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Il convegno a tutto tondo in memoria dello scrittore e saggista Francesco Grisi del 26 e 27 febbraio 2009 presso le aule del Sindacato Libero Scrittori Italiani Pal. Sora Corso Vittorio Emanuele 217 – Roma

Giovedì 26-2-2009 i primi relatori riuniti nella sala sabauda di Palazzo Sora, alias l’aula magna dell’IPSIA di C.so Vittorio Emanuele 217 Roma, dove si è tenuto il convegno sulla vita e l’opera del prof. Francesco Grisi scomparso dieci anni fa, sono il prof. Pierfranco Bruni, il noto critico letterario ed esperto di futurismo prof.. Vincenzo Tallarico, il presidente del sindacato libero scrittori italiano prof. Francesco Mercadante, la prof.ssa e amica personale di Grisi Mara Ferloni. Siamo in attesa anche del novantenne senatore Giulio Andreotti che purtroppo diserterà i due giorni del convegno. Come abbiamo già letto all’epoca del nuovo statuto approvato nel 2005 nell’editoriale del presidente Francesco Mercadante su Scrittori Italiani n. 4/2005 e come abbiamo sentito ad apertura dei lavori, il SLSI è legato al senatore Andreotti Giulio. Non certo per piaggeria politica o di potere, ma perché Andreotti non avrebbe potuto sperare in una migliore e più alta morale professionale qual’è in effetti la deontologia degli scrittori impegnati liberamente nel discernimento e nel comprendonio delle verità letterarie e umanistiche. Per quanto noi siamo forti intellettualmente, cioè non solo pervicaci ma anche perseveranti, ci è nota l’intrinseca debolezza dell’eccellenza intellettuale che in buona fede, entusiasticamente, semina ideali e produce congetture sempre a rischio di contaminazioni dogmatiche e paraintellettuali che remano in senso distruttivo, minando sin dalle fondamenta l’Amicizia, la compitezza di un pensiero, la sintesi di un altro, o la solidarietà del gruppo in un ideale comune e tricolore. Il materialismo fine a se stesso, ma anche le ambizioni di potere, il desiderio di protagonismo, ferirono, hanno ferito e feriscono a volte a morte, uomini e cose stritolati dai meccanismi manichei prima che essi rivelino il progetto nichilista o il subdolo tranello di un traditore. La libertà è innanzitutto nella parola disarmata, ci ricorda il prof. Tommaso Romano. Da qui la necessità del sindacato; ma non un sindacato qualsiasi, ma di un sindacato che sia effettivamente Libero di rappresentare e di difendere anche organicamente ogni tipo di attività intellettuale in qualsiasi modo essa si manifesti, con parole, opere, saggi e relazioni, cronache, epistole, media e scritti d’ogni tipo. Il Sindacato Liberi Scrittori Italiani è impegnato nell’allosemica (<<I conformisti li considero incurabili, afferma Francesco Grisi>> Cfr.: Intervista all’intellettuale reazionario, a cura di Tommaso Romano ed. Thule 1987) divulgazione dell’italianità che conta, <<con la “C” veramente maiuscola>> veemisce Mercadante- perchè questo sindacato incarna e rappresenta e difende l’intellighenzia italiana nel mondo e quindi, da circa vent’anni interpreta e traduce la perpetua fiamma vitale che dà senso alla vita. Noi scrittori sappiamo bene che la vita che conta ha un senso. Valgano come esempi, cosa ha capito e scritto Giovanni Papini su Filippo Tommaso Marinetti e il futurismo italiano, opera memorabile e inimitabile, da nessuno n e a n c h e m i n i m a m e n t e- solfeggia Mercadante - e g u a g l i a t a Lo stesso dicasi per Giuseppe Prezzolini e la sua disamina sul pensiero e i paradigmi di Giovanni Gentile. Il Libero Sindacato Italiano, è tuttora l’insegna storica e l’Esempio professionale vivente dell’intellighenzia italiana pura di spirito e di corpo, incorrotta e incorrutibile, cioè libera, veramente libera, talmente consapevole da risultare un pensiero profetico che risolve in affermazioni storiche e personali molto vicine alla veggenza. Non stiamo parlando di Arthur Rimbaud; ma l’eccellenza intellettuale è sinonimo di conoscenza e, come ci ricorda Tommaso Romano le parole di Francesco Grisi, “In interiore homine” <<la qualità non esiste fra parentesi>>, nè semina esche per addugliare proseliti. La forza della parola libera e disarmata, fa incetta di spiriti e arruola cervelli. Una domanda (certamente retorica) che Tommaso Romano rivolse nel 1987 a Francesco Grisi quando ricopriva la carica di Segretario Generale del Sindacato Liberi Scrittori Italiani: <<C’è un fantasma che ritorna puntualmente nelle case della buona letteratura ... e si allontana lasciando intorno la fragranza di un delicato profumo francese.>> Tempi questi, di arenghi congressuali dove gli intellettuali di tutto il mondo si interrogavano sul tema <<Lo scrittore e i sentieri dello spirito>>. Grisi già subodorava le cattive ripercussioni della tecnologia sulla qualità della vita e su quella culturale delle società, ammonendo che il <<progresso non controllato può significare anche la corsa verso l’annientamento.>> Liberi, alti e forti sulle vestigia dei maestri, come fu Francesco Grisi per Tommaso Romano e quest’ultimo è per me, maestri instancabili di vita dai quali abbiamo solo da imparare, ma con il diritto di contraddirci, di ripensare alle cose già dette e già scritte senza essere servili. Goethe sostiene che <<il genio dice con altre parole le cose già pensate>> e Luis Borges afferma che <<l’intelligenza dispiace soltanto agli stolti>>, gli unici che non cambiano mai opinione. Anche il presidente Mercadante ricorda nel suo editoriale del 4/2005 il diritto degli scrittori a praticare l’eterodossia come la intese Charles Baudelaire, l’eresia come la intese Martin Lutero e a elogiare la follia di Erasmo da Rotterdam. Siccome sarebbero guai se così non fosse, allora Sindacato sia, libero e italiano. Oh, quanti nomi illustri hanno già condiviso questo importante cammino illuminato! [nella II^ sala conferenze, foto da dx verso sx] P.Gianni Giorgianni, Mario Sansone, Marcello Camillucci, Italo de Feo, Francesco Grisi, Ettore Paratore, Vittorio Enzo Alfieri, D. Del Bo, Diego Fabbri, Antonio Bardini, il palermitano Nino Muccioli al quale il Comune ha intestato la biblioteca di via Giovanni La Mantia, Giuseppe Prezzolini, Gaetano Saveti e Gioacchino Volpe, sono le effigie incorniciate che nella sala del SLSI al secondo piano del Palazzo Sora, come già fece il fantasma di Marcel Proust, fanno memoria della loro saggezza sapendo che è grazie a loro che ancora gli italiani e i suoi intellettuali e scrittori viventi sono liberi, liberi, liberi! Il Sindacato Libero Scrittori Italiani brilla nel mondo di luce propria e si impegna per il mondo disposto a farsi illuminare, senza chiedere niente in cambio. Anche questa gratuità è una caratteristica dell’intellighenzia, naturalmente libera. La rivista bimestrale del SLSI (Aprile 2005) pubblica un interessante commento inerente allo statuto dell’organizzazione, emendato a sostegno dell’indipendenza e delle libertà di pensiero, espressione e stampa. Scrive Mercadante: <<La più importante novità è forse l’afferenza del SLSI alla CISL nel superiore interesse comune degli autori, facendosi carico di funzioni generali e speciali che si sono moltiplicate omissis.>> In senso lato, è il discorso di giovedì mattina 26 febbraio u.s. tenuto dal prof. Pierfranco Bruni che ha collazionato e sintetizzato il percorso ufficiale di Grisi critico e opinionista insieme a quello conoscitivo, ma inedito, cari allo scrittore Grisi, sostenitore insieme a Dino del Bo, Augusto Del Noce ed altri insigni nomi, della scissione dell’originario Sindacato Scrittori Italiani, nel più nuovo e stimolante Sindacato Libero Scrittori Italiani. Bruni ha riassunto la messe di costrutti in lettere, articoli, azioni e opere di Francesco Grisi che sostenne la necessità di non privare l’Italia della voce autorevole e tuttavia corale, tipica di un Sindacato, capace di rinnovarsi costantemente per evitare la cancrena a molti incipit, che storditi dalle pause e dagli incidenti di percorso ai quali il mondo intellettuale non può sottrarsi, non vanno lasciati congelare. Quindi il suo desiderio martellante ed eccentrico, necessitante della continua collaborazione di terzi, meglio se scrittori capaci di inventarsi scenari umani e sociali del passato e del durante, da estendere fino al futuro possibile, spazio-tempo di molte profezie. Secondo Francesco Grisi, <<nulla (ac)cade invano>> se il mistero della ricerca risolve e <<trova la sua giustificazione nel momento in cui lo recuperiamo>> con la tradizione. In altre parole, il contributo dell’intellettuale che sia un ammonimento o una deduzione o un anatema, è un mistero che esonda dal presente e dal quotidiano seppure tragico, sulla temperie storica-economica dove imprime il suo cauterio. Da qui, il passo verso il futuro è breve ma pregno di tanta coerenza e lucidità da essere prevedibile, forse inevitabile. Al dilemma del fallimento si preferisce la speranza nelle cose pensate e secondate dagli eventi precedenti, e la sequenza delle fasi è un andazzo coerente che mentre svela il mistero, lascia alle generazioni future il compito di fare buon uso dei segreti svelati. Invero, il progetto di Francesco Grisi è cosmico; è un’utopia che coopta tradizioni e storie personali, per insegnare alla generazione che ha rotto con il presente a credere soltanto in quello che sarà. Ecco il compito dell’intellettuale Grisi. Ecco quello in cui crede: coerenza e continuità. I documenti esaminati dal Pierfranco Bruni stigmatizzano l’empito eroico di Francesco Grisi, convinto che una società senza eroi è destinata all’annientamento. L’autostima dei grand’uomini confida nell’ottimismo che nulla è impossibile. <<Nulla è destinato a restare fra parentesi>> – dirà Tommaso