Dilivrarmi

Dilivrami
Introduzione di Raffaele Nigro
Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta - Roma, 2010, www.sciasciaeditore.it, pp. 112, euro 10,00
In poesia ama nascondersi nelle parole ermetiche e quando ne sguscia è per porre a confronto un presente futile e fatuo con un passato ricco di valori e sentimenti. Apprezzo molto le scorribande nella memoria da ricostruzione di un realismo lirico fatto di parole cronache personali ma anche i suoi rovelli in una condizione di solitudine addolorata e titanica. La sua ostinata convinzione che di fronte allo scadimento dei tempi correnti è molto poco duro lo stesso spettro della morte.
La vocazione alla filosofia lo allontana frequentemente dalla metafora e lo consegna a un linguaggio concettuale che pare iscriverlo a una linea poetica di riflessione e di astrazione, come di Campanella e Holderlin, per restare tra gli esempi ali e tra gli autori i casa certamente la parte più nobile della tradizione siciliana.
Raffaele Nigro
dal testo introduttivo
Recensione
Una soave e leggiadra parola, “Dilivrarmi” (liberarmi), antico termine letterario tratto dal sonetto di Francesco Petrarca “Io son sì stanco sotto il fascio antico”, ci introduce, quale titolo, al tema, che è la libertà o più precisamente la liberazione, di questo libro di poesie di Tommaso Romano.
E mentre la libertà è costitutiva della natura umana come sul piano fisico l’occhio l’esercizio della cui funzione nemmeno si avverte, invece la liberazione presuppone sofferenza. Di qui la vena di malinconia che pervade tutta l’opera. Trattandosi poi di liberazione a livello esistenziale, questa le conferisce inoltre un carattere profondamente spirituale che sconfina nella religione sia pure in maniera velata.
La caducità dell’esistenza, la fragilità umana, e così pure l’oblio del tempo generano nell’animo incline alla vita interiore, connaturale col bene e cultore della bellezza, un forte anelito al superamento nella esigenza di assoluto, di eternità.
La stessa natura coi suoi spazi sconfinati, con l’immensità delle galassie, l’abisso dei fondali marini, suscita poi un’ansia di infinito; inoltre l’incanto dell’aurora, dell’alba, del paesaggio assolato come è quello della Sicilia (l’autore è palermitano), accrescono l’apprezzamento della luminosità e ne reclamano una ancora superiore.
Nella poesia di Tommaso Romano si avverte il contrasto tra l’ombra e la luce, e l’anelito al passaggio dall’una all’altra.
Egli, respingendo la considerazione delle cose, dettata dalla limitatezza dei confini, dall’angustia degli orizzonti, e disdegnando il freddo ésprit de geometrie, invece spazia in profondità, cogliendo il senso più recondito di tutto ciò che lo circonda, sia esso paesaggio naturale, amicizia, accadimento, manifestando uno spiccato ésprit de finesse.
La sua è una poesia da meditare, che quanto più si legge tanto più si gusta, sicuramente non accessibile a tutti, ma da intenditori. E’ poesia ermetica, altamente suggestiva ed elegante.
La poesia inoltre per l’autore, così come pure la filosofia, il pensiero in genere, affidati alla scrittura trascendono la dimenticanza, vincono l’oblio del tempo, e, orientandosi verso le altezze più vertiginose, in piena libertà, arrivano a cogliere l’Essenza pura, l’Assoluto, l’Eterno.
Vien da pensare a Giovanni Paolo II che affermava come le discipline umanistiche, la poesia, l’arte, conducono a Dio.
Nell’Essenza avviene la liberazione.
E tutto questo è ravvisabile anche nella felice scelta della immagine della copertina del libro, che raffigura una donna in una lieve mossa aerea, che reca in mano una lanterna con la luce rossa della fiamma.
Tommaso Romano interpreta a fondo l’anima siciliana: un segreto anelito alla benevolenza e alla fiducia, che rimane però imprigionato e chiuso nella estraneità e nella solitudine, da cui sarebbe auspicabile liberarsi.


