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Marcello Scurria - Omaggio a Gesualdo Bufalino L’Amaro Miele

Ho una pietra sul petto, una specie di lapide incisa sul cuore di questa odiosamabile vita che ho votato all’avventura ed ai suoi movimenti, ai quali ho attribuito virtù di igienica ginnastica. Con un vagito è iniziato il gioco della mia esistenza di Fenice venuta alla luce come una reincarnazione riuscita nella clausura della mia casa, dove ben presto mi cinsi da Re, accollandomi il peso di mille corone. Sogni cavallereschi si sommeranno ai diademi, alle biglie, alle spade, alle quintane recitate nel bianco falsetto, finché cambiai voce e statura, abbastanza da perdere l’innocenza. Da allora, sono certamente cambiato, perché è improbabile che un Re malsopporti le onorificenze… Vabbé, a dire il vero, quella mia è una vita da ragno e da mosca, da predatore e predato.Avvoltolato, per meglio dire, stritolato fino a non potermi più muovere e reagire contro gli eventi fatali dell’esistenza. Ultima di questi, sebbene mi è parso d’essere già morto un centinaio di volte, aspetto la morte per liberarmi da ogni catena, per essere finalmente certo delle mie odiosamabile vite. Il fatto è che, malgrado mi sia chiesto seduto a un bar di Piazza Marina il senso della mia esistenza, sono ancora vivo. Perciò volente o nolente, ho dovuto impegnarmi in alcune iniziative pregevoli per esaudire il volere iniziale di Dio che invece ho poi liquefatto pian piano, disciolto fra demoni e scope della malacìa; che la mia incapacità ha sistematicamente banalizzato, deludendo così, ogni buona intenzione del mio destino risorto dalla collina, dalle scarpate, resuscitato dalla malattia, sfuggito alle pallottole e alla fucilazione. Insomma, ho tradito l’onnipotente che ha fatto del suo meglio, pur di cucirmi addosso la storia voluta per me, da Dio. Ora, mi chiedo ansioso che grido o che caduta m’aspetta dietro l’angolo della mia immortalità, quali saranno le nuove perigliosità che mi daranno il batticuore e quali rumori dovrà ancora soffrire il mio cuore che ha resistito anche al tempo d’inverno. Ho dunque pagato il fio dovuto al mio angelo, e fra i fumi dei miei pensieri agitati, mi sono alzato alloppiato con la morte dentro alla mente, consapevole però, che anche la mitica Araba Fenice non potrà sfuggire a queste ambigue regole dello zodiaco, la quale, appena giungerà a scadenziere, la trasformerà in cenere insieme al mio volto disperso dal vento delle catacombe, putrefatto e fuggitivo. Ma finalmente saprò perché e di che cosa ho vissuto. Comunque, non è che il tempo mi è passato addosso come acqua sotto i ponti o che la mia esistenza sia trascorsa invano. Anzi, prevedo che un giorno sarò tanto famoso, da essere tradotto in dieci lingue. Mi ricordo quando ho vinto il Campiello: temevo la critica, avevo paura dell’immediato futuro che immaginavo come acqua nera versata sulla mia diceria, un secondo dopo la fine del soliloquio… Ammesso che me lo lasciassero finire, il soliloquio… Ero un dio spaventato, tormentato dal dolore e convinto più di un mulo, che non avrebbero mai capito la verità del mio cuore. In effetti, senza essere uno di noi, uno della Rocca, è difficile amalgamarsi con le mie sofferenze… Ma subito mi rincuoravo; come se professassi la filosofia del nominalismo, le dieci lingue erano voci tanto distanti dal giorno del Campiello che pensavo ai miei interlocutori come diavoli fortunati di non poter subire o sopportare le correzioni di un autore morto. E’ vero, ne ho fatto di strada, se il faro rotondo di Comiso antica si è spento da tempo e neanche mi è amica. Lei non mi ricorda. Invece, io non mi ricordo il deserto, né la cupola vuota del monte di fronte, che vedi lungo la ruota di ferro che corre desolata, sul finestrino. Seduto sul crocchio ferroviario che sferragliava tra il mare e le montagne, mi venne come un apoplettico sonno: un fiume nero che trascinava il diluvio e tracimava il cemento inondando il mondo dappresso, irriconoscibile, sconosciuto… Ovunque, mi pareva un obitorio desolato o una brutta maniera per familiarizzare con la morte anche i disegni dell’anima. Il treno finalmente si fermò alla stazione di Comiso dove scesi solitario il primo gradino. Alla fine del predellino, mi trovai in piedi nel pomerio fra le rotaie e il mondo, con la valigia di similpelle annodata al lazo e i miei pensieri che ruminavano sui tempi moderni il delirio di un fauno cornuto. Che incubo ad occhi aperti! E’ ovvio che non era più il mio apoplettico sonno: il treno era appena ripartito. Insieme al convoglio sparì sul colpo, come una cengia si stacca e precipita dalla roccia ammutolita dalla privazione, tutta la mia fantamemoria di bambino che era sopravvissuta, fino a quel momento, nei barattoli sottovuoto della mia alienità di superstite. A trentanov’anni, per la prima volta mi meravigliai di cosa mi accadeva intorno. Anzi, di cosa non mi accadeva! Ero di stucco, impietrito dall’odore di suburra che aleggiava nell’aria intrisa dal caligare dei convogli comitini, specie ferroviaria tutta isolana di inimitabili panchine d’altoforno con le ruote di ghisa: l’afrore controvento era trasportato da una arietta apolide, un olezzo di terra intercotidale, quale mi parve che fosse diventata la Sicilia senza il frizzante odore degli agrumeti, costretta a galleggiare a forza in un mediterraneo in fase di rigetto. Non dovevo tornare. Ho sbagliato - pensai. Non c’era neanche mia madre a raccogliere le mie ossa alla stazione; forse avrebbe preferito trovarmi nella valigia pronto per essere cremato… Brutti pensieri mi cerchiarono i lobi e una melanconia, da uccello colpito e ferito, mi rallentò il cuore. Era l’ennesima pazzia del mio superbo e timido destino giunto al capolinea e insoddisfatto come sempre. Incompreso, tento i miei gesti primi come il bambino a mezzo maggio sporge il piede bianco nel mare gentile, per raggiungere un pullmann e partire da Sesta, per salire sul filobus che correva dietro la stazione, forse per tornare casa, come mi convinsi, ahimé, che era la cosa migliore da fare. Ero troppo stanco per ricominciare, e con la brutta abitudine di tornare sempre al punto di partenza, mi mordo sempre la coda… Alla fine del turbinìo, a mala pena sollevai il peso della mia misera valigia vuota, e piena di ricordi del sanatorio, per incedere i primi passi sullo stretto marciapiedi dei miei tempi moderni, dove solo Dio mi faceva compagnia per non farmi morire di abbandono. A questo punto, sentii squartariarmi le costole come se una creatura mi stesse per uscire dal torace. Però, tra le fitte d’infarto, il cuore mi batteva forte e sano come un mantice della fabbrica. Anche se le mie costole si liquefacevano nel dolore di un supplizio che era dell’anima, capii che non sarei morto. Con l’esperienza di tisico che ho, figurati… Il dolore era lì, fra le costole di destra, stretto fra i pugni e il torace: un empiema s’agitava come un frattale sotto la pelle smossa dal terremoto. Strappai la camicia con le unghia e vidi l’incredibile infanzia mia – ero proprio io come in una foto che si rimira nostalgica nell’album buono di famiglia - fuggire dalla cavatoia lacerata nel soma che la tratteneva. Appena il bimbo linfatico uscì come pudenda innocenti dal bizzoso garbo, la malizia mi evase fra le dita per insediarsi sul trono al centro della mia fronte. Improvvisamente, ero divenuto adulto! Come cemento di cava fresca, ogni goccia d’elisir di gaiezza, raggrumava all’istante la gioventù sui miei deboli nervi rasserenati dai ricordi: vidi le mie orbite piccole, cristalline di gioia, abbacinate dalle bolle di sapone prillate dal sole, finire sui chiodi dei ficodindia e scoppiare. Allungai la mano lungo il tenero itinerario di vento. Mi parve d’impazzire: ci giocavo a tre anni. Poco dopo ero all’Ippari Vecchio, il bianchissimo greto a cui ho consegnato