Romano - perché secondo Grisi non esistono crisi epocali. (Ciononostante è doveroso supporre che dopo l’attentato terroristico alle Twin Towers, anche il genio di Francesco Grisi avrebbe rivisto questa opinione sulla rimozione geriatrica della biosfera umana.) L’intervento del prof. Pierfranco Bruni, a me, è piaciuto molto; anche perché è stato bravissimo a ordinare gli elementi tropici della ricerca (cioè i cronotopi che rispondono agli stimoli esterni) esposti nella sintetica ma esaustiva relazione. Considerando la lunghezza dell’intervento, si tratta certamente di migliaia di documenti. Quindi, grazie a Francesco Grisi il rinnovamento del sindacato è avvenuto, la sigla è cambiata, i soci fondatori e gli iscritti sono più liberi. Io sono libero. Pierfranco Bruni è aduso a mettere ordine dal caos. Che sia l’epitome sull’opera di Grisi, o la messe di centinaia di studiosi che hanno scritto sullo stesso argomento, la capacità di sintesi di Pierfranco Bruni è eccellente. Per esempio, con il prof. Tommaso Romano ha pubblicato “I segni della Memoria” (1989) per i tipi della Thule, Palermo. Si tratta di un piacevolissimo ed intelligente libello intitolato alla storia e all’importanza delle biblioteche, contenitori millenari di saggezza e civiltà. Tra i relatori di Giovedì 26, è presente il prof. Tallarico, noto critico letterario e grande conoscitore del futurismo italiano. (In tutto il mondo si sta celebrando il 100nario del Manifesto Futurista) Il futurismo ha dato gloria all’Italia e l’empito letterario non ha esaurito i suoi effetti che ancora ridondano sotto forma di postmoderno e di avanguardismo che – dice F. Grisi - <<sono venuti dopo e che sono comparse da circo equestre. Marinetti nei loro confronti, è un gigante!>> L’origine è nei paradigmi per uno stile esaltante, infuocato, rivolto all’ empito espressivo che Marinetti, usando le parole di Francesco Grisi, <<senza temere la retorica spesso cercava la parola per condire con aceto forte>>. Con Tallarico si guarda indietro, non senza una certa nostalgia; ma la tradizione è nella temperie letteraria del successo e dell’affermazione italiana; la tradizione è storia di uomini coraggiosi e proprietari dinamici di quel pensiero forte, aggregante, trascinatore, affabulante, che ha tradotto in lettere la personale temerarietà in cerca di sfogo e di giubilo popolare. Senza Marinetti, il futurismo non sarebbe nato, e l’ardore chiede neologismi, le parole vanno inventate perché il vocabolario è una riserva insufficiente di significati, ed essere italiano è un fatto meraviglioso di cui andare non solo orgogliosi in patria ma da affermare anche oltre confine. Il 20 febbraio 1909 Marinetti pubblica su “Le Figaro” il primo manifesto del futurismo. Insomma, l’intervento di Tallarico è un elogio alla tradizione letteraria italiana, e la tradizione è sempre stata un argomento e un argomentare molto caro a Francesco Grisi: <<La Nazione non potrà mai coincidere con lo Stato. Il cosiddetto paese reale (la Nazione) per sua natura non potrà mai identificarsi con il paese legale (lo Stato) ma sarà sempre la Nazione a modificare lo Stato senza mai coincidere.>> L’Italia è un territorio, ma La Nazione si distingue e acquista personalità con le tradizioni, come il cittadino italiano all’anagrafe non è rinnegato dal dialetto e dalle leggende, dai suoi misteri e forse anche da altre religioni. Perciò la legge sta all’Istituzione come le tradizioni e i costumi stanno alla Nazione. Dunque, un patrimonio. Un patrimonio da difendere e da scrivere. L’amor di Patria può sembrare anacronistico, ma per l’intellighenzia è un sentimento sempre attuale; anzi, la tradizione riscopre le scaturigini semantiche e la complessità narrativa che ne deriva – aggiunge il prof. Tallarico – va allora interpretata e compresa nel valore aggiunto contenuto nei simboli, nella dinamica degli avvenimenti, nel costrutto grafico dei segni, nel kennigar dei neologismi. Dunque, un concerto di italianità che per esistere necessita di libertà speculativa e di scrittori che siano liberi (da proteggere) e non solo individualmente anarchici (nel senso che nulla è sacro a chi pensa). I lavori del convegno riprendono la mattina di venerdì 27 febbraio. Il primo relatore introdotto dal presidente del Sindacato Libero Scrittori Italiani prof. Francesco Mercadante, è l’amico personale, editore di Francesco Grisi, nonché poeta e membro del consiglio direttivo del SLSI per la Sicilia, il prof. Tommaso Romano. Dopo di lui interverranno Claudio Quarantotto e il giornalista Lino di Stefano. Tommaso Romano dice subito di avere riconosciuto in Francesco Grisi un maestro di vita e di cultura. La sensibilità umanistica necessaria a cogliere i caratteri distintivi della personalità, è una chance psicologica che tocca in Tommaso Romano la vetta – voglio esagerare - dell’infallibilità. Parole testuali di Mercadante che introduce Tommaso Romano agli astanti riuniti nella saletta del Sindacato, confessano pubblicamente di avere avuto in Tommaso Romano il mentore e sostenitore più autorevole della sua attuale nomina a presidente del Sindacato Liberi Scrittori Italiani, e non ci sono dubbi che il presidente del SLSI ha saputo rappresentarci a livello internazionale. Del tipo atticciato, Mercadante è un grande oratore e uomo dalla cultura sterminata che, se non lo sapete, parla un birignao lento, stacca le parole una per una e si trova a suo agio durante i concioni, dove di tanto in tanto, accentua “l’inciso” alzando l’indice al cielo. Non gesticola, ma a volte, ricordando vicende grottesche, ride spassosamente. Amico personale di Giulio Andreotti, mi prende la fissazione, non so perché, che Francesco Mercadante ha conosciuto e parlato anche con Filippo Tommaso Marinetti. Un’altra fissazione ancora, mi convince della strepitosa somiglianza con lo scrittore anglosassone Charles Dickens. Cose che capitano. Nella saletta del Sindacato Libero Scrittori comincia il via vai di personalità. Arriva Claudio Quarantotto, seguito da Pierfranco Bruni e dal segretario generale del SLSI Giuseppe Trombetta. Quarantotto si siede nello scranno con Tommaso Romano e Mercadante, mentre il segretario Raffaele *** si dà daffare con l’amplificazione. Nel mentre, entra una Suora della confraternita delle clarisse inseguita da una conversa con la quale mi fermerò un minuto a parlare. Entrano un poeta albanese, e poco dopo anche un sosia di Filippo Tommaso Marinetti con le guancie attorniate da una lancia di baffi vittoriana che si estende da un orecchio all’altro; entra la relatrice di giovedì, la prof.ssa Mara Ferloni e poco dopo il pittore e scrittore Giuseppe Antonio Spataro. Un tipo magro, capelli e barbetta bianca incede con fare regale. Più tardi, a tavola, al ristorante, mi porgerà il libro che ha scritto su Garibaldi in Sicilia. Mentre parla Tommaso Romano mi si siede allato un ventenne. Alla fine del convegno scoprirò che fa il giornalista, che scrive on-line, che si chiama Marco Papaleo e che la madre poetessa, Donna Rosa Maria Ancona, è siciliana come me, ma da Trapani. Molto in ritardo entra un volto conosciuto: è il giornalista Lino Di Stefano amico personale di Francesco Grisi, del quale ricorderà la sua attività di pubblicista e di filosofo. Già, e ci tiene a sottolinearlo, come dimostrano le sue fotocopie, Francesco Grisi era anche un filosofo. Tanti altri sono presenti, non li conosco. Fra questi, c’è l’editore Marco Costantino, di Lungro in provincia di Cosenza, che invitato al microfono racconterà alcuni aneddoti riguardanti lo scrittore Francesco Grisi. Gli ho promesso una copia della raccolta di racconti “I Racconti dell’AndroMandro” che sto per pubblicare con il patrocinio della Presidenza del Consiglio del Comune di Palermo. Infatti, il suo modo di interpretare lo stile di Francesco Grisi, mi fa supporre che sia, come gli ho confessato, molto vicino alla mia idea di “lettore ideale”. E ho il suo indirizzo. Insomma, tra il serio e il faceto il Pensiero Italiano con la “P” Maiuscola aleggia fra noi. Anche il fantasma di Marcel Proust che profuma di fragranza francese, ci onora della sua invisibile compagnia. Infatti, gli è riconoscente sia per la devozione che Grisi gli ha voluto in vita, sia perché – come ci racconterà fra le lacrime Claudio Quarantotto- Francesco Grisi si lasciò morire per terra, nel suo studio, raggomitolato sul materasso per essere accanto ai suoi libri che, suo malgrado, doveva salutare per l’ultima volta. Claudio Quarantotto e Francesco Grisi, si frequentavano a Todi. Todi è un piccolo paese dell’Umbria ed é facile incontrarsi... Una spazialità, ricorda Quarantotto, paradossale; nel senso che un uomo come Grisi, eccentrico e imprevedibile, dal portamento addobbato con un inseparabile bastone, vestito di gilet coloratissimi e brillantissimi, che di punto in bianco saliva su un cargo merci per lasciarsi trasportare in giro per il mondo, non dovrebbe scegliere di vivere al centro di una regione che neanche confina col mare. Ma il Cancro è un male inesorabile e le discussioni dei due amici s’erano fatte serie e mortifere, sempre velate di tristezza. Del resto, Quarantotto non poteva non capire e compatire, perché anche la sua consorte s’era ammalata dello stesso, identico male. E così, finché non giunse la telefonata del medico personale di Grisi che gli confidò che l’ora di morire era giunta anche per il suo amico. La piccola casa era stata invasa da amici e parenti accorsi per l’estremo saluto, ma Francesco Grisi, anche se disteso per terra, era ancora il grand’uomo capace di dare un senso anche alla morte. . II° giorno di convegno sulla vita, il pensiero e le opere di Francesco Grisi: parla Tommaso Romano.

