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I POETI DI OGGI. POCHI TALENTI NELLA SELVA DEI RIMATORI - IL RITORNO DELLA POESIA ECCO I BIG E GLI EMERGENTI di Salvatore Ferlita Dopo il periodo d’oro della poesia siciliana, una sorta di vero e proprio letterario eldorado, popolato da autori della grandezza di Edoardo Cacciatore, Lucio Piccolo, Angelo Maria Ripellino, Salvatore Quasimodo e Ignazio Buttitta, Bartolo Cattafi, Santo Calì e Antonino Uccello, che ne è oggi della pratica di scrivere versi? Chi sono i poeti che attualmente contano, quelli che non hanno nulla a che spartire coi verseggiatori della domenica, sedicenti rimatori e instancabili grafomani? Perché se è vero che la poesia oggi non la legge quasi nessuno, è anche vero che in troppi danno forma a sillogi e plaquette: ce ne sarebbero tre milioni in Italia, in base ai calcoli del direttore dell’Editrice Bibliografica, che lo scorso anno ha censito nella penisola, su un totale di circa diecimila, quasi ottomila editori specializzati in poesia. In Sicilia, dunque, se hanno ragione le statistiche, centinaia di migliaia di autori di versi si aggirerebbero in cerca di premi, riconoscimenti, cittadinanza poetica in antologie e storie della letteratura. Basta del resto far parte, anche per un anno, della giuria di uno dei tantissimi premi che in maniera esponenziale le amministrazioni comunali sovvenzionano. In prossimità della data di scadenza, potrebbero piovere addosso, come è spesso capitato a chi scrive, centinaia e centinaia di libri, quasi sempre pubblicati a spese proprie dell’autore. Se solo ogni poeta leggesse, per una sorta di disposizione deontologica, la raccolta di un collega, allora i libri di versi venderebbero eccome. In verità, si preferisce scriverli. E il rischio è che un così fitto sottobosco soffochi quei pochi che un vero talento ce l’hanno. Ma sollevato lo sguardo da questa specie di grado zero della versificazione isolana, quali sono gli autori che oggi godono di un certo riconoscimento, pubblicando i loro versi nelle collane storiche delle grosse case editrici nazionali? Una volta si parlava di poesia in Sicilia, e i nomi che venivano alla mente erano quelli dei grandi autori, con alle spalle una produzione consolidata, e insigniti dei premi più ambiti (Quasimodo per tutti). E oggi? Proviamo allora a dar conto dello stato dell’arte, constatando in prima battuta che il primato in poesia al momento è, senza ombra di dubbio, della provincia di Messina, che ha dato i natali a Jolanda Insana, a Basilio Reale e a Emilio Isgrò. Tre poeti autentici, con una pronuncia personalissima e la stima dei critici che contano. Anche se va subito detto che i versi di Jolanda Insana, la cui qualità è davvero indubitabile, per la compattezza della produzione, il rigore dell’ispirazione, lo sperimentalismo praticato a petto dei classici greci e latini, non hanno trovato accoglienza in almeno tre delle ultime antologie di versi confezionate da studiosi di tutto rispetto: come quelle di Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi “Poeti italiani del secondo novecento” (Mondadori), di Daniele Piccini, “Poesia italiana del 900” (Rizzoli), Enrico Testa, “Dopo la lirica” (Einaudi). Il fatto sorprende e sgomenta, dal momento che la Insana è una delle voci poetiche più autorevoli oggi in Italia: lo scorso anno, per i tipi di Garzanti, è uscita l’opera omnia. Bisognerebbe consigliare ai tanti sedicenti poeti isolani di sfogliare questo testo capitale della poesia contemporanea, per avere ragione di una pratica rigorosa e quasi ascetica, di ricerca e di cesello: il farsi carico di una tradizione illustre (la Insana è un’ottima traduttrice dal greco e dal latino), l’innervarla nel corpo di una poesia biologica, che però sa lievitare dalle cicatrici e dalle ferite ancora sanguinanti di un passato privato fino ad allargarsi a quelle di un intero Paese: la memoria personale infatti quasi sempre si fa memoria collettiva; il grido disperato si carica di echi molteplici. Attenzione: quella dell’Insana non è una poesia che scioglie i nodi, che addolcisce i ricordi, che allieta i cuori. È, la sua, una pronuncia sgradevole, che si carica delle scorie, delle macerie di senso; che non lusinga la prosa, anzi, se ne guarda bene dal tallonarla. È poesia a tutti gli effetti, coi suoi giochi fonici, certi spiazzanti arcaismi, l’insorgere della rima. Forse si dovrebbero