la mia infanzia, a cui ho raccontato l’empia novella, a cui ho lanciato la pietra del mio cuore... Di nuovo la mia mano adulta faceva l’esca ai ricordi che invece, mi abbandonarono come un estraneo. Oh, quanto mi addolorai tremendamente per il bambino che svaporò dalle costole e dal cuore! Frattanto, il mio dolore corse come biglie del pallottoliere assommando d’un colpo tutti gli anni che erano svaniti dalla mia incredibile età: Trentanove! Dio mio! Il comprendonio degli altri non ha questi trampoli, non sperimenta i botti del tempo. Appena toccai la terra di Comiso i sogni svanirono con il dolore al costato, e la malattia tirò il totale senile. Mi sentii più vecchio, incredibilmente di più. Che calende!, tutte in una volta! Eppure, lo squartariarmi, lo rivorrei di nuovo, dieci, cento volte ancora pur di riavere la mia infanzia nel petto, la mia innocenza nel cuore, il mio coraggio spensierato nelle gambe… La cosa più esaltante che può capitare nella vita è capire perché bisogna faticare cosittanto per tornare bambino. (Pausa) Dunque, cosa stavo dicendo… ah!, allora afferrai la malacca e solo m’incamminai verso casa sempre più certo che mille nemici avevano rinchiuso i miei genitori nella angusta galera d’attesa, sbarrando la porta coi loro piedidiporco per cavarne i sentimenti. Ero sicuro che fra me e il paese di mezzo, lupanari di carta canonica, frattanto scaltri, svegli e feroci, mi aspettavano al varco per giocare all’arancia meccanica, facendomi la posta in veste di poliziotti, di mendicanti o sicari. Mi mossi; e camminando camminando, una vivida memoria visiva iniziò la moviola sopra le mie scarpe sdrucite, invecchiate di pietra pomice e lise dall’impavida speranza di sembar vivo, mano nella mano con il morbo addosso. Ricordai; la rividi come la lasciai quando il tempo era attivo guardiano di tutti i contorni, di ogni crocicchio, di ogni fontana, dell’acqua a cannolicchio stanca di scorrere sulla pietra, impaurita custode di ogni bellezza comitina tentata dalla rovina. Mi venne la collera. Dentro le mie viscere era ancora rimasto l’enzima della terra, il sapore del sale, l’uccello dalle piume turbolente, coraggiose di cuore, quanto bastò per dispiacermi moltissimo delle inerzie che temevo di trovare e che purtroppo trovai sui nuovi passi. Mi fermai dietro l’angolo, sotto il gherone che teneva la vela bandiera ancora senza nome sui colori italiani strappati. Lì, stavo fermo pure per l’agone prematuro, con gli occhi all’aria, impietrito vidi la Comiso improvvisata allo sguardo ramingo sui peli, sulle unghie, sui licheni che hanno smesso di germogliare. Lì, c’era una statua, pensai, e mi volsi verso il ricordo di marmo e vidi dal labbro della statua pendere fiacca una goccia e la meridiana dell’intonaco scambiare mezzogiorno per mezzanotte. In effetti, dovetti arrendermi al deserto: il cuore di Comiso s’era fermato, si faceva beffa dei miei solitari silenzi di pietra e frattanto, il mio cuore pompatico soffriva l’alienità. Ero come un Adamo che ricordava d’essere stato scacciato dal Paradiso Terrestre. Per questa terra sfasciata dall’afa, rozza terra latrante, i miei lobi s’impegnarono a ricordare come un uomo, avanti e indietro nel tempo, cominciando dai miei disegni sui carri, quando elucubravo la mia storia di prode dei carri rusticani. Allora, memore di quei pennelli, pensai al Grifone grottesco venuto dall’arabo scranno usurpato alla mia Fenice. Di nuovo vidi l’uccello gigante, appollaiato sulla maligna gobba gonfia di sangue, con gli occhi nocivi e rutilanti di desiderio. Io morii alla sola leggenda!, e sfuggii il suo sguardo di basilisco fra le penne loricate da usberghi e planopie d’argento, d’oro, d’avorio e di bronzo. La paura del Grifone non era fatta soltanto dell’ansia di uno sguardo assassino: gli speroni di dietro sono detti “unghia coltello”! Al malaugurio brillavano come ciondoli d’oro dietro alle zampe rapaci, nodose di nervi pronti a scattare come fulmini e lampi. Con un balzo e un battito d’ali d’aquila, il leone di testa mi avrebbe azzannato anche sopra il carretto dei pupi; con le unghia taglienti mi avrebbe sgozzato fra sputi e zampilli; con la picca rapace squartariato la schiena all’intero carro dipinto di orlandini e lipizzani già morti e tabuti per averlo fissato negli occhi. Io scappavo dal basilisco per morire con onore in una tenzone di rabbia e d’amore, ma il brivido d’orrore mi tese le dita e strinsi la presa sulla malacca come se avessi davvero la Durlindana. Il Grifone era ancora vicino, appollaiato fra i sassi, allerta, per aggredirmi caparbio e mordermi al petto con la sua picca ricurva, incurante del crocifisso che sono e che non può difendersi, ferito nel buio della notte da un sogno rapace. Allora m’accorsi che l’efébo morfeo era finito e che la malacca m’aveva storpiato la mano come al barbiere maldestro, il tagliente leccone. L’incubo svanì nella realtà sudata e ansante del mio risveglio da sonnambulo viaggiatore, sotto la vela bandiera, vicino alla statua che parea dirmi d’acchitto: “Ma allora, anche Guerrino il Meschino s’è salvato!” La statua guardavo, esterrefatto per la metamorfosi, con i miei occhi di santo Michelangelo, capaci di fare il miracolo, di dar vita alla pietra. La montagna era troppo alta per me, ma non per lo sguardo buonarrotesco che gli ficcai dritto diritto negli occhi: Cha fa, non l’avete capito? Sono io Guerrino il Meschino!” gli urlai “Quando verrà la morte, non avrò paura della mia delizia lenta… lenta di finire se l’angelo fra le cortine mi fa cenno ch’è giunta la fine!” Finalmente aprii gli occhi alla vita. Ma ogni volta che il cielo si offre limpido al mio sguardo, mi sento un angelo serafino con un’ala sola. Sento la voglia di volare remigarmi nel tempio senza fare neanche un passo d’airone; sento il ganglio delle catene infernali e i leviatani di carta canonica che mi hanno esiliato dalle luci sapienziali di sacro; sento il peso della miseria indolente; sento l’ala mancante non battere l’aria e sbandare alla deriva, come un quaglio schioppettato nel cielo che rema d’un lato, e poi per terra, a razzolare per tutta la vita se i denti d’un cane non gli strappano l’ala che resta; sento il gusto dolce del miele dell’anima, farsi fiele versato sulle speranze di un illuso apireno. Ah, basta! Non ne posso più d’essere un gallo facinoroso col sole in pugno a far subbuglio di piume d’oro! Alt! Voglio finirla subito con il mio Giuda traditore che inventa l’Amore, che interroga al buio con le dita, che crede inverosimile la vita, che vuole la fedeltà dei sogni ogni giorno di fredda festa, ogni notte di Festa Breve. Prendo per mine i miei errori e per aria pura la bonaccia che soffia. Poi, respiro fino a scoppiare delle mie correzioni e gonfio di me, spingo il sangue a forza nelle vene, saturo di speranze e di rose che nasceranno rosse dalla merdaglia. Con questa speranza, ogni mattina degna del sole di un qualunque domani, mi guardo allo specchio, sento l’acqua che scorre e s’imbuta nella sentina. Nel terrore che vedo, vorrei avere un fratello uguale a me, un gemello che facesse il burocrate salvaministri, il quale, scaricando barili peggio di un apofantico tauro, riesca in tutto senza dire niente; un facchino che di nascosto ne sappia più della maligna Fratantonio. Meglio che trovarsi agitato nella volgarità, sfottuto nella beffa dei miei solitari silenzi di pietra. Che difficile costrutto è il mio, da gladiatore o da spartano, manco mi credo capace di alzare una mano quando la vogliono per dire la mia. E allora la spada, Caligola, la folle follia, le musmmé del decamerone, i mangiabambini, le orche e erinni, le reti del gladiatore simili a quelle di un ragno… Che difficile uomo che sono! Però, lo sono!, un uomo! Anche se mi bagno nella battigia, ma non mi immergo perché temo le ire del tridente ancora depresso per Scilla e Cariddi, sono un uomo