Sono più o meno le dieci a.m. di venerdì mattina 27 febbraio. L’anniversario del manifesto futurista di Filippo Tommaso Marinetti è trascorso da una settimana e sono in ansia per quello che dirà, dissimulo la mia tensione facendo qualche fotografia. Conosco e stimo immensamente il prof. Tommaso Romano; un sentimento comune in tutti i miei amici. Ma è la prima volta che noto che il pensiero forte influenza la morfologia corporea, soprattutto quella del viso. Niente di lombrosiano; invece, si tratta di uno fra gli aforismi più noti di F. Nietzesche che disse <<Dalla presenza del pensiero anche il corpo acquista un aspetto intelligente.>> Friedrich Nietzeshe era davvero bravo a inventare aforismi, perché un altro bellissimo recita <<Soltanto dal pensiero anticonformista possono nascere stelle danzanti.>> Infatti, Tommaso Romano è intelligente, il suo viso ne incarna l’entità; e la sala che attende di sentirlo, intanto, vede la stella. E’ di fronte. Poi, improvvisamente Tommaso Romano mi fa saltare lo steccato della dimensione euclidea, catapultandomi d’un colpo in quella tridimensionale di un nuclide: sono grisiano, il mio modo di scrivere lo è, dice rivolto all’arengo. Invero, sono emozionato e cerco di dissimulare la tensione, ma riesco appena a ringraziare, forse l’ho sentito soltanto io, allora mi alzo e mi inchino in segno di riconoscenza. Sono le 11,00 e tutto va bene in questo secondo giorno di convegno presso la sede del Sindacato Liberi Scrittori Italiani, Palazzo Sora, C.so Vittorio Emanuele II° 217, Roma. I lavori sull’opera e la vita dello scrittore Francesco Grisi sono patrocinati con la collaborazione della Fondazione Thule di Palermo, Via Ammiraglio Gravina 95 - 90139 Palermo, e sta parlando Tommaso Romano il poeta, critico letterario, filosofo, uomo politico, scrittore, talent scout, filantropo e più volte editore di Francesco Grisi, a cominciare da”Intervista all’intellettuale reazionario” del 1989. L’emozione dell’inizio è forte, si sente. Lo ricorda un uomo di grande generosità e uno scrittore instancabile, prolifico fino all’inverosimile della pletora di inediti conservati presso il Centro Studi Bibliografico di Grisi. Documenti che il prof. Tommaso Romano intende studiare e ordinare per pubblicare un’opera organica e definitiva e a tutto tondo su Francesco Grisi. Anche il presidente Mercadante lo invita a non esimersi da questa importante “missione” che l’universo letterario e intellettuale attende da anni; perché la vita di Francesco Grisi è stata certamente una esistenza tormentata. E Tommaso Romano si è impegnato pubblicamente a pubblicare, possiamo definirlo, l’Almanacco Grisiano. Ma la ricerca, già si capisce, sarà difficile; soprattutto quella degli inediti e degli incompiuti, pagine ugualmente rappresentative di questa intelligenza irrefrenabile, originale e anche lungimirante, a volte profetica. E’ doveroso che i posteri conoscano sappiano o siano informati sull’eccentrico ma anche solitario Francesco Grisi. Forse – aggiunge il prof. Tommaso Romano - afflitto dalla solitudine, più che una esigenza del suo carattere. E’ un “militante” della kermesse letteraria, un apostolo più udito che letto, e pertanto, un luminare del novecento, sempre presente ma anche saggiato per le sue opinioni, scrupolosamente obbedito nelle soluzioni: la sua decisione di seguire la cura Di Bella contro il cancro invece della chemioterapia, per esempio… E’ memorabile la disamina di Francesco Grisi sulla “liberazione del novecento dal comunismo” che lo incorona uno dei pensatori più attenti del secolo, consapevole fino alla singolarità dell’esperienza. Eccellente tanto da essere ineguagliabile, Tommaso Romano ricorda di Grisi l’affabulazione che lasciava basiti gli astanti, coinvolti dal carisma di quella personalità votata alla coralità, all’unione e all’azione. E tuttavia - continua - un uomo del dialogo; ma anche una oralità che complica il lavoro di ricerca e di collazione del suo pensiero che va indagato, perché alle opinioni e alle risposte di Grisi è impossibile fare l’abitudine, sempre autentico nelle dichiarazioni che discute con disincanto insieme a personalità dello spessore di Pietro Vassallo, di Pino Tosca o di pensatori come Vaglia, Mauro Mazza e De Feo. Basta leggere le definizioni di arte o il suo modo di fare la differenza fra Stato e Nazione, per comprendere che siamo di fronte ad una intelligenza superiore. Non a caso qualcuno l’ha definito “irraggiungibile.” La ricostruzione documentale dell’attività di Grisi, multiforme ed eccentrica in letteratura e per tanti versi unica nella pittura, è difficilissima per i contatti con Pellegrini e anche con Volpe, per il suo concetto iniziatico della tecnologia e per la speranza riposta nei giovani che pensano utopici, per quella maniera anticonformista di essere di destra e anche cattolico. Sì, perché Francesco Grisi era cattolico e in proposito, l’amicizia con i siciliani Pietro Mirabile e Giulio Palumbo significò per Grisi l’occasione colta e affidabile per avvicinarsi a Padre Pio, del quale diverrà devoto discepolo. (Della devozione al Santo, ne parlerà anche Claudio Quarantotto nell’intervento successivo.) Francesco Grisi simboleggia il 900, ne è un’icona. Per questo è importante ricordare la collaborazione con “il Borghese”, con la “Gazzetta del Sud” e il “Corriere di Roma”. In pratica, una miniera da esplorare; ed era già una produzione a regime quando vinse la II^ edizione del Premio Marineo insieme a Bent Parodi di Belsito. Infatti, dal ’70 in poi, insieme ad Andreotti e a Del Bo, la presenza di Grisi nella vita del paese si fa fitta e giunge autorevole anche in Sicilia. E Tommaso Romano ricorda e si commuove e comprende il peso di quell’assenza. Spera che la Rai riproponga le interviste di Grisi sul Gattopardo trasmesse a quel tempo dalla rubrica televisiva “L’Accesso” e ancora ricorda l’incontro di Grisi con il poeta palermitano Nino Muccioli, assessore alla Pubblica Istruzione pro tempore. E’ un periodo di particolare fermento e i contatti con Nino Muccioli (la sua foto è incorniciata fra le personalità di spicco del Sindacato Libero Scrittori Italiani) si fanno frequenti. Palermo ospiterà il filosofo Julius Evola, Tommaso Romano è eletto consigliere al comune di Palermo e anche i contatti con il Sindacato (Libero) Scrittori Italiani si fanno frequenti. A Roma, Tommaso Romano incontrerà Junger, Spadolini e Franz Maria d’Asaro (altro illustre palermitano), personalità conosciute a Francesco Grisi, ma anche la fervida collaborazione, mai cessata, sempre assidua, che ha dato la stura al convegno Thule su Giovanni Papini, presente Francesco Grisi. Altri ne sono seguiti, come l’importante conferenza di Francesco Mercadante a Palazzo Branciforte del 2007 e altri ancora ne seguiranno. Palermo non si smentisce, oltre a dare i natali a personaggi epocali, Francesco Grisi allaccerà amicizie con il pittore Pippo Madè, con i professori Franco Tomasino, Salvatore di Marco, Lucio Zinna, con gli Onn. Dino Grammatico e Silvio Milazzo fautori dell’autonomismo siciliano di nuovo attuale, coi poeti e pensatori Giulio Palumbo e Pietro Mirabile e tanti altri, onore e gloria di questo Sindacato. Insomma, le visite di Francesco Grisi in Sicilia si fanno frequenti e durante il convegno sul futurismo del 1996 organizzato dal poeta Dino d’Erice e dal prof. Tommaso Romano in località Santa Flavia, egli incontrerà l’editore Renzo Mazzone e Giuseppe Tricoli, quest’ultimo alla presidenza dell’ISSPE (Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici). Con Giuseppe Tricoli si inaugura la stagione di una lunga e sincera amicizia. Sono gli anni in cui la Thule, e quindi Tommaso Romano, stampa e distribuisce “Lettere a Fedor” (1982) “Affettuoso Sentiero” (1994) e “Intervista all’Intellettuale reazionario”(1987). Come ci ricorda la viva voce di Tommaso Romano, si tratta di libri dedicati e Ezra Pound, Luigi Pirandello e Papini. Un altro libro è una curiosità sin dal titolo: “Il Clandestino”. Il titolo è, invero, una parola composta che introdice immediatamente l’Amore e la Fede di Grisi nei confronti dell’Unità, del Clan, appunto. Infatti, il Clan-destino” è lui stesso, contemporaneamente capo e gregario. Ma anche – Tommaso Romano è ora un fiume in piena – l’Amor di Patria è sempre vivo e attuale in Grisi. Un ardore che innesta nelle visioni utopiche che interrompono la continuità storica risolvendo nelle crisi epocali da contrapporre al sonnambulismo e alla dispersione della vita nelle Città, che Francesco Grisi -come si legge nell “Intervista all’intellettuale reazionario”- definisce <<un partecipare senza integrarsi nella vita degli altri. Nelle città non vi sono padri o figli, ma vi possono essere elenchi telefonici, agenzie di viaggio, uffici di collocamento e le corti del potere.>> L“Intervista - ammonisce Tommaso Romano - è un libro profetico che risolve in autonomia sulla contemporaneità di alcuni illustri personaggi: Pound, Pirandello, Céline e Mussolini, ne fanno parte. Pound e Grisi sono due intellettuali e due libertà diverse, due maniere che pur non contraddicendosi, affrontano la vita e il senso di questa, in modo differente: Francesco Grisi ha bisogno di sentirsi un uomo fra la gente, vuole essere del Clan; Pound è la voce profetica di un cittadino del mondo esclusivo, di un tipo molto particolare di appartenere alla biosfera e al simplesso degli uomini. (Anche Francesco Mercadante è risucchiato nel vortice dell’iperuranio e nel più vasto discorso della solitudine, intrude il saggio di Gustavo Boine, a lui molto caro, sul libro “Un uomo finito” di Giovanni Papini, rivendicando a Boine il merito di avere scritto la migliore recensione di “Un uomo finito” che sia mai stata scritta, cioè una stangata iperborea all’omologa di Amendola [1912-1913]) Sulla vulcanica e creativa personalità di Francesco Grisi si dovrà scrivere molto. I posteri e la nostra fede nell’intellighenzia, chiedono giustizia. Basta pensare al retroscena culturale di aforismi divenuti famosi per comprendere il gigante che è stato Grisi. Il carisma di un alloro gli appartiene di diritto. Francesco Grisi è cattolico. Così dice della religione <<Credo in Dio perché ho bisogno della Perfezione>>; che possiamo interpretare come la necessità neovitalista di avere idee in cui credere, un cinghiale bianco da commentare, un centro di gravità permanente. “A futura memoria” è finalista al premio Strega per il senso della vita che si dipana autoritario nella trama. Scrive Grisi: <<La memoria ci accompagna, i ricordi si dimenticano.>> L’uomo è un viandante sempre in cerca del concreto e la ragione non è sufficiente, c’è anche il mistero. Dunque, una società senza eroi è destinata all’annullamento. Il leitmotiv della silloge “L’affettuoso Pensiero” cronaca – è il poeta Tommaso Romano che parla – del gesto estremo di Francesco Grisi mentre si specchia con la sua intelligenza e vede riflessa la sua effigie onomatopeica. Ma, alla fine, c’è una vandea coagulante, una personale gnome che fa anche da apoftegma: l’esperienza e la memoria che resta di tutto ciò che si è dimenticato. In questo senso, Giulio Andreotti ha colto la maestosa chiarezza del “L’affettuoso Pensiero” che ha recensito di suo pugno. Grazie.

