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GLI ACQUERELLI DELLO SCIROCCO di Marcello Scurria

Il 04 febbraio 2008, Palermo è stata invitata alla Prima dell’Operapoesia “Acquerelli dello Scirocco” nella Chiesa SS Salvatore sita in Corso Vittorio Emanuele, 398.
Io sono giunto in anticipo, perché quando capisco che ci sono manifestazioni importanti – mi sbaglio quasi mai sulla qualità dell’evento – mi emoziono a tal punto da fare o troppo presto o troppo tardi. A volte sbaglio indirizzo. Sono fatto così. 
Quindi, l’auditorio era vuoto e il poeta Tommaso Romano, l’autore delle liriche, dava istruzioni sulle luci ai tecnici della ripresa e non risparmiava accenti ai tecnici. Seduto al pianoforte in redingote, come potevo sbagliarmi, provava in sordina il pianista Alberto Lo Cicero. L’autore delle musiche, il compositore Mario Modestini, invece era tutto dedito alla pubbliche relazioni. Io conosco lui, ma lui non conosce me. E va bene così. La sala andava gremendosi e anch’io approfittai per salutare i miei amici che mi chiedevano di Tommaso Romano, perché ho pubblicato un saggio su “Le Cose dell’Uomo ovvero la poesia di Tommaso Romano” che dimostra quanto fosse giusta la mia spontanea irrequietezza di genuina agitazione.
Lui, era lì, seduto sotto l’altare, sotto la grandissima cupola ovale affrescata, accanto le pissidi e le patene e l’ostiario, sotto le luci dei riflettori che illuminavano l’intervista in corso del giornalista, microfono in mano e telecamera professionale dell’operatrice semovente. Cioè, una situazione che mi affascina e che vorrei deputata soltanto alle persone giuste nei posti giusti, proprio come è l’ingegno multiforme e poliedrico del Poeta Tommaso Romano.
I due microfoni sono innanzi la platea, al centro della scalinata. Attendono la lettrice, la palermitana e bravissima Stefania Blandeburgo e la cantante Giorgia Meli, classe 1979, cioè ventott’anni portati benisssssimo e una voce capace d’intonare dal soprano allo swing, passando per vocalismi molto vicini agli armonici, difficili da tenere, con alzate d’ottava in crescendo ma anche improvvise fino al falsetto e passaggi in eccedente da far venire i brividi. Brava! Brave! Bravi tutti!
La (favolosa) serata è il frutto di un’attentissima preparazione della “Compagnia delle Sedie Volanti” alla quale ha dato la sua voce maschile il lettore Umberto Cantone, un attore famosissimo che è tra i fondatori dello Stabile di Palermo e attualmente il vicedirettore del Teatro Biondo. 
Intanto, noi che entriamo possiamo approvvigionarci di libretti, saggi e schede di prenotazione. Occhio e croce ci sono quattrocento posti a sedere e alla fine della recita, mi rendo conto che c’è gente che sta in piedi e che tanti hanno occupato i gradini disponibili a sostenerli.
Questo prologo è indispensabile perché ciò che scrivo ha estremo bisogno di un’ambientazione, di una sorta di sceneggiatura che faccia intuire al mio lettore che il tempo, il ritmo e la recitazione, hanno cambiato l’egemonia del tempo e dello spazio, che si è modificato in esperienze icastiche differenti, dove l’opera d’arte è tanto il soliloquio nel cronotopo dell’attore, quanto il complessivo estendersi del ritmo che cambia la parola, che abbisogna addirittura di improvvisarsi in versi che non leggiamo nel libretto e che trasfugano insieme alla colonna sonora, o che s’intonano nell’unisono o che si compulsano fino all’eccedenza di una locria o si aprono all’infinito di un accordo maggiore che non c’era durante la lettura solipsistica, forse neanche esisteva nell’originario spartito di Modestini ma che la calzante voce della Meli incalza e insegue fino a trasfigurare il testo. 
Beh, bisogna avere corde e dita, e scusate se è poco. Perché bisogna leggere quanta atmosfera si è creata e ricreata, quanto feedback si sono materializzati per dissacrare l’ordine precostituito di quest’Operapoesia che è come una pennellata dolce, d’acqua come l’acquarello, al qual non è possibile correggere i tratti, perché gli Acquerelli dello Scirocco sono come paganini, non ripetono.