lo stesso! Infatti, potrei raccontare dell’Ippari Vecchio, bianchissimo greto, fiume di vento, che mi prese fra le sue spire e mi vide nuotare fra le prode. Per chi non lo sappia, ci vuole un coraggio d’eroe per nuotare nell’Ippari! E’ che è mia abitudine barare sulla scacchiera della vita e quasi sempre non credo di aver capito tutto! I Qui Pro Quo, mi piacciono, non finiscono mai di stupirmi. Dunque, sono un uomo dal cuore debole, sorta di macchine o Capricci per soffrire di meno con un curriculum personale che è un ossimoro. Da sempre cerco l’ala che mi manca per completare il mio cerchio ed erigermi nell’uomo adulto che sogno dai tempi di Adamo. Non voglio più l’inutile destino di fantasma che mi sopravvive ovunque. Sono sparito come foto buttata per alibi dentro un cassetto introvabile e poi, per fortuna o sfortuna, scoperta dal boia o da un angelo in fondo al tiglioso segreto incollata alla sponda dal vischio muffoso. Allora riscappo, rivoglio l’ala che mi manca per decollare dal passato. Voglio piantare la biffa e contare i parsec del mio volo; voglio una pietra miliare, una insegna luminosa dov’è la svolta, e una picca per prendere le distanze dal crocicchio dell’immemorabile. Mi confesso: vorrei la mia vita come un antico segreto. Invece, ahimé, senza il gemello, sono trafitto dal presago giogo dei presentimenti. Odio l’introspezione, l’Io mi ossessiona! L’anatomia della mia anatomica memoria mi calza come una griffa su misura, inimitabile mi cavalca e mi soggola, mi spaventa la Trebisonda. Allora, la mia ansia incalza mentre non so cosa fare per essermi utile. Mi pare d’essere uno dei carusi di oggi che hanno il culo pieno di gloria. Vanno con la moto, non dicono baciolemani. Si credono tutti capobastoni! Per dare ordine alla mia rabbia trovo una soluzione impossibile: vorrei essere “Dio per incarnarmi in qualunque esperienza storica di chiunque sia nato o morto qui sulla terra”. Vorrei “essere la coscienza e la memoria di tutti”… Ma la schiavitù si fa strada fra i postumi dell’orgoglio sciogliendo il brocardo che fa tutto da solo, che si sfoga nella memoria: s’aggetta sul pallio come un’esca posta a farmi impazzire, da ingravidabalconi sedotto dalla magària d’uno osceno puparo che non usa la tenda o il rutilante sipario. Stratagemma dell’arte è nascondere i trucchi, prendere fiato, cambiarsi la voce e non svelare le pose, inventarsi una pausa per nascoder le mani. No. No, non mi fraintendete. Per carità, io non ho nulla contro i pupari! Anzi… Voleva solo essere un modo per associare l’uso delle dita a qualcosa di più generoso, come raccontare una storia. Ognuno che narra, lo fa a modo suo. Il puparo ci ha abituati ai paladini di Francia, ai saraceni, a Roncisvaldo, al Magno e al Bucefalo. Amici, miei, ditemi: cosa c’è di più siciliano del puparo e dei pupi? Ne avrei tante ancora da raccontare, frottole e favole di cavalieri: Fioravanti e Rizieri, Ottaviano dal Leone, Gisberto dal Fiero Viso… So magie di boschi e fontane, cavalli che son fatti di nuvole, spade che sulla punta gli fiorisce una rosa. E allora, calmate le maschere; abbassate lo sguardo; addolcite le rughe che vi siete fatti spuntare fra voragini e precipizi per una cacazzatella di topo. Suvvia! Voglio bene alla mia Sicilia, ovunque; é stato automatico associare le dita ai pupari; a cosa pensi quando dici Sole? Non pensi forse alla Sicilia? Quindi, giuro che non credo affatto che i pupari siano osceni, ho fatto solo una ingenua associazione, un metonomio; una similitudine, suvvia, una ingenua metafora che non vuole offendere nessuno. Ancora ricordo com’era bello la mattina passarci e guardare le figure del cartellone… sapere che almeno per finta, il buono vive e il maganzese muore, squartariato da quattro cavalli… .Il simbolo al quale mi annodo, è il dato di fatto seppur necessario a trascinar burattini, che i pupari usan le dita, le stesse che ho visto fra le bifore nere, bionde, castane e brune dietro la lancia di luce che sorregge lo spiraglio e lo sguardo sudato, agitarsi da sante a matrone! Il mio barocco è apparente, dove sembra che io gridi, in realtà taccio o bisbiglio. Sappiamo che l’amore non ha padrone, che tutto è possibile nella guerra di proporsi come partiture musicali, una specie di recitare dove le romanze e le cavatine fan materne mucose delle lenzuola. Loro, le dita, sono colpevoli dell’oscena rassegna! Perciò, non credo di avere tutti i torti se stasera discorro col vento, alla ringhiera dove il cielo ha un volto. Che fiamma di marenghi hai nella mano! Perciò, congedo il vecchio puparo e voi amici gendarmi, non state a farmi contravvenzioni, toglietevi le mantelline e sedete qui buoni buoni. No, non verrà Guerrino a salvarla con la sua spada di latta a cavallo di Macchiabruna… Di fronte al casotto delle vastasate, lei resterà nera, bionda, castana o bruna. Eppure l’Amore è una cosa serissima: mi duole pensare all’Amore che non ho potuto godere coi riflessi sull’anima che avrei voluto. Mi è successo ovunque, da qualsiasi parte mi sia trovato in Italia, giusta la mia certezza d’essere un uomo; confuso magari, ma uomo! Al mare per esempio, sembra che sia fatto apposta l’accoppiarsi in passi di ragazze grasse e magre. L’una con l’ombelico profondo sotto il seno enorme dentro due cocolle come secchi colmi di spugnosa vita, e l’altra magra, indiana di copertina segaligna come una canna, i capelli neri come foglie piangenti ed il costume rosso che potrebbe stare bene addosso ad una bambina. Mi succede sempre, mi ricordo sempre d’avere osservato senza mentirmi nei sentimenti, senza ingannarmi le sensazioni. Allora capisco d’essere stato un uomo, sempre. Oppure dove, presso la foce, trascorsi il pomeriggio d’un fauno minore; come i timori infondati per un amore stupendo, il più bello che mi sia mai capitato, durato tanto a lungo da farmi dubitare che fosse vero, che fosse accaduto proprio a me con una Philips Morris pendula all’angolo della bocca e il sopracciglio ironicamente levato. Me ne innamorai subito, in quella terrazza di amici illuminata dalla luminaria di artifizi, bengala e fiamme. Uno dietro l’altro arrivarono i dardi cupidi e gli arieti di fulmine che le illuminarono il viso e fecero il miracolo di crearla dalla mia costola: lungo la muraglia di anni che ci separava, c’erano ponti e cespugli di rose, tappeti di petali che sarebbero fioriti in rose. La Basilissa ascoltava le poesie che le recitavo in ginocchio, battuto a morte davanti alla Dea che già spogliavo con gli occhi, nuda nella mia mente e la voce incantevole. Il mio diavolo cresceva timido dentro di me, come un volano a cui dare attenzione, come un cartellone pubblicitario a cui ho attaccato le lettere prima di imparare a leggere. Quante volte mi sono chiesto se dunque, l’amore era tutto lì, nel forte desiderio di possederla. Timidamente, anche lei mi sarà sempre più vicina fino a stare insieme, sino ad unire i nostri corpi disattenti alla differenza d’età. E’ partita e l’ho ripresa; poi si è allontanata di nuovo ed è tornata per tre giorni infiniti, prima che partisse di nuovo. Non bastava fra noi, la muraglia di anni, doveva mettercisi anche lo spazio, con le sue cinquemila e passa pietre miliari!