Palermo febbraio marzo 2009 Marcello Scurria

 

Francesca Luzzio - LETTERATURA E VITA

La letteratura non è” una struttura autonoma che ha in se stessa le leggi del suo funzionamento”(Strutturalismo), infatti qualsiasi opera d’arte è un prodotto eterogeneo che dipende da vari fattori: il contesto storico-culturale, la biografia dell’autore che dal suddetto contesto riceve stimoli e condizionamenti,la sua personalità che determina scelte e decisioni.Anche quando un artista descrive e propone vicende e cronotopi lontani, sempre comunque se crea rinnova, interpreta e propone secondo modalità e principi suoi e dei suoi tempi.Altra cosa dovrebbe essere la Storia a cui spetterebbe l’obbligo della verità, ma neppure questa può essere avulsa dalle idee di chi scrive, che è naturalmente portato a proporre in chiave positiva o negativa eventi, fatti secondo la convergenza che questi hanno con le proprie idee .Ciò premesso, attraverso una panoramica, necessariamente non esaustiva di autori e metodologie critiche, si vogliono convalidare le tesi sopra esposte.La critica letteraria, come attività autonoma che ha lo scopo di dare un’interpretazione  e un giudizio, nel senso in cui oggi intendiamo, si è andata formando sulla fine del Settecento ed ha elaborato le sue problematiche e i suoi metodi nel periodo romantico, stroncando in modo definitivoi principi della poetica rinascimentale che considerava l’imitazione dei modelli antichi e l’obbedienza alle regole, come condizione fondamentale perchè un’opera d’arte venisse considerata  veramente tale.Finalmente si avanza l’idea della relatività del gusto e il concetto di genio che allontanano dal formalismo regolistico e propongono in modo definitivo la concezione della letteratura come relativa ai paesi e ai tempi in cui sorge (M. De Staël: “La letteratura è espressione della società”) e alla spontaneità e originalità creativa dell’artista. Ne consegue che il pregio di un’opera non è più la sua fedeltà al modello degli antichi, ma ,al contrario,la novità della sua ispirazione e della sua forma, poiché ogni opera d’arte è un organismo individuale retto da leggi proprie che trovano nella weltanschauung dell’artista, oltrechè nel contesto storico culturale da cui quella nasce e si nutre la  ragione d’essere .Tali motivi implicano la dissoluzione dei generi letterari, come anche la distruzione della concezione retorica della forma come indipendente dal contenuto e, come poi teorizzerà Francesco De Sanctis,  la forma sarà considerata “l’incarnazione organica del contenuto, per cui a tal contenuto corrisponderà tal forma”. Ma prima ancora che egli pervenisse a tale teorizzazione Ugo Foscolo fonda la sua produzione letteraria e la sua attività di critico sullo stretto legame tra letteratura e vita, oltrechè sul senso di verità e valore del sentimento degli individui. Foscolo infatti afferma che “gli egregi lavori del genio dell’uomo non saranno mai probabilmente stimati da chi guarda il genio diviso dall’uomo e l’uomo dalla fortuna della vita e dei tempi”e che “a intendere le parole degli scrittori più di mille commentatori giova la conoscenza delle loro anime”. Così la sua produzione letteraria e critica hanno assunto un’intonazione storico-psicologica, dove la classicità culturale e formale non nuoce nei suoi scritti, all’esplicazione dell’io nel privato e nella storia  e nell’interpretazione di altri autori, alla considerazione delle diversità dei temperamenti e delle epoche in cui gli artisti vissero, come componenti fondamentali per comprendere le loro opere e le loro parole. Così ne “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”, questi, protagonista dell’opera, diviene l’alter ego dell’artista e vive le sue stesse passioni, non a caso Foscolo stesso ebbe a dire che il romanzo è“un diario delle sue angosciose passioni” in cui si deve cogliere allo stato sorgivo e persino caotico, afferma successivamente Binni, il suo mondo poetico con i motivi che avranno un ampio e meditato sviluppo nelle opere successive. Dunque l’io, la propria vita, il proprio temperamento e le modalità in cui  interagisce con la realtà storica in cui vive è la materia della  produzione artistica di Foscolo e gli stessi elementi  egli prende in considerazione nella sua produzione critica. Esempio significativo sono i saggi su Petrarca, infatti gli aspetti che lo caratterizzano sono  da lui spiegati in funzione della  psicologia del poeta e nel “Parallelo fra Dante e Petrarca”, la fisionomia diversa delle opere dei due scrittori è ricondotta alla profonda diversità dei loro temperamenti e alla differenza delle epoche in cui vissero. In effetti non possiamo parlare di Dante e di Divina Commedia, senza considerare la sua indole, la sua ideologia, il contesto comunale della Firenze del Tredicesimo secolo e le vicende personali che in quella realtà visse. Basti pensare alla pluralità di personaggi fiorentini che affollano la commedia da Ciacco a  Brunetto Latini, a Farinata, alle invettive contro la corruzione morale della sua città.Crediamo che tutto ciò riveli la stretta compenetrazione tra letteratura e vita:il concetto romantico di genio che si propone in modo spontaneo ed originale  e che mantiene nella proposizione di una filosofia universale pienamente se stesso e le sue passioni, riteniamo che non potrebbe avere maggiore esplicazione.La stesa cosa può dirsi di Petrarca, infatti i contenuti del Canzoniere e del Secretum sono ampiamente rivelatori del legame tra letteratura e vita. Al di là dei  propositi estetici e delle sue realizzazioni, che vedono il poeta precursore dell’equilibrio compositivo dell’età rinascimentale, le sue pagine vibrano di vita, del suo amore per Laura,della sua incertezza tra cielo e terra, dell’angoscia con cui vive il problema della salvezza.Anche nell’Orlando furioso, là dove l’evasione fantastica di L. Ariosto porta Angelica e  Orlando tra mostri e castelli incantati e pare essere lontanissimi da ogni legame con la realtà, emerge con l’ironia che lo caratterizza, il poeta con la sua vita, l’amore per la sua donna (leggasi il proemio), la sua amarezza nei confronti dei suoi tempi, quei tempi ipocriti e falsi il cui fasto e ricchezza presto sarebbero stati motivo di attrazione delle potenze straniere e perciò di decadenza della fiorente civiltà rinascimentale( Astolfo sulla luna)L’episodio del Castello di Atlante esplica con chiarezza l’ideologia dell’autore: l’incontentabilità dell’animo umano che induce sempre a correre,cercare, ad errare e perciò spesso a cadere in errore. Né può essere dimenticato Torquato Tasso la cui instabilità mentale si trasmetta appieno nella travagliata storia editoriale del suo poema, La Gerusalemme liberata, oltrechè nel contenuto dell’opera, ove il contrasto tra angeli e demoni e cristiani e pagani è metafora non solo di contrasto tra le civiltà controriformista e rinascimentale, ma anche della psicologia conturbata dello scrittore, scissa tra rigore religioso e originaria formazione classica di laica mentalità, ormai sentita come peccato, eppure tanto apprezzata e amata e, proprio per questo, matrice di contrasti insanabili,origine di scissione e tormento. Leggasi qualche ottava del “Giardino di Armida” per rendersi conto come lascivia e piacere vengano negati solo perché la loro negazione è l’unico incoscio modo di ammetterle, di poterne parlare. Tutta La Gerusalemme liberata per adoperare un sintagma tipico di Leo Spitzer  è una “spia stilistica”rivelatrice della psiche e del mondo poetico dell’artista, o per adoperare il linguaggio della critica psicanalitica,una metafora ossessiva che si dilata un po’ in tutti i canti nel contrasto costante tra forze centrifughe(cavalieri devianti) e centripete(Goffredo di Buglione). Neanche la produzione letteraria dell’epoca illuminista, pur nella razionalità imperante che si esplica stilisticamente in un ritorno alla classicità, resta immune dalla costante presenza dell’artista nell’opera d’arte. Leggasi a tal riguardo “La caduta” di Parini,vera ode di denuncia sociale, o le cosiddette “Odi galanti”, dove la figura femminile appare malinconicamente agognata nell’impossibilità del possesso,o ancora la sua opera più importante , “Il Giorno”, dove attraverso l’antifrasi l’autore rivela tutta la sua non  condivisione del mondo vacuo e vuoto dell’aristocrazia del tempo. Con Alfieri siamo ormai in un’atmosfera preromantica e il suo titanico individualismo emerge con la forza imperante di un’anima inquieta e libera .Leggasi ,ad esempio, il sonetto”Bieca , o Morte, minacci? ….”, qui il poeta affronta la morte con piglio virile e già si respira l’atmosfera eroica delle tragedie: stabilita la negatività esistenziale  e storica del vivere, la morte diviene strumento di riscatto dell’io e dei valori negati dal potere tiranno . Se proseguiamo il nostro   percosso, ci accorgiamo che la critica positivista, pur assimilando l’arte a un fatto naturale da studiarsi con metodi scientifici, pur postulando I. Taine,  una concezione deterministica della letteratura (  l’arte è  un prodotto necessario  di tre cause: la razza, l’ambiente e il momento storico in cui si vive) e teorizzando la ricerca di una impersonale obiettività è anche vero che Verga, massimo rappresentante del Verismo, movimento che trasferisce nella letteratura italiana i principi del Naturalismo francese, fa dell’impersonalità una tecnica compositiva che non esclude la proposizione dei propri convincimenti. Può apparire scandalosa tale affermazione se consideriamo le molte pagine che illustri critici hanno scritto intorno alla regressione (Baldi) o straniamento (Luperini) di Verga, ma è pur vero che i convincimenti estetici del narratore siciliano  [“la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale,l’opera sembrerà essersi fatta da sé”( L’amante di Gramigna , dedicatoria a S. Farina)] nascono da convincimenti ideologici (darwinismo sociale) che, giustificando la tecnica narrativa dell’impersonalità, mettono anche in evidenza la fisionomia di un  galantuomo siciliano pessimista  e con chiara connotazione conservatrice . La società umana è per Verga caratterizzata dalla lotta per la vita: un meccanismo crudele per cui il più forte schiaccia necessariamente il più debole e tale legge è una legge di natura,  che governa qualsiasi società in ogni tempo e in ogni luogo, pertanto ogni giudizio diventa illegittimo: solo la possibilità di modificare il reale può giustificare l’intervento dall’esterno e, se la letteratura non può contribuire a modificare la realtà,diventa anche inutile scrivere, da qui il suo ritorno in Sicilia , il suo abbandono della letteratura.  Dunque siamo in presenza di una ideologia  che  nasce dal contesto culturale in cui Verga visse e operò e che soprattutto ben  si confà alla sua indole di galantuomo siciliano e ben giustifica l’abbondono della scrittura nell’ultimo periodo della sua vita.  