di assumersi la responsabilità che rende veramente umano l’uomo: compiere la vita nella sua verità. Per realizzare tale virtù e tale libertà bisogna vincere le tentazioni che assalgono la volontà nel momento in cui si esprime l’azione: ciò significa, da un lato, superare le tentazioni delle vie che, seppur facili, non conducono alla realizzazione dei fini ed interessi più profondi della vita, dall’altro, lottare contro l’impotenza derivante dalla rassegnazione agli automatismi dell’agire[9] e rendersi pienamente consapevoli dell’azione necessaria. L’individuo si accolla l’immane peso di creare l’esperienza giuridica e l’esperienza morale e, comunque si trova, da un lato, a scontrarsi con l’ingiustizia della società, la superbia, l’egoismo dei “coesistenti”, dall’altro, con le paure, le debolezze, la vanità, l’impotenza del proprio essere. Il diritto può essere ingiusto e la società spesso è oppressione dell’individuo. L’esperienza morale è incapace di assorbire nel suo atto tutta la vita con le proprie forze. L’uomo, condannato all’attimo sfuggente del piacere dei sensi e delle passioni, aspira all’assoluto ma dispera del finito, della sua insufficienza e inadeguatezza. L’individuo vorrebbe la “vita infinita”. Tutto il suo essere tende a questa segreta, misteriosa aspirazione; questo immutabile e perenne slancio umano è connaturale alla volontà, anzi, come direbbe G. B. Vico, rende umana la volontà dell’individuo. Ma l’individuo è sommerso dall’ “incontentabilità della storia”, dalla contingenza del tempo e delle passioni, dal dolore della vita derivante dalla condizione del finito. Perché allora condurre il peso di una vita umanamente vissuta? È forse troppo grave il sacrificio che si chiede all’individuo, ovvero essere profondamente sé stesso, realizzare la vita etica?Perchè imboccare la via dell’Enigma, perché sostenere il peso del Nomos? La risposta è tanto semplice quanto paradossale!Non è possibile sfuggire alla domanda più umana, affascinante e misteriosa: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Il senso misterioso della vita scorre nelle vene, ossigena il cervello, i pensieri, le intuizioni: è il nutrimento stesso della vita, è l’uomo stesso. Non è possibile sfuggire alla vita etica! L’azione per essere veramente umana deve nascere, nella sua profonda ragione d’essere, dalla fede che ognuno di noi è parte di quel Mistero e che esso è in noi. L’individuo ha il dovere di farsi veramente uomo, passando per le sofferenze dell’azione e della volontà, per le sofferenze della sua “storicità” e finitezza: la catastrofe del dolore è legge di necessità che conduce il soggetto a quel pensare umanamente che per Vico è la matrice stessa del volere. I valori e fini profondi della vita, la realizzazione della via etica, «danno concreto valore e significato umano sia al mondo della vita comune e sociale sia alla vita dell’individuo».[10] In tale prospettiva il sacrificio dell’azione, il sacrificio che la storia e la vita concreta richiedono, nella sua segreta giustificazione, non è che espiazione, intesa come accettazione del dolore che diviene sacro tramite la preghiera. E l’individuo, come visto, non si rassegna a vivere passivamente la storia. Egli ha un ruolo di grande responsabilità: in ogni singola espiazione ci si accolla una parte della «colpa e della croce di tutti» in un ciclo tetraedrico di azione-dovere consistente in «pregare espiare risorgere e vivere».[11] Questi quattro momenti hanno per base la fede e l’amore per Dio. Il dolore dell’immane distacco dalla perfezione può essere colmato solo dalla fidente e operosa accettazione della chiamata di Dio, la quale risuona incessantemente nell’animo umano.[12] È dovere riconoscerla e convergere al centro della perenne vibrazione dell’Eterno. Quando l’azione diviene vocazione, espressione totale dell’essere umano, si segue la segreta direzione che la natura reclama, risuona nel sangue l’ebbrezza della libera spontaneità, non vi è più differenza tra libertà e necessità, si compie il destino dell’individuo[13]: vita devota alla vita. Giuseppe Capograssi, ricollegandosi alla matrice di tutte le religioni, al seme della Tradizione, ci insegna che la vera rivoluzione, nella ciclicità del suo significato profondo, non è esteriore ma interiore. L’uomo deve sì immolarsi, ma per sé stesso, non per idee imposte da movimenti o pseudofilosofie e ideologie che non hanno il fervore e la forza del pensiero derivante dall’experire. «L’umanità è una immensa ricchezza di forze spirituali continuamente condannate a sacrificarsi per fini troppo inferiori ad esse e tutti dominati dalla legge del proprio sparire e quindi della morte».