Vi confesso la mia soddisfazione ad avere scritto questo paragrafo tutto di seguito e che lo leggiate tutto d’un fiato, perché il movimento del pennello che striscia&colora e accarezza la tela è nello spettacolo di questa Prima, dedicata a chi è capace di intenderlo e non soltanto ai più che sono capaci di apprezzarlo. Ci vogliono orecchie per sentire ciò che può essere un possibile quadro per chiunque voglia usare testi musica, poesia e forza espressiva per dipingerne uno all’istante.
Avete mai sentito strisciare un pennello d’acquerello? Beh, la Blandeburgo l’ha detto e io, modestamente, ho visto il metaforico pennello mentre colorava la tela di un folgorante calendola.
Questa Prima, fa la differenza. Anzi, ne fa molte, perché è la Prima Tela che si dipinge con le parole, la cui forza è disarmata; è la Prima Operapoesia con suoni e le ambientazioni che naturano lo spartito musicale fino a definire la morfologia della manifestazione in sé, dove la potenza creativa è una filogenesi che si evolve nel tempo e nello spazio di un “fa” martellante, metronomico che salta come un elettrone il campo quantico della materia per modellarne un’altra, esattamente come il “fa” salta fino al “fadiesis” per diventare una altra cosa.
Gesù disse che ci vogliono occhi per vedere e orecchie per sentire. L’Operapoesia rende benissimo la opera-creta alla quale si alita la poesia-vita. Quindi, Operapoesia sinonimo di Anima-Corpo.
Ci vogliono decenni per scrivere liriche come sa fare Tommaso Romano; decenni per suonare il pianoforte come Alberto Lo Cicero; decenni per recitare/leggendo come Umberto Cantone; decenni per trasfigurare il testo in emozioni come sa fare la Blandeburgo e decenni per cantare come la giovane Meli che sembra una “enfant prodige” sebbene non lo sia, perché canta da quando ebbe quattro anni ed altri venticinque ne sono trascorsi di studioso talento per farla sedere alla tavola rotonda della “La compagnia delle Sedie Volanti.” 
Una manciata di artisti (ergo: nel senso che la quantità è di tutti, mentre la qualità, è invece di pochissimi) capaci di produrre qualità e dare incontestabile risalto al valore assoluto della bellezza, essendo, in verità, Bello ciò che è Bello e non, come erroneamente si crede, ciò che piace. Quindi, la Compagnia delle Sedie Volanti, la cui arte è spasmodica ricerca della perfezione. Uomini e cose in posa antagonista contro i canoni della riproduzione che svilisce la poesia, isola il canto in isole mercatali, tradisce la musica e ferisce, fino ad ucciderla, la parola. Invece di credere che questi elementi tutti insieme non possono convivere e interagire fino all’invenzione di un Genius Loci, la Compagnia delle Sedie Volanti in gli Acquerelli dello Scirocco provano il contrario dissacrando il presente commerciale creando qualità, esoterismo, sicilianità, amicizia, storia romana, cristianesimo e soprattutto modernità. 
Cioè, l’immaginifica e superbamente icastica tela, simile a un miraggio che promana dai versi, dalla musica, con la recitazione e le parole disarmate. Come colpi di pennello all’intellighenzia, signori e signore, gli Acquerelli appunto; …dello Scirocco perchè siciliani, cioè caldi, caldissimi di virtù, pieni d’umanesimo e d’amicizia, di colori e profumi d’aromatario. E scusate se è poco. 
Quindi, se siete pronti a volare sopra le vostre sedie magiche come tanti baroni di Munchausen, allora, e vi prego di verificare riascoltando il cd, dovreste chiedervi se gli “Acquerelli dello Scirocco” dall’inizio alla fine della concertazione, sono o non sono il prodotto di una sperimentazione che risolve nella materializzazione di un disegno cosmico? Ebbene io credo di sì. Anzi, sì, sì, decisamente sì. 
Un graffio alla tela, comunque, mi è dovuto. Mi è scappato il pennello graffiando l’encausto. Ma è colpa mia e me ne assumo la responsabilità. 