La critica positivista (storica, in Italia) e il lirismo cosmico crociano sono tra i metodi critici che maggiormente svalutano la presenza dell’io nell’opera d’arte, ma è pur vero che un’emozione per vibrare di vita universale deve attingere alla vita individuale. Compito del critico è per Croce distinguere la“ non poesia” o elementi allotri, quali la struttura, nel cui ambito è inseribile il contenuto e la sua natura, ma anche la rispondenza a tipi esterni di perfezione stilistica(generi letterari, distinzioni astratte di lingua e stile), dalla poesia, piena di afflato cosmico e perciò slegato dalla specificità del sentire individuale che l’ha generato. Sono tante le conseguenze che  derivano da tale distinzione,  ma la più importante è la separazione tra personalità poetica e personalità pratica e, per lui, quel che conta è soltanto la prima; ad esempio, la Divina commedia e non Dante, l’Amleto e non Shakespeare, in altre parole la personalità è costituita dalle opere e non dagli autori. Ne deriva che la storiografia artistica e letteraria non può essere altro che storiografia monografica, allontanandosi così decisamente dalla critica romantica e da De Sanctis. Da queste premesse deriva lo scempio perpetrato nei confronti della Divina Commedia, distinguendo notoriamente in parti brutte perchè struttura e perciò non poesia (il racconto del viaggio) e parti belle perchè poetiche che fioriscono di volta in volta entro la trama : l’episodio di  Paolo e Francesca, ad esempio . Dopo che Momigliano e Russo colmano il distacco creato da Croce tra poesia e vita, poesia e storia e poesia e cultura, l’incontro con la critica sociologico-marxista era inevitabile e la letteratura, così come i sistemi politici diventano sovrastruttura della struttura economica. Lukacs, ricollegandosi ad Hegel e allo storicismo romantico tedesco,elaborò la nozione di “realismo critico”, inteso come “rispecchiamento della realtà” nelle sue forme tipiche, sintesi di particolare e di universale, volto a cogliere attraverso la letteratura, le forze complesse che regolano la storia. Lukacs in questa direzione ha esaminato la tradizione realista dell’Ottocento per cui, ad esempio, se consideriamo I Promessi sposi di A.Manzoni, le vicende di Renzo e Lucia ( il particolare)  incarnano la dinamica delle trasformazioni sociali( universale) nell’ambito della dominazione spagnola del Seicento in Italia. Ma noi sappiamo anche che I Promessi sposi sono un romanzo di formazione  e, al termine del loro processo formativo, i valori che conseguono i due protagonisti “rispecchiano”per adoperare un termine caro a Lukasc, quelli cristiani di Manzoni;  questi interviene continuamente non solo attraverso i personaggi,  ma anche attraverso espliciti interventi che in qualità di narratore onnisciente,  può realizzare, commentando e proponendo e soprattutto facendo emergere la sua visione cattolico- liberale .E, se consideriamo la restante produzione manzoniana e, in particolare gli Inni sacri, non possiamo non confermare la nostra tesi che considera la vita degli artisti strettamente connessa alla produzione letteraria degli stessi.La stessa cosa, per restare nell’ambito del Romanticismo, può dirsi di G. Leopardi, la cui intensa produzione poetica vibra di cosmico pessimismo che sicuramente trova la  matrice nella sua  biografia,cosicché B. Croce è stato indotto a negare l’esistenza di una vera filosofia in L.,  considerato che molte delle sue considerazioni trovavano la loro origine nelle sue tristi condizioni fisiche. Sicuramente propositivi della personalità dell’artista e dell’importanza dell’incoscionella creazione di un’opera d’arte , sono la critica psicanalitica e quella stilistica,sebbene l’una valorizzi il contenuto, attraverso le metafore ossessive,l’altra la forma, attraverso le spie stilistiche,intorno a cui si organizza il testo letterario, rivelando la psiche profonda dell’artista.Ormai è pressoché canonica l’interpretazione psicanalitica del Gelsomino notturno, testo poetico tratto dai Canti di Castelvecchio di G. Pascoli. L’interpretazione individua nelle tragedie familiari un trauma indelebile che lo avrebbe bloccato a una fase erotica infantile, di conseguenza la donna e l’amore sono sentiti con turbamento e repulsione che lo inducono a sublimare il nido, quale luogo protettivo e la madre morta, simbolo dell’amore negato,che mina alla radice ogni altra tensione erotica. Un apporto importante alla comprensione dei significati profondi della produzione decadente di Pascoli ha dato anche la Critica simbolica e ,in particolare, G. Barberi Squarotti che, ponendo l’accento sul valore alternativo della letteratura, ha esaminato l’immagine-tema del nido, simbolo della casa e dei legami familiari che tanta importanza assumono nell’inquieta e turbata psicologia del poeta e di cui l’ impressionismo naturalista ne è espressione simbolica. Se consideriamo l’esteta D’Annunzio, egli fa della sua vita un’opera d’arte ed è stato  paragonato, non a caso, da A.Marchese a una star del mondo attuale; Andrea Sperelli, protagonista del romanzo Il piacere, è l’alter ego di D’Annunzio e come questi è giovane, elegante, raffinato, piacente, intellettuale e seduttore, perciò  ama il lusso, l’arte, le donne con una sensualità cinica e perversa, insomma ripropone nell’arte ciò che egli è nella vita.La poesia ermetica e la metodologia critica che ad essa si connette tende a considerare la letteraturain chiave esistenziale e documento rivelatore di tale tendenza è il saggio di Carlo  Bo”Letteratura come vita”   E in effetti, Ungaretti, maestro dell’Ermetismo italiano, fa della sua condizione esistenziale di uomo di pena il tema fondamentale della sua poesia, ma essa coesiste come in Quasimodo e in Montale al tema tragico  della guerra che lo riporta alla storia e alla sua tragicità.Per quanto riguarda quest’ultimo, comunque appare opportuno sottolineare che l’Ermetismo nella sua poetica è stato solo un momento rapidamente superato  da una prospettiva allegorica del rapporto tra letteratura e vita, sicchè la donna diviene, in una dimensione del tutto laica che ne fa l’allegoria della poesia,  portatrice di salvezza,”Cristofora”, così come Beatrice nella Divina Commedia di Dante.Il Formalismo russo e lo Strutturalismo, legando il loro interesse solo all’aspetto formale del testo letterario ribadiscono per altri motivi e con altre argomentazioni, rispetto alla critica crociana, la separazione tra letteratura e vita. Le fredde analisi strutturali che considerano l’opera d’arte come una struttura, un modello formale”smontabile nei suoi congegni” e meccanismi compositivi, per giungere a tipologie che consentono di ricostruire ”il modello dell’opera”, escludono ogni considerazione della vita e della personalità dell’artista. I limiti di un approccio puramente formale, e l’esigenza di considerare in un testo anche le strutture profonde favoriscono il sorgere della Semiologia che   riconsidera il rapporto tra la forma e il contenuto, collegando il  significante al  significato. Intesa come scienza autonoma, o scienza della cultura, la Semiologia si occupa di tutti i processi della significazione e della comunicazione, fondandosi sul presupposto che questa utilizza codici particolari,costituiti da sistemi definiti di segni, intesi, come si è detto, quali sintesi di significante e significato. Di questi segni occorre esaminare le caratteristiche e le leggi del funzionamento per coglierne i valori ideologici e sociali. Assume un’importanza centrale in tale ambito il concetto di messaggio,come contenuto specifico della comunicazione.Italo Calvino ne “Le città invisibili”, dà un impianto strutturale alla sua opera, resa evidente dall’indice che propone  simmetrie nella distribuzione dei temi e dei numeri, tuttavia dallo scrittore lo strutturalismo è ridotto a puro strumento percettivo, emblema della riduzione della realtà a segni, a linguaggio che non riesce più a cogliere la referenzialità oggettiva. In tale prospettiva, la rivisitazione del Milione,che contiene i resoconti del viaggio in Oriente di  Marco Polo , viene condotta da Calvino sotto il segno della trasformazione della dimensione spaziale: da spazio geografico del mondo, in cui accadono vicende realmente vissute , a spazio mentale in cui nulla accade realmente , infatti per conoscere l’ignoto, il M. POLO moderno non viaggia nel mondo esterno, ma scava al proprio interno, percorre i luoghi sedimentati dell’immaginario storico, ma  entrare in una dimensione intellettuale significa compenetrarsi in essa sino a perdere la percezione dell’alterità. La conoscenza della realtà non implica il potere su di essa: sapere non è potere .Il dominio conoscitivo sul mondo non è più possibile  perché è avvenuta la scoperta filosofica della relatività del segno, insomma nella dialettica tra natura-vita e cultura-emblema, le prime sono mute ed inespressive. Né perviene a risultati diversi la semiotica di Umberto Eco che nel romanzo “Il nome della rosa”  lascia al lettore il seguente messaggio filosofico:”stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”  ( la rosa originaria esiste per il suo nome, noi teniamo i nomi nudi), cioè l’essenza di ogni cosa è nel suo nome, quindi in un contenuto mentale astratto e noi conosciamo solamente i nomi non la realtà delle cose, né la loro essenza. Insomma siamo di fronte a una visione nichilista in cui si rivela la fragilità moderna dei significati e dei destini umani riscrivibili in una interscambialità di situazioni e l’ io si annulla in personaggi già visti nella letteratura e nella storia (Gugliemo da Baskerville = il filosofo Guglielmo da Ockham, Adso = Watson, l’aiutante di Sherlock Holmes, etc…). Ma se ogni libro è rifacimento di altri libri, viene meno il legame con la realtà e la vita, intesa sia in senso strettamente individuale, sia in senso lato. Quando U. Eco pubblicò questo romanzo, aveva appena  stampato un libro di teoria letteraria “Lector in fabula”, in cui rivela il suo interesse per il lettore e i suoi vari livelli di partecipazione al senso del testo,  in realtà “Il nome della rosa”può leggersi con intenti e risultati eterogenei da diverse fasce di lettori: romanzo giallo, storico, filosofico, opera saggistica. I nuovi orientamenti critici: decostruzionismo ed ermeneutica tendono di fatto a  rivalutare il lettore,q uale interprete soggettivo delle componenti dei testi.Il passaggio dall’emittente al destinatario, la rivalutazione della soggettività dell’interprete, se da un lato annulla nella pluralità dei significati possibili emittente e destinatari, dall’altro tuttavia la parcellizzazione dei significati ci appare oggi, nel relativismo imperante e nella massificata velocità di mode ed eventi, l’unica possibilità  di sopravvivenza del legame tra letteratura e vita. Sono   da preferire  i giovani scrittori “Cannibali”? Forse sì, pur nel turpiloquio che stilisticamente  spesso li caratterizza , pur nelle  tematiche volutamente violente e scabrose ( discoteche, incidenti, stupri, cessi e vomiti), almeno propongono la vita, anche se trattasi di una vita totalmente schiacciata sul presente, priva di prospettive per il futuro e di memoria del passato.