… La lontananza, che cosa strana: un guaio capace di rinsaldare il mio amore, idoneo a farci vincere il tempo e capace di darmi la speranza che il fuoco arde se l’acqua del tempo d’inverno non lo prosciuga. Lei, era già un organo del corpo, un altro cuore, una costola, un braccio, una ricchezza mia! Insieme, abbiamo fatto un bambino. Io e lei nella stessa soverchia e presuntuosa misura… Grazie a lei, non annaspai più, non m’aggrappai alle pareti lisce quando ne facevo una cosa perfetta, desiderabile oltre ogni misura, un frutto da consumare sempre. Oh, è stata un’infezione la mia, un disordine mio, lei c’entra per caso, per essersi trovata accanto a me una volta, su quella terrazza d’amici davanti ad uno spettacolo di luminarie. Questi erano i sentimenti espressi e spiegati nella valanga di lettere. Non mi pare di avere tutti i torti se l’ho amata tanto da non poterla desiderare di meno, se il mio amore è sopravvissuto, se la mia passione ha saputo attendere, se la speranza ha saputo adattarmi, se il tempo ha unito la mia mente alla sua mente ed il mio corpo al suo corpo. Che misterioso accidente l’Amore! Ma mi illusi perché, invece, ci scrivemmo lettere e lettere e lettere per attenuare l’entusiasmo dell’euforia e della libidine fino all’epilogo freddo di una esecuzione religiosa dove era andata a dire di si ad un certo Ugo. Adesso è finita, ma serbo un benefico ricordo del nostro Amore spartano, che le ho dedicato una canzonetta. Anzi, tre canzonette. E or ora che mi ricordo e ne parlo, sono vecchio ancora di più. Non c’è la sua idilliaca voce a cantarla, ma va bene lo stesso, perché io non canto, parlo… Del resto me ne intendo di musica, io, che diserto l’assemblea preferendo la biblioteca scolastica dove corro a correggere i compiti nel sottofondo di Wolfang, di Ludvig, di Arturo Toscanini e di altri eccelsi virtuosi sotto forma di disco. Insomma, non posso cantare, ma non trovo piacere migliore che non sia ricordare la mia storia con lei. Dunque… Oh, com’era sincero quest’amore che temeva di perdermi e mi chiedeva se ero stanco di lei. Oh, che timori infondati, che ripudio impossibile! La mia farfalla, era preoccupata di pesare sul dorso della mia mano deputata alla sua testolina addormentata, leggera quanto una nuvola che mi accarezza le palpebre. Insicura, mi chiese se ero stanco di sentire la sua voce sul filo del portentoso telefono, mentre io mi scioglievo di fronte a quella ingenuità che amavo fino ad imparare a memoria tutti i dialoghi, tutte le pause, tutte le emozioni che evadevano fra le dita per insediarsi sul trono, al centro della mia fronte. E poi, quando la guardavo golosamente come un ritaglio della natura in armonia con il mondo e la luna, con l’oceano ed il vento, furioso di stringere con mani nude le cianfrusaglie di seta ai ferri del (suo) balcone. La blandii di carezze, di soffi e di armoniche sillabe, un madrigale, cioè, per domandare al suo anello se é stufo di cingere il (suo) dito. Che misterioso accidente é l’Amore. Infine, le ho scritto l’ultima lettera sperando che il suo fidanzato la leggesse, che capisse che le do dato un figlio, un bambino che mi pianga dentro l’orecchio. Quando ripenso al mio scrivere fitto, alle righe accostate, so che ho avuto voglia di scrivere, che il cuore mi é sovrabbondato. Che misterioso accidente è l’Amore…Ho letto una sentenza in un libro antico: O vecchio sciagurato che sposi una giovinetta, ricordati che genererai una mandragora. Se lo avessi ascoltato questo vecchio consiglio, non avrei i tre giorni nel sangue, un figlio che amo contro ogni diavolo o utero del malocchio e neanche avrei il ricordo di una voce soave che rimbombava nel portentoso telefono. Penso a queste confusioni d’amore che mi attraversano senza tempo e che mi smarriscono ancora. Il puledro è scappato dalla stalla e mi pare di sentire mia madre che urla mentre corre alle curve del Recipiente, dove c’era il fresco d’estate. Sono sempre perplesso in questo mare di sangue del quale non perdo mai conoscenza. Perché il Signore mi costringe a vivere ancora questa odiosamabile vita? Sono due, tre vite, quattro vite. Un lungo curriculum: dalla nascita alla malattia, dalla maturità alla senilia di una vita iniziata bene e poi dissipata nella vanagloria delle mie profezie forti di bile, vissute fra le maschere e i costumi bizzosi dell’ipocrisia. Odiavo come uno stupido – or ora me ne rendo conto - il mio angelo serafino. Sentivo i suoi richiami all’orecchio ma mi sembravano mozzìcchi di pura zanzara che mi inquinavano il sangue di accidia e lussuria. Ahimé, questa, Dio non me l’ha perdonata! Mi ci sono ammalato di stupida lussuria. Ma, più che la suburra del mio tubercolo, è la strage di vite innocenti gettate nella fossa comune che mi ha segnato fino ad odiarla, questa vita! Ora sono vecchio e di lei serbo l’Amaro Miele dei miei mutamenti che ho raccolto nelle poesie, nei versi e nei romanzi di fantamemoria, riepilogo di una vita immaginaria vissuta al servizio di una ipotesi di romanzo nella quale l’invenzione prevale nettamente sul ricordo autentico. Questa è l’unica fuga che mi consento: fare un cibreo, un miscuglio di favole, diavolerie e verità che tutte insieme combinino il menù della mia storia in qualcosa di digesto. Comincio con la verità, con ciò che ricordo dei morti che onoro e che compiango nella loro assenza, come preziosi rimasti invenduti in una asta deserta. Mi ricordo anche di molti momenti di felice ansia, pieni zeppi fino a scoppiare di errori da correggere. Tutta una serie infinita di timori infondati nei quali mi sono distinto. Anche la cagnara sulla spiaggia, pazza di voci e di chitarra, di rime francesi che non so cantare e altri amori, durati, fatti, sconfitti e spariti. Potrei accontentarmi. Invece, il tempo scorre e passa col suo teatro di burattini come una rondine sulle stagioni, primavera di un pretesto di vita che mi costringe ad avere memoria di tutta la mia esistenza setacciata ogni istante avanti e indietro per tutto il curriculum sconveniente a me e agli altri. Questa altalena di notte e di sole, di luna e di buio, di odio e di amore, di cielo e di terra, è l’Amaro Miele del mio destino felice. Io assolvo il difficile compito di sopportarmi coi piedi in corsa sul tapis roulant del presente. C’è chi sceglie la speranza, c’è chi sceglie la memoria. Ma non è facile per me, scrittore e poeta, essere un cittadino qualsiasi, un semplice uomo che non vuole morire. Sarebbe meglio che non scrivessi niente, perché sono afflitto mentre rido lietamente triste; perché vorrei morire frattanto che sono contento di vivere. Mi struggo di ogni dolore che mi ha ferito o ucciso e contemporaneamente mi delizio d’esistere. Da sempre, sono fatto di un’ala sola. Ora, sono avanti negli anni e conto la strage di tutte le età. Nella mia testa guerresca e meschina, impavida e codarda, ho un carro di saltimbanchi e burattini che mette le tende in ogni cortile. Ne avrei tante di storie da raccontare. Potrei farti ridere e piangere. Far vincere il bene e sconfiggere il male, come accade soltanto nelle favole, o nella Bibbia con Sodoma, Gomorra e Sara, trasformata in sale. Oh, mi ricordo come era divertente trovare un mattino la via, la pietra dove si svolta, in un pugno di sillabe nude donarvi la leggenda che fu mia! Bei tempi quelli lì. Bei tempi! Ma il bambino che io sono e che ho ucciso, una o due volte l’anno - oh, mentitemi, ditemi ch’è vivo - non so come, fiocamente rinasce e torna a recitarsi da solo le parole di un moribondo di provincia. Non voglio fare impazzire nessuno, ma lo spirito libero è quello che diffida, che chiede, che si interroga. Per me, scrittore e poeta, è difficile essere un uomo normale! Lui non ricerca la verità, ma io, invece, mai dunque della vita finirò di stupirmi gioco e chiara finestra a cui spione mi affaccio. A tutti i poeti e a tutti gli scrittori della terra che hanno deciso di somigliarmi, io dedico queste parole scritte a braccia aperte. Fra queste accolgo il mondo e ti chiedo il perdono che agogno dal mio figlio minore nato nel morganatico di vincitori che non sanno quello che perdono. Vano, il neonato che è nato è impigliato come un delfino rubato fra avvenimenti di quotidiana miseria che segnano la mia vita in catene, maniata dai Leviatani di carta canonica e contraffatta da verità ipostatiche. Com’è penoso il cammino nei viaggi dell’anima e com’è avvilito il cuore dell’esodo, nel deserto dell’indifferenza barbara e insolente. S’agita la volgarità, si fa beffa dei miei solitari silenzi di