Siccome credo di avere capito bene, allora avrei deciso per una concertazione interattiva del palinsesto fino al parossismo dell’ordine, fino all’omeostasi che strabilia nell’esaustione di tutti gli attori e di tutti gli elementi in gioco che creano il cielo nella stanza; una continuità senza soluzioni che sia la filogenesi formante il Cielo sugli Acquerelli, capace di racchiuderli e di contenerli proprio come un panorama davanti agli occhi è delimitato dall’orizzonte planetario. Dunque una tela che a mano amano si colora di pensieri mentre gli unici a stare fermi siamo noi, spettatori trasmutati, ognuno col proprio cielo acquerellato di creatività personale e talento interagente degni di miracoli! Disse Miguel de Cervantes facendo parlare l’iperuranio della fedeltà nei sogni: <<Se un cavaliere errante diventa pazzo per un qualunque motivo, grazie tante! Il bello sta ad impazzire senza qualche motivo!>>
E la Compagnia delle Sedie Volanti disse: <<Che siano Acquerelli, gli Acquerelli dello Scirocco!>>
C’è ansia dell’attesa, nell’aria. L’aria, però, è buona perché a Palermo, alle h.21,00 c’è poco traffico: è l’atmosfera calda-umida del clima mediterraneo dai toni michelangioleschi del Giudizio Universale imbibiti di salmastro e Stupor Mundi.
C’è ansia nell’aria; è l’ansia della prima Operapoesia. 
C’è ansia nella gente. La gente la porta con sé. Sono secoli ormai, che la gente si fa guardare come se gli altri fossero uno specchio sul quale riflettersi. Ma noi ci piacciamo. Loro ci piacciono: il frac, i vestiti serali, la giovinezza e l’eleganza che l’incarna di femminilità siciliana, la classica austerità di Tommaso Romano che sprizza passione appassionata d’essere e dell’essere, l’impertubabilità di Mario Modestini, gli esercizi in sordina di Alberto Lo Cicero, tanto per sgranchirsi. Noi non le vediamo, ma nascoste da qualche parte all’interno dell’abside ci sono quelli vocali di Giorgia Meli e Stefania Blandeburgo e Umberto Cantone rispettivamente la cantante e la lettrice e il lettore che metteranno le ali alle “Sedie Volanti.”
C’è ansia nell’aria, perché la sala è piena e ancora non si comincia... finché entra a passo di fata Stefania Blandeburgo in abito da sera nero, scintillante di strassi. 
<<Il tempo era illuminato>> dice a tutti noi, in quel modo caldo e vivo da preludio gentile all’orecchio che sa ascoltare fino al sublime della lirica. Mentre legge Tommaso Romano, Stefania fa pause, ci sta preparando all’ascolto totale. Anche la platea ha i suoi difetti, che tra l’altro sono sempre gli stessi fino alla meta di zolla/ che attende sole.
Pausa. Il testimone passa alla cantante:
<<Il tempo era illuminato>> canta e replica Giorgia Meli, con note arabescate che elongano sul pentagramma la parola melomane, disarmata ma sottomessa all’armonia della composizione. Infatti, essa indietreggia o avanza come un refuso scientifico per intonarsi al ritmo del destino che più affascina quanto meglio il verso si armonizza con lo spartito: ingrigite atmosfere/ e carbonare ombre canta Giorgia Meli plasmando la parola al ritmo degli Acquerelli. Siamo all’inizio e questo mondo è ancora un cibreo di terra e fango, duro e ostico.
Breve pausa
<<La bambina di via d’Ossuna>> legge a tutti noi Stefania Blandeburgo, la vita che già fu di Eva e che ora /.../ gioca al fuoco al sole e al fumo/ sporca le mani d’alabrastro/ e pare aspettare/ la cometa che appare ogni secolo/…
Breve pausa
<<La bambina di via d’Ossuna>> canta e replica Giorgia Meli. Dopo la creazione primigenia, la vita è cresciuta fino alla gioia di una spensieratezza ludica uguale al paradiso. La sua voce bambina, è un canto libero che scorrazza come un genio. Giorgia Meli prende le note al volo, le respira e le colora di nuance sonore. Alla fine, pennella parole che appaiono sulla sala come una cometa di salvazione.