FRANCESCA LUZZIO

 

Elio Giunta - POLITICA COME CHIAREZZA CRISTIANA Appunti vecchi per l’anno nuovo

La storia definirà alquanto dopo il tipo di congiuntura politica che stiamo attraversando, noi e questa nostra epoca. E’ probabile che le pagine riguardanti gli ultimi decenni salteranno molto, limitandosi ad una breve sintesi circa le attuali ragioni della crisi dell’occidente euroamericano, delle sue idee di mercato trionfante e di globalizzazione inarrestabile, registrandone il misero fallimento, con la carenza di energie propositive che sappiano di futuro migliore per l’uomo. Poco dunque resterà come fatti di pensiero e di speranze. Forse solo il cristiano oggi può avere diritto di parola critica sulla realtà, giacché, possedendo un obiettivo limpido come ragion d’essere, che è il bene per se e soprattutto per gli altri, ne può trarre la forza per stare nel magma incandescente della storia, e proporsi come guida nella dinamica del suo fluire. Ma il cristiano, se si applica alla politica, non può eludere il “si si, no no” e il fatto che l’altro “il di più viene dal maligno” ( Matteo, 5,37), cioè per lui il fare politica è anzitutto questione di chiarezza .Allora, la politica di questo mondo è tutt’altro che materia da furbi e neppure è cosa da predicatori di facili buonismi; se poi si scende a quella italiana è impegno che richiede molto più coraggio che altrove, in quanto in Italia si è maestri di complicazioni, di doppiogiochismo, di fariseismo. Anzi in Italia la politica la si intende non come arte di stare nella storia, ma soprattutto come mestiere di faccendismo specialistico, quindi tutto il contrario della chiarezza. Ed invece chiarezza occorre fare, se si osa introdurre l’aggettivo cristiana nella politica. Ora la chiarezza vuole che ben si sappia che oggi la politica da noi è caratterizzata da tre denominatori portanti: l’affare, il prestigio, il potere. L’affare, in barba ai distinguo della tradizione ideologica destra o sinistra, significa avere i canali utili all’acquisizione di appalti e di partecipazione alla spartizione delle fonti di ricchezza disponibile, in specie quelli gestiti da Ministeri, Regioni, Province e Comuni. E averli possibilmente in esclusiva stile mafia. Il che è ormai ritenuta cosa tanto consueta da potersi ramificare tranquillamente, come s’è saputo, anche in luoghi e tra soggetti politici insospettabili. Il prestigio poi sta connesso al potere, ed è quel che comporta prebende e privilegi, inauditi in una democrazia popolare, insieme alla maggiore visibilità esibizionistica, per le quali cose anche stimati e ricchi professionisti ne sono abbagliati e fanno di tutto per collocarsi nelle liste elettorali e avere garantita l’ambita poltrona. Si evita qui di addurre esempi tra i tanti che si potrebbero fare, ma è certo che oggi un avvocato famoso, un magistrato, un giornalista di grido,un accademico, un noto attore e persino un’attricetta coscialunga, se vengono invitati a concorrere per un posto in Parlamento o ad un Assessorato, non ci pensano due volte e accettano indifferentemente dalla parte destra o dalla sinistra, a prescindere da quale sia stata la loro precedente formazione o posizione politica. Il tornaconto non ha più colore. Si dirà che si fa per concorrere al bene del paese, della Regione o del Comune, ma in realtà si fa perché si celebra la mancanza di qualsiasi profondo e meditato supporto ideale, primo grande guaio che oggi caratterizza la politica. E si badi che mancanza di ideale qui non è da intendersi mancanza di ideologie tipo passato, ma mancanza di spinte progettuali di ampio respiro verso la storia, cioè agire politico oltre le contingenze spicciole. L’altro guaio è poi l’assoluta crisi di appartenenza, cioè l’assenza di qualsiasi chiara identità culturale dei soggetti politici. Il caso dell’attuale capo del Governo in Italia rappresenta certamente tale situazione. A Berlusconi non si può non riconoscere vigore intellettuale, spirito d’iniziativa e capacità decisionale, evidentemente favorito dalla troppa pochezza altrui, egli è comunque l’espressione più evidente della crisi di appartenenza culturale, cioè dello slacciamento da qualsiasi obbligo ideologico progettuale che vada alla storia, quel che fa un vero statista. Questo italiano non è il solo caso, ma è il caso più cospicuo di questi decenni. Per lui l’Italia non si chiamerà mai “lo stato”, ci si faccia caso, ma “il paese”, termine che vorrà dire “azienda”, e il governare sarà sempre e solo mantenere il potere. Per far questo egli sa bene quel che gli occorre: annichilire l’opposizione (la quale tra l’altro ci mette molto di suo con ridicoli personalismi e fratture); curare l’apparenza e i civettuoli bagni di folla; e, sempre a utile memoria del famigerato ventennio, mantenere un caldo idillio con le gerarchie ecclesiastiche. Ovviamente se Berlusconi è questo e l’Italia ne è contenta, la colpa non è sua. Ma è a questo punto che la chiarezza cristiana in politica dovrebbe significare qualcosa. Non significa nulla dire “siamo al centro”, perché sarebbe fatuità visto che destra e sinistra non ci sono più; né significa molto che Binetti o Buttiglione intervengano per questo o quel problema che viene fuori episodico, ma dovrebbe significare orientamenti e prospettive di largo respiro alla luce di un mandato di speranza e di giustizia che specie la gente meno fortunata si attende. E dovrebbe suscitare voci di sorveglianza, di proposte correttive e nuclei anche di vigorosa protesta su quel che accade e ci si propina subdolamente e televisivamente. Chi sa. Magari si potrebbe partire dalle parrocchie, luoghi di solidarietà e di fiducia, non perché si è sognatori ingenui, visto l’andazzo delle cose, ma perché convinti che di solito “poca favilla gran fiamma seconda”. E da qualche parte bisogna pur cominciare.

Elio Giunta

 