[14] Qui l’Autore mostra la tragicità della condizione umana: tutti i fini sociali, compresa «la creazione di un libero regime sociale di giustizia, sono fini relativi, irreparabilmente relativi, perché alla fine sono finalità di assetti storici, di assetti sociali, che vengono a rimpiazzare assetti che li hanno preceduti, e che moriranno anch’essi distrutti da altre condizioni, distrutti dalla stessa morte, che hanno in sé come creazioni storiche».[15] L’eroico e il santo di quella energia spirituale si disperde e all’individuo non resta che il sacrificio, solo la croce. La proiezione di tali forze verso fini transeunti rende il sacrificio fine a sé stesso. Il sacrificio, comunque, ad un certo punto della sua sperimentazione, diviene per l’individuo il pretesto per abbandonarsi allo scorrere della vita, per svegliarsi dal torpore della coscienza proiettata verso il passato e verso il futuro e mai verso il sacro presente. La dissipazione delle finalità sociali, la vittoria dell’individuo sull’incanto del sociale prepara e conduce all’umano: l’individuo è costretto a scoprire le vibrazioni profonde del proprio essere, la semplicità dell’umano, il richiamo dell’infinito, che rappresenta la sua regalità e il suo destino. In altri termini, il soggetto, nel momento presente del sacrificio, scopre l’umanità, la compassione, l’amore, la carità, la preghiera, Dio. Scrive Capograssi: «Il soggetto si accorge alla fine che è andato cercando e va cercando Dio. Tutto il suo lottare e il suo sforzo per arrivare a liberarsi di tante cose è un lottare e uno sforzarsi per arrivare a scoprire in sé questo rapporto di conversione di attesa di fiducia in Dio. E questo è pure il momento in cui l’individuo, accorgendosi dell’esistenza di Dio, si accorge dell’esistenza sua, di lui, dell’individuo, e scopre in questo suo rapporto con Dio la chiave di tutta la sua storia».[16] Ecco il paradosso dello strazio e dell’inquietudine dell’individuo: tutto l’assoluto che ha inconsapevolmente cercato non è altri che Dio. L’individuo non deve rinunziare a sé stesso, deve con coraggio, eroicamente, direbbero Nietzsche ed Evola, compiere il proprio destino, realizzare la matrice del proprio essere, il dovere universale connaturale all’esistenza: la corrispondenza intima tra molteplicità ed Unità, accettando la chiamata del profondo mare del Kòsmos. La via della resurrezione passa soltanto attraverso la preghiera, quel sacrificio che è contemporaneamente «vera disperazione» e «vera speranza», espiazione ed estasi, «cosa più terribile» e al contempo canto «più soave».[17] Compiuto il dovere con sé stessi, anche esteriormente la rivoluzione è compiuta, se di rivoluzione si può parlare; per una segreta legge divina il germoglio affiora dalla terra se nutrito con cura e amore. Per concludere con le bellissime parole di Capograssi: «…bisognerebbe che ognuno, che sente il pericolo, pensasse a rieducare se stesso, la sua coscienza morale, il senso della legge morale, il senso del dovere verso la vita, il senso dell’estrema serietà della vita, nel significato più semplice ed elementare della parola. Cominciasse a pensare seriamente a se stesso, a riscoprire il suo cuore, a mettere in pratica il gran monito del libro antichissimo: omni custodia serva cor tuum, quia ex ipso vita procedit».