pietra! Oh, che misterioso accidente è l’Amore, e con lui mi rubasti la mente. Adesso, provo quello che prova un moscone che batte il capo sul vetro. Mi pento!, mi batto il petto!, per non avere mai detto di costoro miei colleghi, più di una briciola da mille e una notte senza altruismo, al massimo per punire chi aveva sgarrato con la mia Marta prendendomi per Giufà. Mi dispiace. Con questo senno inabissato nel rimorso, chiedo scusa a tutti gli scrittori e a tutti i poeti che non ho mai ringraziato. E ti confesso, mio sconosciuto poeta che non hai potuto inchiostrarmi prima che il mio nome movesse l’invidia dei cattivi, mi si accappona la pelle come gesso che fischia sulla lavagna, quando sento che si tramandano da padre in figlio, ostinati come ombre, la notizia della mia appartenenza alla specie dei grand’uomini. Che ci posso fare, io, se a Comiso, oppure a Modica, o qui a Vittoria dove sto pensando e ricordo a ritroso fino all’involucro a cui appartenevo, mi chiamano il letteratissimo. Mio caro poeta, amico scrittore, avrei preferito una più vera amicizia cresciuta nel potere epicureo di conoscerti lentamente, leggendoti a poco a poco come una religione, come un amico, come una scheggia di professione dall’anima sciolta e valente; una mente capace d’un cuore; una mano sapiente che mi cingesse la spalla; una parola, una frase, un’agenda o un silenzio in risposta ai miei impélaghi imbalsamati nelle dicerie degli orsi, ciulle borghitane talmente ignoranti che non sciolgo il dilemma e rimango da solo, avvoltolato nel mio vincolo impazzito fra le risa dei ceteratoi. Mio caro poeta e scrittore, mi scuso per non averti mai detto di non mettere piede in questa terra di uve soavi, che ti rapisce nel cuore e della quale ti scorderai disilluso, dopo aver pianto dell’erba che tremava al soffio della luna, delle corse, dei baci, dei mandolini. Oh, che amaro destino per una terra uccisa dagli uomini! Avrei dovuto avvisarti e non l’ho fatto. Mi sento colpevole anche senza il rimorso della negligenza, per non averti detto anzitempo che sulla tua soglia, ora che il tempo s’inferocisce, non son rimaste che rondini uccise e cenere di passi, cenere di parole. Per notti, per mesi, per anni ho sognato di dirti di chiudere il libro del tuo giorno: accanto ad un viso invece, fa un segno con l’unghia e lascia asciugare il tuo tempo ferito finché non trovi un amico, un epicureo novello che parli italiano, che non sia pellegrino, che non sia mafioso! Ti chiedo scusa per non avertelo detto! Ma tu sappia che io non sono un bizzoso cornuto, che non ci ho mai creduto, che da solo ho urlato l’iradiddio in questa terra di mafia e sozzura, dove la pace abiura, dove l’amore dispera da mani a sera, e l’odio florilegia le ramaglie boriose di verdeggianti giranotti e macabri crisantemi. Mafia, vattene via! Ridiscende la stella luttuosa con un lampeggio d’accetta sopra i carrubi dell’Ibla, nel troguolo l’acqua s’infetta. Mafia, vattene via! Come una fronda, come una bestia, verghi l’accusa della lupara fetente. Lei spara, ditàla e sparlotta, mangia i bambini e infilza i feticci, annoda bottoni, rompe i coglioni agli uomini buoni.

Lupara Fetente non sono più tuoi i figli migliori delle donne più belle, ma per l’occhio contrabbandiere: nemico che stai dietro il muro, sarò io sempre il primo a vedere! Debole con i forti è l’ipocrita Giustizia, forte con i deboli è l’ipocrita Grazia. Quanta neghizia! Che disperanza! Mafia sei solo un dolore, una cosmica sventura, un grande buco drogato, un mostruoso leviatano italiano! Mi ricordo di aver compianto i miei amici morti ed anche i miei nemici. Chissà perché la guerra è stata talmente generosa come me, da progettare la mia salvezza tirandomi fuori da un inferno di cadaveri e botti. Mi ricordo le strette e le fughe con Sesta Ronzon sulle montagne partigiane che non mi appartennero neanche nel coraggio. Io, magro come un Cristo dentro un pigiama prestato, offesi Dio che per punirmi, malgrado la febbre fedele, non mi fece morire e mi mise a patire in un letto con i pugni pieni di peste. Allora, ero ancora lontano dalla mia Sicilia, terra di canti mafiosi e di avare voci, di vento che parla come l’acqua che batte sulla roccia, terra di pozzi murati dall’agave e dal cardo. Caro poeta, caro scrittore, io nutrii la morte come l’avido insetto si nutrì del mio sangue infetto fra le pieghe del materasso. Fu per punirmi, se Dio mi graziò e mi allontanò dai miei amici in armi e da quelle montagne che sognerò fra le lenzuola e i pasti caldi di un sanatorio alla Rocca. Ti confesso che mi chiedo ancora se si ricordano di me, chiuso nella mia tana inerme a guardare la neve toscana. Due anni dopo partii per Palermo, trasferito fra le altre lenzuola e i tavoli di marna, alla Rocca. Due volte al giorno di mangiare e dormire. Questo di vivere, è un miracolo che non ho chiesto al Signore. Meglio morire che sopravvivere con le inerzie sotto la pelle, con cento spacchi del cuore con il dolore rappreso che flotta nel sangue, inconsolabile: se ne andarono Jole, Mariano, padre Vittorio e il bambino Adelmo, un amico, una guida spirituale e un innocente. A quest’ultimo ho scritto parole incise da tanto dolore che ho tenuto l’epicedio nascosto, blindato nella mia memoria d’eremita. Almeno così avrei tenuta lontana l’epica lapide dai miei occhi pieni di lacrime per il mio piccolo amico, il bambino vecchio di nome Adelmo. Volevo che nessuno leggesse le mortuarie parole, parodia della sua vita, minuta come una-favola-e-mezzo, come la mia ode incompiuta rimasta allacciata al futuro per qualche ora, prima che quel bambino brutto, dalle magre orecchie, morisse di tisi. Gli ruppe le sponde del petto un fiotto di rossa cisterna, s’è spalancato l’inferno fra le cocche d’un fazzoletto. Invece, oggi la lapide del bambino è una poesia famosa, fra le più lunghe che ho scritto e ripetuta a memoria, ricordata sui palchi, riferita per strada o per posta, ovunque un esempio della mia mania, uno specchio del letteratissimo me. Non avrei voluto la fama e non saprei cosa avrei potuto fare per non averla, per non essere idolatrato come l’epigono di me stesso, ma semplicemente un uomo addolorato di non poter raccontare più le favole, di non fargli più l’elmo di carta con una busta, per scherzo, di non sentirlo più chiamarci al balcone: <<Che mare, laggiù, venite a giocare, io sono il capitano Nemo.>> Invece, tutti ricordano la mia lapide “la così piccola mano nella manica così grande”; oppure, ovunque vada mi feriscono sadicamente al cuore ripetendomi fra gran sorrisi soddisfatti, come se avessi creato il mondo, l’immagine della morte che ho descritto nei versi “gli occhi come stagni lenti gli imputridiscono nel viso”. Come si fa ad essere così cinici. Gli cambierei la testa, gli cambierei. Sempre d’un vecchio bambino, si tratta… Dunque, anche per questo elogiarmi che non potrei rinnegare senza sembrare irriconoscente o un falso modesto che abiura ai commenti, alla Rai e ai catafalchi illuminati sui premi letterari, per salvare il piccolo Adelmo dalla eco del mio successo, avrei preferito attenuare il mio tormento e non lasciare traccia -come dicono loro- della mia bravura, indubbiamente colpevole d’appartenere ad una specie anarchica che non si spiega per il verso giusto. Infatti, per chiarire, voglio dire che non sopporto l’ingiustizia, che è inammissibile interrompere brutalmente il gioco ad un bambino, figuriamoci quanto è pernicioso interrompergli la vita! Purtroppo Adelmo non trovò Gesù, che si fermasse in ascolto e che al muro d’occhi sepolto comandasse:Lazzaro su. Avrei voluto un cosmo blindato contro la mannaia prematura. Ho scritto l’epitaffio al bambino che ho amato, sperando come un pazzo che si illude di trovare la gente deputata all’amore e a non tradire la fedeltà dei sogni; mi sono illuso di pensare agli uomini come anime capaci di non perdere i