Breve pausa
<<Scheletri d’alberi/nel cammino di nebbia/.../S’arresta appena la vita/…>> ci legge Stefania Blandeburgo. Ha nodi in gola, piange il paradiso perduto, parla per farci sentire che voce ha il peso del peccato /.../ nell’inverno del cuore. Una voce concreta che sublima la sconfitta, come seconda dal baratro che fa eco alle corde vocali affrante e come si evince dalla sinottica ipotiposi dei gesti lamentosi.
Breve pausa
<<Lacrima/ suono liquido di chitarra/ che si perde/ nel mare di Lisbona/>> è il commovente sfondo dell’indefettibile amicizia che lega il poeta Tommaso Romano al compositore Mario Modestini a cui dedica la lirica dal titolo Acquerello Lusitano. Una lirica letta prima e cantata dopo che conclude il primo perielio dei canti. Anche le musiche concludono l’orbita di questo primo giro galattico con Alberto Lo Cicero che chiude in maggiore e tutta la platea volge lo sguardo verso l’Infinito.
Applausi. Stefania Blandeburgo si siede. Giorgia Meli, invece, si allontana ed esce di scena. L’auditorio SS Salvatore si placa sull’allure di Umberto Cantone diretto al primo microfono al quale si accosta pensoso. Sulle labbra gli leggo un segno di timore riverenziale. Il momento è fatidico.
E tuona con un voce rugosa ma suadente, calda ma distaccata: <<Viaggio Al Centro del Mondo>>.
La colonna sonora eseguita da Alberto Lo Cascio sottolinea la drammaticità del contesto, ma il movimento di membra e di imbarcazioni necessitano di dinamismo, e il ritmo di fa andante.
E’ il titolo della lunga lirica del poeta Tommaso Romano, ma anche il momento del monologo di Umberto Cantone che si trasfigura in un Sùpero, nel Demiurgo che brandisce una spada di fuoco per interrogare e una stadera nell’altra per ascoltare. A volte, il tono è implacabile perché sente la responsabilità di un compito eletto -è l’unico assolo della compagnia Sedia Volante - che a tratti si addolcisce senza perdere l’onniscienza della narrazione che si mantiene propriocettiva. 
E’ la storia di una antica guerra, una punica, dove i Romani sconfiggono Cartagine costringendo i sopravvissuti a fuggire dalle sirene /.../ quando La notte avvolgeva in un manto di porpora nera/ pianti di lutto e occhi di paura/ l’acqua inghiottita veloce/ fiele di rancorosa sconfitta/ e sangue d’onore perduto./
Quindi Umberto Cantone trasfuga, passando senza disdoro del demiurgo, a descrivere il tempo della sventura, resa ancora più amara dalla crudeltà della natura che non ha compassione per i fuggitivi. Natura, ovvero ente assoluto, più divino e oltre il narratore onnisciente che nulla può sul mondo come lo impone Dio:/.../ Scorrevano lente le ore/ al Sole che passa la mano alla Luna/ col libeccio ed i lampi/ saette di luce d’érebo,/ .../ finché in trentatré (numero biblico ed evangelico) raggiunsero Il Centro del Mondo, un ombelico di violenza che il travaglio del viaggio trasforma in Spirito di Pace, proprio come ci auguriamo tutti noi, ancora argonauti in cerca della Grazia del Padre definitiva e in eterno, luminosa.
Applausi. Veramente bravo. Quel berretto come l’elmo di un marinaio ancora sulla testa, forse Umberto Cantone ha dimenticato di toglierlo, perché lui come i marinai ha raggiunto la terra promessa.
A questo punto, le note del pianoforte echeggiano nuovamente nell’auditorio, da sole. Non è ancora una vera e propria colonna sonora, ma una ouverture che segna l’abbrivio del nuovo ciclo in catabasi. Quindi, l’Universo caduto risale dal centro insieme al suono martellante di un “fa” anacruso, picchiettato sulla tastiera come i passi che segnano di orme il cammino della rinascita. Sono passi anacoluti, cioè privi del necessario nesso logico-sintattico con un precedente costrutto, che eccedono la normalità delle cose esattamente come sottolinea il canto della Meli che elonga vocali e sillabe in unisoni eccedenti. Simbolicamente sono catacresi musicali, specie di metafore per cui il significato di una cosa si estende ad un’altra. La serie di simboli si materializza in platea e noi “vediamo” la traccia colorata del pennello scivolare sulla tela come la nota eccedente o la vocale elongata: Non si chiude/ La Torre imperlata di cobalti e cristalli/ nel pianoro verdognolo paludato di fiele/ ingorgato di viscide serpi/ di umanoidi cangianti. C’è svolta, c’è cambiamento, /gli squarci trasudano fuoco purificato./
Pausa.