[18] In un’epoca in cui il nichilismo ed un relativismo deresponsabilizzante e liberticida, nella loro impalpabile, e quindi ancor più pericolosa, inconsistenza, dominano le menti e le anime, come verme nascosto nel profondo delle essenze e delle coscienze, il recupero degli insegnamenti di un maestro come Capograssi, il recupero di un pensiero nato dalle smisurate altezze della meditazione, è luce che rivela il perpetuo scorrere, pulsare e trasformarsi della vita nella immanente testimonianza della continuità ontologica dell’Eterno. C’è tutta una vita da vivere e una Legge da scoprire: sia compiuto il destino. Tale la poetica della vita! [1] L’espressione è di S. Cotta, Giustificazione e obbligatorietà delle norme, Milano, 1981, pp. 128 e 131. Si veda, G. Capograssi, L’esperienza giuridica della storia, in Opere, III, Milano, 1959, pp. 287-288, dove l’A. scrive: «La natura che costituisce il contenuto del diritto naturale è proprio il fine unitario e universale della vita che è immanente a tutte le formazioni della vita concreta e costituisce l’unitario sbocco, il porto a cui tutti i movimenti portano. Il diritto naturale si chiama così proprio perché è l’affermazione e quasi si direbbe la scoperta del fine unitario e universale, che spiega la vita nella sua unità, anzi che pone la vita come direzione unitaria al di sopra delle volontà arbitrarie dei soggetti e delle passeggere combinazioni degli interessi. Il diritto naturale accompagna tutta la storia dell’esperienza giuridica perché è proprio l’affermazione consapevole del destino unitario che regge la vita e tutte le forme dell’esperienza che ne sono la determinazione, e che si formula in modo espresso, assume espressione razionale e logica e si manifesta in sistema di determinazioni logiche e ideali». [2] G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto (1937), Milano, 1962, passim; si veda anche la precisa introduzione di P. Piovani, pp. III-XXXII. Il diritto è votato a scoprire i principi, i valori, le idee umane, le idee che rendono umana l’umanità: la scienza del diritto diviene, quindi, scienza della vita. [3] P. Piovani, Introduzione, cit., p. XV. [4] In tale prospettiva l’interpretazione giuridica ha il compito di riportare la norma alla totalità: «interpretare significa accostare la norma alla vita, rendere la norma assimilabile alla vita». Per approfondire, si veda: G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto, cit., pp. 113 ss., ed anche G. Zaccaria, Il problema dell’interpretazione giuridica in Giuseppe Capograssi, in F. Mercadante (a cura di), Due convegni su Giuseppe Capograssi (Roma-Sulmona 1986). L’individuo, lo stato, la storia. G. Capograssi nella storia religiosa e letteraria del novecento. Atti, Milano, 1990, pp. 347 ss. Il corposo volume che raccoglie gli Atti dei due Convegni del 1986 è opera importante per avvicinarsi al pensiero del nostro A. [5] G. Capograssi, Introduzione alla vita etica (1953), Roma, 1976, p. 68. [6] Ivi, p. 67. [7] Ivi, p. 76. [8] Ivi, p. 84. [9] Sul pericolo degli automatismi sociali agenti sull’individuo, e sul processo di disindividualizzazione dell’individuo, si veda: G. Capograssi, Incertezze sull’individuo, Milano, 1969, pp. 88 ss. e soprattutto pp. 125-161 e 198 ss.; sui bisogni dell’individuo, pp. 200 ss. L’opera raccoglie e ripubblica saggi scritti dall’A. tra il 1950 e il 1955. [10] ID., Introduzione alla vita etica, cit., p. 60. [11] G. Capograssi, Opere, vol. III, Milano, 1959, p. 168. L’opera completa di G. Capograssi è stata pubblicata nel 1959, in 6 volumi, dalla Giuffrè, a cura di M. D’Addio ed E. Vidal. [12] Scrive Capograssi nei Pensieri a Giulia, rievocando il periodo giovanile senza fede: «Che cosa ero io?Non ci posso pensare: ero veramente un uomo finito, senza speranza e senza verità, senza regola e senza letizia, senza vita e senza amore. Ero un disertore della vita e della verità e della norma. Ed ecco che a poco a poco, per le sue vie coperte, dolci, insensibili, il Signore delle misericordie ha voluto (per prodigio della sua Carità), chiamarmi a sé: quanto ho aspettato, quanto ho patito, quanto ha lavorato prima di avere nelle sue mani, docile il mio spirito notturno!». «Avevo nostalgia dell’amore: avevo desiderio profondo e incoercibile di amore: amavo di amare, come dice Sant’Agostino. E ponevo la sede dei miei sogni, il covo del mio avvenire, non so dove, e mi fingevo nella mente qualche cosa di indefinibile, di non fissato, di sparente, un ideale che mi incantava e mi sfuggiva, che mi consolava nel pensiero e mi straziava nella vita…». [G. Lombardi (a cura di), Pensieri a Giulia, 3 voll., Milano, 1978-81, vol. III, pp. 29 e 18]. [13] Si veda, G. Capograssi, Incertezze sull’individuo, cit., p. 18 e ss. [14] ID., Introduzione alla vita etica, cit., p. 181. [15] Ivi, p. 179. [16] ID., Incertezze sull’individuo, cit., p. 207. [17] Ivi, p. 191. [18] Ivi, p. 160.