sentimenti, ho creduto i miei simili idonei a solidarizzare con le cose dell’uomo, li ho creduti fatti per capire il mio infinito dolore. Ora mi rendo conto che nessun dolore altrui avrei risvegliato alla lirica dei sentimenti e che – ahimé - mai avrebbero pianto. Povero Adelmo. Io si che piango di nuovo nel ricordarti come una pietra sempre in posa per un insensato ritratto da lavare, da vestire fra due fuochi di candele, con quel fiore d’orrendo colore fra le [tue] labbra. Comunque, la falce nera di quella maledetta vaga per i corridoi del sanatorio. Se ne sentono gli sbuffi, s’odora l’emuntorio mortuario che puzza di acido fenico e s’odono le tossi di vecchio che rintronano ad ogni minuto, sorgenti di cataratte di sangue che ingolfano la gola, che la stritolano nello scorsoio echinococco, giù insieme agli inganni del male, fuori come la vita che se ne va tanto lenta da non reggere in piedi neanche il peso di un’anima. Così io rimango fra voi, a ridere di me che sono ancora vivo. Ve lo posso giurare! Quante volte ho preferito morire! Quand’ero ammalato col cuore debolissimo sfiancato dalla stanchezza, con la tisi che insabbiava anche le corde sonanti, noi da anni senza voce per gridare, noi con la testa vuota, noi quasi uomini, quasi vivi, quasi morti, quasi tutto, annotati col sangue di Silvio Pellico negli annali del sanatorio, sappiamo già qual’è il giorno che passa Caronte. Ne anticipiamo l’arrivo. Sentiamo i remi sciaguattare nell’acqua dell’Ade. Sentiamo il purino che scorre solcato dalla chiglia del gozzo e i remi splashiare nell’inferno, spinti da scalmi che cigolano lignei e ferrosi nel millenario rebbio. Posso dire che il nocchiero ha riempito la barca davanti ai miei occhi cento volte, di cento cadaveri morti. Domani sarà un altro giorno di sole e la barca dantesca si allontanerà ancora una volta dal mio tormento di vivo che vuole morire. Di nuovo il pianeta girerà in tondo senza che nessuno degli uomini di questa Terra se ne accorga prima di chiudere gli occhi rapito dal sonno; tranne alla Rocca dove si contano le ore, i minuti e i secondi scanditi dai colpi di tosse. Caronte si allontanerà da me ancora una volta, toccherà l’altra proda vischiosa e approderà dove il parassita ha fatto il nido come una pulce nel pelo di un cane, prima di saltare col peso dei secoli dentro al barcone. E tornerà, il nocchiero, altroché se ritornerà a fare spesa. Per uno che arremba il barcone, un’altro è buttato giù dall’ambulanza appena arrivata che roca le ruote sui ciottoli del sanatorio e zittisce la vecchia sirena che remiga in aria fino a posarsi. Noi siamo seduti di fronte all’ingresso, in fila sulle panchine come putti delle bomboniere e gli occhi sul cadavere in piedi, a fargli la radiografia scommettendo una lira contro altre cinque. <<Se sbaglio, cinque contro uno>> disse il Gran Magro. <<Io dico due giorni>> disse il comandante <<Io gliene do solo uno. Domani, vedrete, avrà i piedi a paletta.>> Vi prego, non c’è niente da ridere. Così s’ammazzava il tempo alla Rocca! Così, fra questi commenti più veloci e discreti di un morse, lo vediamo entrare più morto che vivo e ci basta osservare il lieve suo incedere per non chiedere nulla al cuore e guardarlo come di fronte lo specchio che uguale a me rimira nostalgico il miracolo che s’anima d’umanità e vita. Noi aspettiamo che entri. Sappiamo che quella è la porta. Poi è tutto un guizzo degli occhi sull’esile corpo trasparente con il nocchiero Caronte dietro, più visibile del morbo bipede che scorre in fretta dietro la bussola a vetri. Anche Caronte scompare alla vista, dai colli e dalle punte dei piedi, inseparabile segugio attaccato al ritardatario come l’avaro segue il parente dissoluto. Lo guardiamo fin dove è possibile come un quadro di Van Gogh celebre per a sua follia inconcludente che vibra di immortale schizofrenia. Così il morituro vibra di flebile vita intanto che sfugge ai nostri occhi come un ladro fra la folla, anche lui come tutti che spera di resuscitare dalla losca pioggia che ha insudiciato di morte l’inverno e affogato i polmoni in buffi sgarri di linee che si contendono la condanna. Come me, è appena entrato un altro pazzo schizoide illuso d’essere ancora vivo, mentre l’infernale nocchiero approfitta delle manovre d’ingresso per annusarne l’afrore e dal suffumigio consunto conteggiarne le ore. E lì, alla Rocca un embrione di società doveva pur nascere. Perciò alcuni mi divennero amici. Mio caro lettore, avevo fatto l’abitudine alla morte, ma non all’amicizia e alla pietà. Perciò, quando moriva uno di loro, mi ricordo incapace di tutto, anche di crocesegnare la lapide sul calendario. Quei lamenti nei giardini dell’Ade mi stroncavano le forze offese dagli urli strozzati, dalla tosse di vecchio, dalla morte di un altro ancora al quale allentavano per l’ultima volta le corde. Mi angosciavo fino alla pazzia, avrei voluto morire, invece di aggiungere al mercuriale l’ora e la data della mia inutile medicina. Alla Rocca fui accudito e rassicurato come un esemplare in via d’estinzione, auscultato, radiografato per niente. Una piccola spinta verso l’inferno, mi avrebbe privato dello strazio tagliente e della cataratta di lacrime che hanno pianto Adelmo, quel brutto bambino che ho imboccato dentro l’abisso dove correva per raggiungermi prima che il coltello d’aria tremante, quella sera di sangue, rimbombasse per il corridoio l’esecuzione più orribile. Cento urli avevo già sentito, mille pianti avevo già asciugati, ma quel mucchio buttato di cose, morto come la creta dell’orto, portò le tenebre dentro la stanza. Immobile e con l’anima tumefatta come la mia faccia squassata dal dolore, guardavo mutrio il mio piccolo amico di pietra, unico asfodelo. Oh, quanti rimpianti, quanti ricordi di mesta disperanza e di meliosa, amara attesa di guarigione. Invece, morivano tutti, apireni caduti dall’albero della vita. Ogni volta morivo con loro! Che dolore, che disperazione trovarmi ammansito dal requisisti mortuario, viatico per l’obitorio. Mi ricordo i gemelli che mi passavano avanti e indietro sempre più anime esangui, intrattabili siamesi edotti dall’ira prima che il fuoco li riducesse in cenere. Morivano tutti! Anche nel volto dei nuovi leggevo la morte come in un libro tragico, inesorabile. Quello di restare vivo, è un miracolo che non ho chiesto al Signore. Ho financo scritto una compieta per morire in pace, stramazzato sull’erba come una cosa morta. Invece, a volte facevo l’abitudine al malanno che sapeva ingannarmi. Un desiderio di vita che mi ha lasciato nel dubbio sconfiggendo l’assassino. Ma poi il morbo tornava di nuovo, vispo, aguzzino più sadico ancora, rinvigorito e più desideroso di sofferenze che esige i rantoli, le grida, i tumori che crescono nel petto fra tuoni e tempeste di sangue. Addio inutile pausa. Addio sogni di guarigione e illusioni di feste in Sicilia. Che orribili crisi versate nel sangue. Mi vergognavo di vivere e mi esaurivo succube del morbo che vinceva le battaglie che io combattevo per niente. Io, del resto, un motivo per morire ce l’ho: quello di spiare dall’al di là, quella vita sconosciuta che non ho mai vissuto. Insomma, caro lettore, a te capita di sognare la morte e di svegliarti come una rana spaventata nel letto. A me, invece, questo sogno mi piace, mi vedo davanti al Signore vergine come un neonato parlargli da uomo a uomo e chiedergli: Gesù, ti prego, se avessi fatto il fabbro o chessò, l’attore francese, dimmi quale vita avrei vissuto? Dio, prima di rapirmi fra torce di rapido vento, cosa avrebbe rimproverato ad un puparo o ad un attore di cinema giunti alla fine di questa sinopia? E quando mi sveglio davvero, ci metto poco a capire che era stato un sogno. Provo una tale angoscia nel vedermi circondato da una sedia, dallo specchio sul lavandino, dal calendario vecchio accanto alla porta dove i miei occhi si posano appena