<<Sta il gatto bianco/ all’Acquasanta/ scruta e controlla/>> ci legge Stefania Blandeburgo la lirica dai toni rinati e gioiosi. Veste il verso come il gatto di Charles Perrault mise gli stivali, miagolando la parola che così, si trasfigura in favola. Bravamente (il gatto) s’addormenta e si risveglia/ vigila all’erba/rimanda il sognare/ perché già sogna./
Breve pausa
<<Landa in cor s’ode/>> è il primo verso del Madrigale letto e cantato che apre la fase delle successive improvvisazioni. Non una jam session, ma diversi gradienti musicali dal leggero all’austero, dall’andante al grave. Stefania Blandeburgo e Giorgia Meli si inerpicano e scendono, si posano e si lasciano trascinare anima e corpo nei tempi dispari del Madrigale un pò classici, un pò settecenteschi e un pò sacri, come colpi e spruzzi di vernice colorata sulla tela ormai, quasi completata.
Breve pausa
<<Il mistero degli aromatari/ alberelli e alambicchi/ odorosi d’erbe e di spezie/>> legge e recita Stefania Blandeburgo fra gli ampi gesti di una semina che inonda di profumo la sala. L’auditorio, lo leggiamo sugli opuscoli, sa che il concerto volge alla fine, che le Sedie Volanti s’apprestano ad atterrare.
E’ trascorsa circa un’ora di arte sublime e manca soltanto di innestare gli Acquerelli dello Scirocco nella sua cornice, perchè come non c’è arte senza anima, non può esserci un quadro senza cornice. Disse il grande Pablo Picasso: <<Un quadro senza cornice è come un’anima senza corpo>> E l’aroma si sparge per l’auditorio. Tutti ci affrettiamo a respirare a pieni polmoni l‘ambrosia che aleggia come polline lanciato nell’aria dall’unisono perfetto di Giorgia Meli e Alberto Lo Cicero: Il mistero degli aromatari alberelli e alambicchi odorosi d’erbe e di spezie in liquidi colori alchemici, il Talmud che s’apre:/ E dall’unisono, improvvisamente il tempo (musicale) cambia in swing, risaltando altri due bellissimi versi subito swingati da Giogaia Meli Sono note allegre e, quindi, la struttura dello spartito è varia. I versi che incantano dichiarano lo scopo dell’opera: se vuoi vedere l’invisibile,/ comincia ad osservare/ a occhi aperti il visibile / sulla via delle sedie volanti /. 
Certo, ne siamo consapevoli, più che soddisfatti per la professionalità degli artisti che ci lascia basiti, come la musica di questo Mistero che letteralmente turbina, irrompe in feedback, svisa al seguito dei profumi remiganti e pollini sparsi come amori occultati al sole/ a cercare qualità. Quest’ultimo verso non esiste, ma è raccolto nell’aria da Giorgia Meli che lo canta di nuovo all’unisono, bellissimo. Questo degli aromatari è un mistero giocoso, divertito e divertente. Leggendo lo spartito, forse è proprio un bel girotondo: C/A/B/A/C/
Applausi a spellamano.
Ora che si è conclusa la rappresentazione, è il momento del poeta Tommaso Romano che è più emozionato di tutti noi e parla con la carica umana che lo contraddistingue, senza false modestie, ma con l’umiltà di Chi ha fatto di tutto per essere il migliore. E grazie a lui, Palermo con le sue coppole e i suoi carabinieri, è già migliore. 
Gli Acquerelli dello Scirocco hanno sublimato la bellezza, sono penetrati fino al centro del mondo, hanno dipinto scie di comete, hanno costruito amichevoli grattacieli e hanno seminato la Terra di epifanie e di primavere. Amore Siciliano. L’apoftegma di quest’opera è nel valore assoluto della bellezza, perché il Bello salverà il Mondo ed è bello ciò che è bello e non ciò che piace.