Salvo Ferlito - UT POESIS PICTURA ET IMAGO

«…Nui pitturi si pigliamo la licentia che si pigliano i poeti e i matti…». Erano gli anni ’70 del ‘500, quando Paolo Caliari, meglio noto come il Veronese, così tentava di difendersi dalle accuse di eterodossia mossegli dal tribunale dell’Inquisizione veneziano, in riferimento ad una sua Ultima cena (poi reintitolata, più prudentemente, Convito in casa di Levi) considerata come fin troppo piena ed affollata di cani, buffoni, nani, garzoni e soldati. Frase paradigmatica e per nulla casuale, questa del Veronese, perché rivelatrice, al di là delle problematiche relative alla situazione contingente, della piena consapevolezza del complesso e intricato intreccio da sempre esistente fra le arti letterarie e quelle visuali, e del loro essere del tutto paritetiche in quanto a valore culturale e qualità. Non solo, dunque, necessaria “excusatio”, finalizzata a rivendicare quella libertà d’azione abitualmente consentita ai letterati; ma anche (e soprattutto) orgogliosa attestazione d’una validità del “sentire” (e del conseguente “agire”) artistico del tutto equiparabile a quella dei ben più stimati poeti, a conferma d’una raggiunta emancipazione della pittura da quell’ambito “vile” e “meccanico” in cui fino ad allora essa era stata relegata e del riconoscimento d’un rango “intellettuale” perfettamente consono (come quello delle discipline umanistiche) alla vita di corte rinascimentale. Se il Rinascimento, dunque, costituisce una sorta di punto di svolta nel rapporto fra belle lettere ed immagini – non si dimentichi l’assidua frequentazione delle rime da parte del sommo Michelangelo o ancora l’esibita equiparazione alle poesie operata dal grandissimo Tiziano in riferimento ai dipinti per Filippo II di Spagna –, è anche vero che la relazione fra il dipingere (ma anche il disegnare e lo scolpire) ed il poetare è senza dubbio antichissima, e praticamente risalente agli albori della cultura umana. Dalla pittura vascolare della Grecia classica (frequentemente volta a dare corpo visuale ai poemi omerici) e dalla coeva statuaria (depurata delle durezze arcaiche proprio dalle sfumature psicologiche mutuate dalla tragedia) ai codici medievali raffiguranti le vicende cantate dai trovatori, dalla memorabile illustrazione della Divina Commedia operata dal Botticelli a quella eseguita nello ‘800 dal Dorè, fino all’uso “figurale “ dei versi attuato dai futuristi e ai più recenti sviluppi “concreti” della poesia che hanno contraddistinto la contemporaneità, è per tanto tutt’un assoluto “continuum” di reciproci influssi e ispirazioni, all’interno del quale è praticamente impossibile statuire alcuna gerarchia di valori fra arti di fatto simpatetiche ed interattive. Non si tratta, quindi, d’una semplice relazione “deterministica” (ove lo scritto faccia da causa scatenante e l’immagine da conseguente effetto), ma di uno scambio biunivoco, capace di alimentare parimenti l’empatico immaginario di poeti e artisti visuali, in una compiuta osmosi foriera di esiti e raggiungimenti di elevatissima qualità. Non può, dunque, sorprendere, alla luce di tali premesse, che un intellettuale dai vasti interessi come Tommaso Romano, aduso all’abituale frequentazione della poesia (oltre che della filosofia e del pensiero politico e spirituale) ed estremamente attento alle arti visive (di cui è acuto osservatore e collezionista dagli ampi orizzonti) si trovi al centro di una tale iniziativa editoriale, ove i propri “carmina” sono accompagnati, chiosati ed integrati da un ricco apparato iconografico, frutto della collaborazione e dell’iniziativa di un variegato e valente gruppo di pittori e di fotografi, a lui legati da ricambiati sentimenti di stima ed amicizia. Ben 25 immagini – fra dipinti e scatti fotografici –, che non costituiscono le semplici e consequenziali “illustrazioni” di altrettanti componimenti in versi, ma che piuttosto rappresentano il portato di quella suddetta dinamica di tipo empatico-simpatetico, grazie alla quale sublimare congruamente il compiuto “distillato visuale” dell’esprit che anima nel profondo il “mood” delle poesie. Traduzioni visive che sgorgano, dunque, dalla condivisione d’un partecipato iter emozional-sentimentale e che si ergono, in tal modo, a “icone” di quegli “affetti” più intimi e sinceri di cui i versi sono vettori. Poco importa, per tanto, che gli strumenti e i moduli espressivi adottati dagli autori si contraddistinguano per la loro ampia varietà – spaziando da approcci lessicali squisitamente figurativi a sconfinamenti di tipo astrattista o anche informale –, poiché quello che conta veramente è la fattiva capacità di ciascuno dei partecipanti di entrare “in medias res”, restituendo agli osservatori – coi mezzi tecnici e stilistici ritenuti più appropriati – quei vissuti personali liberamente elaborati nell’approccio dialettico al pensiero del poeta. Così, l’inesausta ricerca di senso nell’esistere, l’iniziatico perseguimento d’un assoluto trascendente, l’assertiva (ma tormentata) professione di fede in un dio salvifico, il rinnovato stupore innanzi al manifestarsi della vita, la liquorosa elegia di cui è intrisa la memoria, il desiderio di distacco dal contingente e la relativa fuga nella sacrale dimensione del silenzio – tutti temi portanti del pensiero poetico di Tommaso Romano – trovano le loro “polimorfe” e “immaginifiche” declinazioni in un caleidoscopio di tecniche e di lessici, capaci di integrarsi come un mosaico in un gioco di tessere dalle fattive potenzialità di individuazione ed enucleazione degli stati d’animo sottesi all’asperità della parola. Ne consegue che la sintetica iconicità insulare di Catalano e quella possente e arborea di Anna Kennel e di Francesca di Carpinello si affianchino alla misteriosità silvana di Caputo o all’incisiva e calligrafica nocturnitas di Madè, o che la visionarietà misticheggiante della Lupinacci e quella celestiale di Merighi, l’ipercromico incanto marino di Denaro o le liquide e maculari evanescenze di Camilleri si accompagnino all’espressionistico “totemismo” di Taravella, al simbolico cromatismo di Lo Manto, ai piroclastici coaguli di Madonia, agli sfrangiamenti caleidoscopici di Bonanno, all’informale cosmico di Perricone, all’astrazione biomorfica dell’Affronti o a quella più geometrica di D’Oca, in un’articolata scansione della dimensione paesaggistico-vedutistica pregna d’una molteplicità d’umori e sensazioni di variabile termica affettiva. E parimenti, sul versante della figura umana, che l’assorto approccio Pop di Mambor e quello decisamente più ironico di Bartman si ritrovino associati al graffiante impianto narrativo di Tosini, alle “vorticanti” fantasmagorie di Puleo o all’esplicita citazione cristologica di Lo Cicero, reperendo nella sfere fisiognomica e psicosomatica quegli allegorici vettori cui affidare la condivisa rappresentazione di afflati e idealità. Stesse considerazioni per gli scatti fotografici di Berengo Gardin, Leone, Minnella e Morello, nella cui cristallizzata fissità paiono immortalarsi le estasi e i vagheggiamenti di cui i carmi sono espressione. Ut poesis pictura et imago, dunque. E così sia, in una reciproca e fertile contaminazione di spunti e suggestioni, ove immagini e parole si facciano tutt’uno nel racconto puntuale dei moti e dei fremiti più riposti dell’interiorità.

(marzo 2009) Salvo Ferlito

 