respiro, un bicchiere sul comodino e la radio a galena dell’infermiere. Vero è che ho gli occhi aperti e sono sveglio di sicuro, con le mosche che mi ronzano attorno. Una camola peggio di una sveglia a campana. Eppure, non ho paura, non mi smuovo e continuo a sognare ad occhi aperti come un picciriddu a Natale che aspetta i regali. Infatti, convinto che il Signore è onnipresente e che mi sta a sentire, gli chiedo ancora: perché mi fai vivere questa vita di ammalato, di innamorato di Marta? Perché m hai fatto sopravvivere a mille bombe e mille granate e a questa tosse peggio di una cataratta di sangue? Gesù, gli chiedo, che grido o caduta mi aspetta dietro l’angolo? Un’ossessione questa, che ho accettato come ogni poeta e scrittore… Poetando e scrivendo come un pazzo perché non riesco ad essere felice e scrivo per dimenticare. Ha ragione chi dice che la cosa più bella che può capitare ad un uomo, è la morte. Il mio sogno è di liberarmi della vita che mi calza addosso come un guanto, tanto bene che per togliermela di dosso mi dovrebbero spellare come ad uno dell’inquisizione e cambiare pelle, cambiare completamente vita per avere un’altra morte: il Paradiso. Mio caro lettore, non è una cosa nuova per me. Una poesia di Tommaso Romano dice che gli uomini hanno bisogno della/Follia degli artisti/ per essere oltre l’apparire/ più consapevoli e più liberi/ Sono d’accordo con Lui, anche se quando finisco di scrivere sono insoddisfatto e infelice. Figurati che ci ho messo vent’anni per decidermi di ungere l’Italia come un Ulisse plagiato dalla seducente voce di donna. Gli artifizi detti con troppa poca arte, dopo tutti questi anni, sono diventati la mia specialità. L’inevitabile conseguenza della morte che non mi ha strappato le grida per i corridoi al posto di un altro che si lamenta in vece mia e mi tiene su libri a curarmi come un balsamo universale che dal cervello scende fino ai bronchi e da qui, più giù fin dentro ai polmoni umidi di sangue, è capire di non essere pronto per il Paradiso, ma un soffritto di spezie per le fiamme dell’infermo. Altrimenti, perché essere qui? Da bambino mi piaceva tanto sognare il re nudo che scaminava come in Paradiso, in cielo, seduto a pontificare e a ridere nella mia testa infante poggiata sulla selce mentre fumavo boccate di tabacco come un uomo. Che bel sogno leggere nel cinema sette libri a settimana e rileggerli col mio nome cubitale! Che successo di donne, di figli, di popolo! Un attore preciso ero io, francese uguale ad Ives Montand, innamorato perdutamente di Alida Valli. Se ci penso, che bei tempi! Ma Dio, questo volle da me?, o mi ingannò? Mi ricordo che lo dissi ai miei amici… tredici, quattordici, quindici anni… e nessuno di loro mi prese per pazzo. Dunque, è facile comprendere che dissi la verità, che non c’era gioco fra finzione e realtà che corrompesse la mia amicizia. A loro raccontai tutto: le mie ragioni, l’avventura e la paura, dov’era la svolta accanto alla pietra per trovare al mattino la via. Li convinsi e ci andammo. Chissà se si ricordano di me? Dopo tutto questo tempo, forse sono anche morti. Saro, Pino, dove vi hanno sepolti? Di chi è il teschio venuto alla luce da sotto la polvere? Oh, come vorrei riverdervi ancora! Comunque sia, mio caro lettore, sono vecchio anch’io e se penso alla loro morte, non è perché Monaco e Grande volevano morire. Certo che no! Solo io sono diventato pazzo abbastanza presto come un poeta, come uno scrittore che vuole morire. Solo io ausculto la stanchezza del mio cuore e chiedo tuttora inutilmente al signore Iddio di farmi mare e disperdere la mia anima fra i flutti, di posarsi sul mio petto e schiacciarmi fino a lasciarmi morto a terra come una cosa. Solo io sono ancora infelice. Eppure, sarò fatto vecchio, ma ricordo benissimo quegli anni sinceri e spensierati nel Paradiso Terrestre. Solo che non pensavo di somigliare ad un diavolo quando ci ritrovammo nudi, fuori dalla voce di popolo sul cocuzzolo della mia collina, posseduta, usucapita nella solitudine sdraiata e smorta senza peccato sopra la terra, sotto il cielo fra i fumi dell’adolescenza che corre burbanzosa e presaga verso la maturità. Oddio, fu terribile sentirmi colpevole dei mali del mondo; scacciato come un coprolito; umiliato d’essere uomo e nient’altro che un uomo; picchiato… Anzi, sdrumati io e il figlio del puparo, da mani adulte e furenti come fronde di quercia sferzate dal vento. Poi, non ci pareva vero e parlammo della nascita del peccato per due giorni interi, come angeli innocenti spergiurati. Invero, ora mi pento di non avere mai pensato troppo ai sonnambuli infiammati di versi e di parole rubate dai libri, liriche immortali che meritassero più di qualche scarabocchio sul muro. Senza confessarmi voglio dirlo subito, prima che svapori quest’ardore d’umiltà che mi fa scordare d’essere siciliano: caro lettore, ti do un consiglio per distinguere subito un poeta da una persona normale, di quelle che vedi anche se non li vuoi vedere, mentre passano e ti incrociano deambulando per la strada come cittadini che sanno sempre dove vanno, cosa stanno facendo e perché lo fanno. Ti dico che non è una questione di titolo di studio. Basta un colpo d’occhio la mattina e uno la sera. Diciamo, uno all’andata e uno al ritorno. Allora vedrai con quanta serena boria iniziano il giorno e con quanta boria appesantita da una stanchezza irriverente malandrina e infedele fanno il loro mestiere da aver paura dei poeti veri, come me che mi porto dappresso l’ombra della mia terra. Quel pezzo di legniuolo che mi ha preso per un Giufà, neanche ha avuto il coraggio di firmarsi alla fine del biglietto che, così solo e tremendo sotto il bicchiere di vino pareva un avvertimento mafioso. Ma io capì chi era stato, e non lo aveva fatto per farsi restituire la radio a galena che, non mi ricordo più, mi aveva regalato o prestato. Appena mi vide si spaventò. Forse era la prima volta, che non fosse un appuntamento o un urlo di dolorosa morte, che anch’io ero certo di dove andare e perché. Come ti dicevo, si spaventò, ed io capii che non era abbastanza pazzo da essere un uomo. Ma non gliene voglio, perché mi ha voluto somigliare, mi ha copiato come un bambino si atteggia al suo eroe, per dirmi in un modo che non contiene parenetiche che non riusciva a dimenticarmi, come Pirro non dimenticò mai la sua vittoria. Insomma, io l’amai, lui l’amò. Io sono vivo, lui è morto. Ma se penso a quanto ne ho commemorati, di fauni penitenti… E ne conosco tanti altri, di memoria di secoli e di saggezza contemporanea. La verità è che noi scrittori non siamo normali. E spesso siamo antipatici, egoisti, tanto solitari da dover chiedere compagnia e cercare affannosamente solidarietà. Comunque, mio caro lettore, anche se scrivo volente, qualche volta nolente per approcciarmi ad un complotto d’amici, non lo faccio per te. Ho scritto financo sui muri, perché mi piace ricordare, fosse l’atto più semplice del mondo, quasi che non sapessi fare nient’altro: rimembrare, ripercorrere avanti e indietro i miei immemori scritti col sangue, incartapecoriti dal sole, mangiati da avide rocce sempre a secco di acqua. I miei pensieri, dicevo, mi piace almanaccarli: mi divertono, mi intristiscono, mi fanno gioire, mi uccidono. Il giro di questo mondo che mi appartiene come un sogno, alto come una mongolfiera gonfia di avventura e basso come la cesta, dove resto ingabbiato, che sbatte, che si accartoccia ad ogni colpo maestro. Io crollo bassissimo come un anonimo che si domanda sotto il sole investito da dubbi apofantici, perché mi sono innamorato sotto una luna complice d’essere bianca e immortale, proprio di lei? Perché, la Luna, mi ha ingannato con la violenza disillusa dei suoi spicchi? (Pausa) Io mi ricordo: quando scrivo in biblioteca, davanti ai libri che non vedo più per tutto il tempo di un ricordo, nel mio giaciglio, dove ripasso o somiglio al bambino che c’è in me e, ironia della sorte, anche davanti ad un bicchiere di vino, simile al mio gomito Guerrino che mi annebbierà e mi sfuggirà lentamente lungo l’orizzonte crudelmente strabico che mi sottecchia, mi sberleffa davanti allo specchio del tempo pulito dai fumi. Lo giuro! Non ho mai bevuto tanto come il mio amico Iaccarino. Ma conosco bene i benefici risultati sulla omeopatia sul cervello: quando il dolore è così grande e l’offesa di ogni reato mi fa star male come un prigioniero che ha accettato di morire insieme ai suoi rimorsi, io evado. Lascio l’angoscia trasformarsi in paura e come un neonato che sente la voce della madre, mi riaddormento, addosso all’ultimo sogno, immemore della responsabilità di vivere. Potrei dire del balsamo e della guarigione taumaturgica che lo scrivere mi ha regalato. Insomma sono l’autocefalo archiatra di me stesso e mi meraviglio di come mi muovo in cerchio, ritornando alle mie esperienze insieme alla vita che mi è tornata dentro, risorta dalla memoria come la fenice risorse magicamente dal tempo. L’archiatra ha curato l’uomo debole, il tisico, la solitudine; ma cosa irreparabile da cotanto seducente, la scrittura mi ha costretto a subire le conseguenze di questo giogo che mi ha reso famoso. Ha curato i miei amori sanguinosi, la mia infinita pazienza; un accidenti questo, che mi costrinse ad urlare di essere vivo. Lo scrittore che c’è in me ha operato il miracolo, restituendomi alla vita. In fondo, scrivo per la mia anima. La vita è una altra cosa inconcludente, che mi ha reso il dispiacere di vedere morire chi mi siede d’intorno e mi capì, mi consolò, mi rassenerò e intorpidì i miei occhi all’aria fino al tetto, vuoti; che mi parlò malgrado le mie orecchie di cera; che mi sollevò ferito ma ancora superstite fra i licheni che avevano smesso di crescere insieme alla morte che aveva fermato un cuore. Ho sofferto tanto, più di tutti i dolori sommati uno ad uno, cominciando dalla morte di mia madre. Eppure, a pensarci bene, questa passione dolce come il miele, energica come un’ape, fortunata come la solida rete che raccoglie e azzuffa le sue prede mi costringe a concludere prima di morire. Ogni libro è scritto in vita. E questo dubbio sulla caparbietà della vita rispetto alla morte, è una presunzione troppo banale, una scuffia babelica che potrebbe sommergermi di memoria, ma che ossimoro degli ossimori, è ancora vita, vigente, in vigore cogente. Ed io questo morire delle mie opere, la parola fine scritta come la scuffia sopra il tabbuto, la trovo una contraddizione insopportabile, una provocazione talmente forte da farmela sembrare una offesa. Che bisogno c’è, mi chiedo impazzito da dieci ore di filosofia, di scrivere la parola fine? E’ una passione che mi ha liberato in vita e non ho mai sperato, lo giuro, neanche per un momento che potesse imporre la mia memoria agli altri, dopo la mia morte. So già, lo confesso, che non finirà neanche con la morte. Come la guerra che finisce nell’oblio di tutte le anime che ne hanno onorato la bestiale follia…; come me che ho commemorato il mio nemico tedesco Chissacchì, innamorandomi di lui dopo che il suo sangue ha baciato inutilmente la terra, è come se sapessi che anche nell’aldilà mi troverò al centro di una platea con innumerevoli ascoltatori, contenti di scoprire che la memoria è una qualità che non si perde in Paradiso. Medito e sospiro: per ora mi spetta aspettare. Spesso ho voluto morire prima. Fra le cose che ho imparato e che non ho mai dimenticato c’è stata la famosa domanda sulla felicità. E io concordo pienamente, quando rispose che il miglior piacere è quello di on essere più, di morire subito. Mi ricordo chiaramente che gli chiesero anche quale fosse la seconda occasione di felicità… Ancora non credevo di essere tanto intelligente da indovinare soprattutto la seconda risposta. Quasi per scherzo risposi che la seconda occasione di essere felice era quella di indovinare la prima e sapere di dover morire. Avevo capito giusto. Quelli che sapevano gridarono sorpresi, talè che intelligenti chistu ca. Mio padre sentì e andò in sollucchero. Uomo forte, mio padre, coriaceo, pieno di muscoli come un sorriso è pieno di gengive. Era forte, per il lavoro di fabbro ferraio che lo costringeva a sollevare, a prendere pesi, a sbattere colpi colla mazza sull’incudine, per portare i soldi a casa e degnarci di una vita alla altezza… Ma soprattutto gli piacevano le parole, li diceva come i suoni della musica, suono che diventa melodia nel segno, e di nuovo segno del segno prima di essere significato, come la nota prima di essere musica è una pallina che cambia grandezza di compasso sopra e sotto il pentagramma. Insomma, mio caro lettore, come vedi mi diverto a ricordare. E perciò ti chiedo scusa se mentre parlo, prendo strade a saliscendi che ti confondono di fronte ai crocicchi e passatoi senza uscita. Dunque, dopo avere deciso, un po’ per caso, un po’ per fortuna, che la mia migliore sorte sarebbe stata la buona morte di andare in Paradiso, più passavano gli anni, più mi rendevo conto di avvicinarmi a razzo al girone dove sarebbe stato impossibile fra i tormenti e le contumelie, dedicarmi alla memoria. Allora mi chiedo perché mi sono dibattuto tanto per difendere la mia esistenza su questa terra e desiderare di morire per urlare al resto del mondo di essere vivo. Certo appare subito contraddittorio. Un ossimoro esistenziale amaro come il fiele e dolce come il miele. Tutti e due mischiati insieme in un cibreo che ha il sapore della mia esistenza, il gusto dell’Amaro Miele! Prima penso alla nenia che mi risuona in testa la cantilena, e poi so di averci scritto sopra una poesia; ed elucubro tutti i fogli, tutte le pagine che tengo come munnizza sul tavolo di carbone che sta per accendersi, quando l’eureka! ripassa davanti con tale chiarezza che mi pare di avere tutti i numeri dentro la greppia. Con la testa, giro, giro, giro, finché ne prendo uno di foglio, due perché l’inchiostro ha osato asciugarsi su più di una pagina. Allora mi sento un cuore di fiamma antica, presaga di una storia alla quale devo aggiungere altri pezzi, altri frammenti di memoria che si gonfieranno fino al gotha di eventi o eventualità – chessò – d’una storia d’amore, d’una fregatura, d’una cavalleria… Insomma, di quelle che capitano a un vecchio come me, che ha fermato il vento con la mani. (Pausa) Mi ricordo quando una volta… Ahi! Ahi! Ora la verità arriva come una frusta a cancellare l’orizzonte di sogni e di speranze. Sento la zotta che dirada la nebbia e mi fa vedere nudo, senza re, senza amici su questa terra di Dio, vicino a casa mia, con altri amici nudi come angeli pronti a conquistare la morte, che non hanno mai mangiato una mela, che non hanno mai pensato al peccato. Che poi, a pensarci bene fu qui che Eva diede il morso alla frutta al gusto di Amaro e di Miele. Un sapore particolare, di peccato. Voglio dire, che dove ero io con gli amici miei, non c’erano Meli, ma fusti di agresti e selvaggi cotogni che odoravano così forte da convincermi che il Paradiso era una palude di santità; che noi, come eravamo sui flutti verdi, abbronzati di gioventù che aspetta senza premura di suscitare il sogno in attesa, come dicevo, col senno di poi, non ci sono dubbi che eravamo in Paradiso. Di questo discutemmo io e gli angeli amici miei, dopo l’arrivo della serpe che indossava la muta di un uomo che a dire il vero, non era Dio, neanche ora che ho cent’anni. Eppure parlò. Ed ebbe il coraggio di menar la frusta. No! Non mi pare Dio! Sentii il mio sangue succhiato dalle vene con la furia di una ignoranza furiosa, che se avessi avuto le mani adulte e furenti, giuro che il sangue di loro non avrebbe macchiato la terra! Ora che ci penso, potevo sperare quanto volevo, Eva era già passata.

Marcello Scurria

 
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