INTRODUZIONE AL CORSO DI LETTERATURA ITALIANA RELIGIOSA di Elio Giunta

La prima considerazione da fare riguarda il significato da attribuire alla nozione di Letteratura religiosa, giacché l’aggettivo “religiosa” non può indicare l’appartenenza esplicita ed esclusiva ad una religione determinata con i suoi canoni, la sua precettistica specifica ( no, per intenderci Letteratura cattolica, letteratura islamica, etc…), ma piuttosto il suo riferirsi al senso del divino o all’adombrarsi comunque dell’ultraterreno nella vicenda umana, nel pensiero e nella scrittura in particolare, oppure nell’esprimersi di alcuni autori, anche in modo generico o episodico su qualcosa che evade dal limite del terreno razionale, come coscienza, come aspirazione, oppure come semplice e casuale ripensamento. Giosuè Carducci, per fare un esempio, non potrebbe certo inquadrarsi tra le personalità che abbiano fatto la storia della letteratura religiosa, ma vi può benissimo entrare per avere scritto La Chiesa di Polenta o, testo addirittura esemplare, Santa Maria degli Angeli. Perché la religiosità come categoria dello spirito umano è sempre presente in tutti i tempi e in varia guisa, per cui se rileggiamo le pagine di tutta la nostra storia letteraria, constatiamo che di autori collegabili al nostro assunto nessun secolo ne è privo; ed il più recente, cioè il Novecento, e questo nostro appena iniziato, ne sono anzi particolarmente permeati, quasi come per contrappeso che gli scrittori, quelli non da puro intrattenimento, sentono di esercitare contro la materialità invadente e totalizzante. Tuttavia, a parte questa premessa, occuparsi di letteratura religiosa comporta prendere in considerazione in primo luogo figure e opere che alla religiosità hanno dato preminenza tematica, farne una rilettura per una sempre più valida collocazione nella vicenda del tempo in cui hanno operato, per una reinterpretazione dei motivi che hanno espresso di quel loro tempo ed anche della tipicità ed efficacia del loro linguaggio. Lo studio della letteratura religiosa in tal senso è soprattutto operazione di accrescimento culturale prima che ricerca, pur essa utile, di spunti di studio edificanti o monitori. Ma non sarebbe idea peregrina e superflua una nuova catalogazione della nostra storia letteraria sotto il profilo degli apporti di natura religiosa che opere ed autori hanno rivelato nei vari secoli. In sede storica la Letteratura religiosa come comunemente intesa, costituisce un problema critico recente. Infatti percorrendo la storia della critica letteraria, notiamo che la letteratura che diciamo religiosa, intanto da un punto di vista tematico, trova quasi sempre spazio, e non poteva essere diversamente, ma non adeguato riconoscimento in sede di valutazione; ed essa viene ad essere argomento di dibattito non marginale solo dal tardo Ottocento col De Sanctis e soprattutto col Croce, cui , oltre le riserve, si deve in ogni caso lo stimolo ad una sua corretta definizione. Evidentemente la Letteratura italiana religiosa ( da specificare “italiana”) ha avuto il suo secolo d’oro nel Medioevo imperiale e comunale, in cui anche l’apparato politico viveva di coincidenze e dialettica con quello religioso, ma in cui soprattutto la cultura posava sulla preminenza di un substrato filosofico-teologico e mistico o teologico-politico, vuoi col diffondersi del francescanesimo e poi del tomismo accademico, che culminerà nella complessa e determinante opera di Dante. Ma anche su autori di questo periodo la bibliografia critica dei secoli successivi si rivela lacunosa: in genere gli scrittori riconducibili a tematiche religiose sono presi in considerazione a seconda del gusto o dell’interesse che anima il critico o il compilatore. Si pensi, a proposito, che lo stesso Dante, che pure della tematica religiosa è fondamentale esponente, nel De vulgari eloquentia, che può considerarsi un primo esemplare di critica letteraria, verso le opere di ispirazione allegorico-religiosa che lo precedono, sembra manifesti assoluto disinteresse. Questo perché il discorso su un’opera letteraria suol fondarsi su valutazioni circa il mezzo espressivo piuttosto che sui contenuti religiosi che praticamente fornisce. E con questo parametro procederà per lo più la selezione critica di autori di testi religiosi che sarà fatta anche nei secoli a venire. Non mancherà mai per l’appunto l’attenzione verso gli autori e le opere legate a religiosità, cui però si concede particolare evidenziazione in base ad una maggiore o minore ricchezza o originalità del linguaggio. Per esempio, in periodo umanistico troviamo un Leonardo Salvati che parla de Lo specchio di vera penitenza del Passavanti, ma per riconoscervi piuttosto leggiadria di stile; un Girolamo Gigli che si occupa dell’opera di Caterina da Siena, ponendo l’accento sulla singolarità del suo linguaggio senese; un Francesco Bonaccorsi che s’impegna sui testi di Jacopone da Todi per la loro struttura. E degno di nota risulterà altresì il fatto che Feo Belcari scriva su La vita del Beato Giovanni Colombini, come esercizio umanistico di limpidezza di prosa. Nella Storia della volgar poesia del 1698 Gian Mario Crescimbeni indica San Francesco e San Filippo Neri come autori che hanno dato lustro alla poesia, ma lo fa con un certo impaccio laico, quasi solo non potendone fare a meno, per completezza di erudito. E del resto per tutto il Seicento ciò che riguarda la scrittura di tipo religioso non andrà oltre la compilazione erudita. Piuttosto che il dissertare su questo o altro autore da evidenziare, si preferisce l’impegno illustrativo e magari apologetico sulla storia e le benemerenze dei vari ordini religiosi ( Bibliografia degli scrittori francescani, Biblioteca dell’Ordine degli scrittori cappuccini, Scrittori dei Teatini, etc). Del 1782 è la prima vera Storia della Letteratura italiana firmata da Girolamo Tiraboschi ed anche in essa trovano posto in un capitolo di “studi sacri” , teologi , predicatori, scrittori biblici e storici. Ma, dato il carattere più che altro informativo di tutta l’opera, essi sono presenti con la brevità riduttiva della notizia. Interessante è invece quanto vuol rilevare il Baretti (1719-89) sull’argomento nei suoi scritti sulla rivista La frusta letteraria. Confrontando i libri spirituali prodotti in Francia con quelli dei nostri scrittori ascetici notava in questi rozzezza di contenuto, roba scritta per il “popolaccio”. Scrive: “L’Italia ha questa disgrazia che appunto questa sorte di autori è generalmente parlando la più ignorante e la meno pratica del mondo, onde non è da meravigliarsi se tutta questa nostra classe d’istruttori ribocca di spropositi troppo massicci”. “…i libri spirituali e morali de’ francesi non sono pieni, come lo sono generalmente i nostri, di zelantissime sciocchezze”. E non si tratta solo di corrivo illuminista. Pure riserve alla scrittura di devozione vengono da Antonio Cesari, purista, attento al lessico, alla forbitezza sintattica. Nella sua Dissertazione sullo stato presente della lingua italiana (1810) non manca tuttavia di apprezzare adeguatamente autori e scritti di quello che definisce “l’aureo trecento”. Alla lingua toscana di quel secolo auspica infatti il ritorno. Comunque è tra la seconda metà dell’Ottocento e il primo Novecento che la critica affronta con più serio discernimento la problematica della letteratura religiosa. Merito soprattutto del De Sanctis e del Croce. Emergono le tesi di inconciliabilità tra teologia ed arte, tra poesia e misticismo ma anche, e soprattutto, l’obiettivo d’intendere la validità degli autori di testi di tipo religioso in base al loro spessore umano ed artistico. Su questo piano si allineano il De Sanctis ed altri autori di Storie letterarie dell’Ottocento come il Cantù ( che dà notevole spazio agli scrittori religiosi) e poi anche il Carducci ( Dello svolgimento della letteratura nazionale ), il quale pur asserendo, erroneamente a nostro giudizio, che “tra ispirazione cristiana e arte c’è addirittura odio”, non manca di accordare piena simpatia a quegli scritti di natura religiosa allorché siano espressione di spontaneità popolare. Il Croce infine con il concetto di “poesia e non poesia”, fondamentale per tutto l’impianto della sua opera di valutazione critica sulla letteratura, finisce per puntualizzare l’essenza del problema. Esso è anche per noi vedere come un’esperienza religiosa si sia tradotta in espressione letteraria e sia poeticamente valida se effettivamente lo è: cioè come ciò che è di natura religiosa è artisticamente ispirato, sia indice di originalità creativa. Pertanto anche la critica contemporanea distingue sì la scrittura di tipo religioso sotto il profilo tematico, ma parla di letteratura religiosa di livello significativo se essa attinge ad una originalità di fondo, che è del linguaggio, della sua singolare significazione, della sua poeticità. E’ quanto consente un’adeguata valutazione come di solito per qualsiasi prodotto letterario. Non è insomma l’argomento che in genere fa la buona letteratura, ma lo spessore creativo del linguaggio. Dunque quella che diciamo letteratura religiosa sta nella letteratura generale per il fatto linguistico che la unifica ( è la tesi di Giovanni Getto), e certo lo studio della letteratura religiosa dà l’opportunità di porsi da un angolo visuale particolarmente sollecitante, per annotare l’evolversi e il contrarsi di vicende e soprattutto idee nel succedersi dei secoli. Evidentemente la letteratura è fatta di testi da leggere ed interpretare. Se parliamo di letteratura religiosa deve trattarsi di testi che in qualche modo derivino da un’ispirazione religiosa, per noi anche se solo presente in tratti di essi e comunque non sempre secondo l’intento di muovere da una tematica religiosa di fondo, totalizzante. Ma cosa è da intendere per ispirazione religiosa e soprattutto come si può riconoscere il suo manifestarsi? Ecco che può venirci incontro la conoscenza di condizioni e vicende che hanno determinato la personalità dello scrittore e quindi la sua disposizione verso l’elemento religioso, diciamo, verso il divino. In base a questa è possibile distinguere una tipologia di scrittura religiosa. E annotare magari come essa possa essere di celebrazione, d’implorazione o, semplicemente, di percezione. E’ celebrazione, ad esempio, quella del Manzoni che ne La Pentecoste intona “ Madre de’ santi, immagine/ della città superna, del Sangue incorruttibile/ conservatrice eterna…”; o quella di Dante che canta : “ La gloria di colui che tutto move/ per l’universo penetra e risplende…etc “. Mentre è implorazione il “ Padre del ciel dopo i perduti giorni” del Petrarca: o quella di Quasimodo “Perdimi, Signore, ch’io non oda/ gli anni sommersi taciti spogliarmi…”. Col termine “percezione” poi, che è di nostra esclusiva indicazione, pensiamo di poter riassumere quanto possa rientrare nello specifico, sia pur movendo da intendimenti diversi, per cui l’elemento religioso non è posto come fine, ma si evidenzia come dato episodico, come obiettivo indiretto, come componente sottintesa o in qualche modo vagheggiata. Per esempio, la nota poesia “La madre” di Ungaretti nasce da occasione di riflessione sul ricordo dei rapporti con la persona cara e sulla propria condizione esistenziale, ma contiene un desiderio di perdono che è di chiara impronta religiosa. E, a proposito, vale la pena ricordare come nel 1952 Valerio Volpini ha potuto realizzare un’ Antologia della poesia religiosa contemporanea per l’editore Vallecchi, utilizzando testi di varia motivazione tematica e di quasi tutti i più importanti poeti allora viventi. E ripensando all’Ottocento, si osserva che quasi tutta la letteratura del secolo muove da una concezione intellettualistica tutt’altro che d’ispirazione teologico-religiosa, ma, specie nei suoi autori più illustri, è chiaramente imperniata sul ritrovato senso religioso della vita, riscoperto e approfondito dopo l’ottimismo irridente di molto illuminismo ateo e meccanicistico. Ugo Foscolo, per fare un esempio, pur nell’ambito di un credo materialistico ereditato, non si sente di escludere il bisogno di una religiosa eternità di sopravvivenza, illusoria sì ma portatrice di valori per l’uomo. Ed il Manzoni, che suol considerarsi scrittore tipicamente religioso, è anch’egli piuttosto figlio di una molto umana e romantica antitesi bene e male, soprattutto valutando obiettivamente il meglio della sua opera. Basti confrontare le sue prime composizioni dopo la conversione, catechisticamente esatte ma artisticamente stereotipate, con quelle mature per constatare che dietro il “Dio che atterra e suscita/ che affanna e che consola” opera un movente tormentato che è alta meditazione sulla storia e le passioni umane. Ebbene, se per assurdo, dovessimo ridurci a fondare la nostra acculturazione in modo essenziale, con lo scegliere solo tre autori significativi tra quelli ascrivibili alla letteratura religiosa, ci soffermeremmo ben volentieri su Dante, Manzoni e, per quanto riguarda la contemporaneità, su Mario Luzi, certo la figura di maggior spessore tra i poeti dotati di alta spiritualità e di sicuro credenti. Eppure l’opera di tutti e tre ha fondamento religioso, ma che funziona in modo indiretto, nel senso che l’elemento religioso in essi ha sostanza poetica piuttosto che come tematica celebrativa, come sbocco risolutivo o come rifugio o compensazione salvifica a fronte di una drammaticità tutta terrena ed esistenziale. Sono insomma poeti religiosi nel senso che del divino propongono una rara e complessa percezione, tutta legata alla loro profonda umanità. Pertanto di questi tempi accostarsi a questi autori e ai motivi religiosi della loro visione creativa non può che riuscire gratificante. Resta da dire del rapporto tra poesia e misticismo, già ripudiato come impossibile secondo la visione positivistica che fu del tardo Ottocento, ma per il Novecento, e specie per quanto riguarda la sua incidenza nella poesia contemporanea, occorre dire tutt’altro. Se per misticismo è da intendersi l’orientamento della vita verso la divinità con una carica istintuale e sensitiva totalizzante, affondo nell’oscurità e tensione verso il mistero, come non vedere una certa analogia con le premesse etico culturali che sono nella creatività del Novecento? E’ questo il secolo delle filosofie irrazionali, dell’affermarsi del simbolismo e delle rivelazioni poetiche legate all’oscurità dell’inconscio, del culto della parola che tenta inusitati nessi metaforici nell’esistente oltre l’esistente. Jung scriveva: “L’esperienza psicologica mi ha ripetutamente dimostrato che certe manifestazioni provengono da una psiche più completa di quella cosciente” ; e per il Novecento la preminenza della psiche sul rigore logico ha fatto l’arte e la poesia, ha aperto le vie dell’inesplorabile. Da Mallarmé procederanno magismo ed orfismo, cioè quella specie di condizione mistica che caratterizzerà molta poesia italiana ; si pensi ai Canti orfici di Dino Campana e quindi all’esoterismo della poesia di Arturo Onofri (1885-1928) non estraneo alla sua ispirazione cristiana; alla spiritualità mistica dei canti del secondo Rebora (1885-1957); all’ Ermetismo del gruppo dei poeti e critici toscani fino agli anni quaranta ( da segnalare la raccolta Avvento notturno di Mario Luzi.) . Benché è da osservare che , ove si eccettui un breve riflusso del realismo postbellico, tutta la poesia italiana del novecento, quella da considerare significativa, è rimasta influenzata dalla tradizione ermetica, che è quanto dire dall’implicita ricerca, nella misteriosa oscurità del senso della vita, di un sentiero che la esplichi o che sollevi da essa verso l’ineffabile. Certo per i nostri giorni va fatto altro discorso, giacché viviamo in carenza di profonde ragioni storico-filosofiche che diano spinta ad una letteratura di spessore, ma abbiamo parlato del Novecento come un’età in cui la letteratura risulta alquanto pregna di motivazioni religiose. Purché si sappia distinguere tra quella che è ovvia religiosità tematica e misticismo: la prima non sempre ha prodotto buona letteratura, più esattamente buona poesia, il secondo sì. Comunque bisogna saper selezionare autori e soprattutto testi efficacemente esemplari, per evitare, specie se i tempi di studio disponibili sono esigui, ogni possibile approssimazione.

Palermo, Istituto Superiore di Scienze religiose, 12 febbraio 2009

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE G. Getto.” La letteratura religiosa”, in Questioni e correnti di Storia letteraria, Milano, 1949 Natalino Sapegno. La letteratura religiosa del Due e Trecento e la critica letteraria moderna, in Bollettino Studi Cateriniani, XII,2-3, Siena 1937 Croce . Letteratura di devozione, in “Critica” , 20 settembre 1931, pag.323 segg. G.Barberi Squarotti. La poesia religiosa del Novecento, in “Poesia e narrativa del secondo Novecento “ Milano,1971 V. Arnone. Eventi e simboli del Novecento letterario, Firenze 1994 AA.VV. L’esperienza religiosa nella Letteratura italiana, a cura di G.Joli, Novara 2005 AA.VV. La poesia e il sacro alla fine del secondo millennio,Cinisello Balsamo, Milano 1996. N.B. Importante è l’utilizzo di una Storia generale della letteratura italiana con antologia e di un volume di Dante, Il Paradiso.

 
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