mandare a memoria questi versi, per fare esperienza dell’importanza del ritmo in poesia, di un’armonia che può anche spezzarsi, o può anche essere annullata in nome di una disarmonia prestabilita. A ripercorrere le tappe poetiche dell’Insana, viene da dire che la “Tagliola del disamore”, uscita nel 2005, rimane una delle sue raccolte più belle e uno dei libri di poesia più interessanti usciti in Italia in questi ultimi anni. A dispetto di Cucchi, Giovanardi, Puccini e Testa, che sembrano ignorare l’autrice messinese. Accanto all’Insana, ci sono almeno altri due autori notevolissimi: Basilio Reale, poeta prima quasimodiano e poi, mano a mano, autore di una vera e propria migrazione linguistica, adottando negli anni Sessanta in una sua raccolta mondadoriana un gergo tecnologico straniante e demistificante, e utilizzando un montaggio quasi cinematografico. Per poi, negli anni Ottanta, cambiare registro, aprirsi a una pronuncia più distesa, e comporre un canzoniere d’amore, “Travasare il miele”, dalla abbagliante bellezza. Per non dire di Emilio Isgrò, che come la Insana e Reale s’è trasferito giovanissimo a Milano, praticando la pittura, la scultura e la poesia. E passando dalla poesia visiva e iconica, assieme a Eugenio Miccini e a Lamberto Pignotti, a una pronuncia in versi che nel libro “Oratorio dei ladri” (Mondadori) si fa carico di una disparità funambolica e caleidoscopica di linguaggi, da lasciare quasi atterrito il lettore. È una sperimentazione, quella di Isgrò, che da “L’età della ginnastica”, passando per “L’oratorio” per approdare al “Brindisi all’amico infame”, mai fine a se stessa, ma in grado di esprimere una tensione conoscitiva e a volte anche etica, mescolando empiti di certo surrealismo meridionale con movenze popolaresche e tensioni teatrali. A questi tre grandi autori, se ne affiancano altri degni di una certa attenzione: Vincenzo Leotta, sensibile critico letterario e attento esegeta dell’opera di Bartolo Cattafi, autore del recentissimo “Il roveto ardente” (viennepierre edizioni), una sorta di canzoniere d’amore dedicato all’Assoluto, vergato in uno stile semplice, che richiama certi tratti sapienziali della sacra scrittura, e poi Stefano Lanuzza, fautore di un magma linguistico pirotecnico, come testimoniano raccolte quali “Logosfera” e “La nottola e la talpa”, Isidoro Aiello, giovane poeta, autore di “L’essenziale” e “Colombe vittoriose”, epigrammatico e essenziale, che ama chiamare le cose col loro nome illuminandole ogni volta di scorcio per rivelarne il lato inatteso e ancora Saverio Vasta, autore del recentissimo “Lo spergiuro del gallo”, cattafiano anch’egli nel lavoro di scarnificazione della parola. Sul versante catanese troviamo il quasi centenario Guido Ballo (in realtà trasferitosi ben presto a Milano), archeologo della lingua, capace di fare reagire il siciliano arcaico con le lingue morte, come testimonia “Sicilia controcanti”, una sorta di nume tutelare assieme a Giuseppe Bonaviri, con la sua poesia biologica e fisica, come lui stesso la definisce, in cui Leopardi convive assieme a Empedocle (vedi “I cavalli lunari”), e poi Mario e Sebastiano Grasso: il primo è anche autore dialettale, il secondo ha scritto dei canzonieri erotici, in cui i sobbalzi della carne lasciano trapelare l’incedere impietoso del tempo e l’invecchiamento delle cellule, in una pronuncia ironica e crepuscolare. E ancora Manlio Sgalambro, cui si deve tra l’altro “Opus postumissimum” (frammento di un poema, 2002), vertiginosa e plurilinguistica esplorazione del confine che separa la vita dalla morte. Poeta filosofo, Sgalambro, che contamina le lingue e i saperi, in un dettato spigoloso e caustico. E Angelo Scandurra e Maria Attanasio: il primo, titolare della piccola e raffinata casa editrice Il Girasole, autore di versi visionari e dolenti, di un’autobiografia che abbraccia anche le tensioni civili; la seconda attenta a una fisicità e a una referenzialità che però inopinatamente si trasformano, annettendo altre realtà, altre possibilità: come in “Amnesia del movimento delle nuvole”. Se spostiamo il nostro sguardo sulla plaga palermitana, troviamo un drappello di poeti armati sino ai denti: da Pino Giacopelli, con la sua ragione limpida e arguta, e la sua pronuncia insieme tradizionale e innovativa, a Piero Longo, i cui versi sono tutti quanti permeati da una felice e apotropaica aura classica; da Aldo Gerbino, medico umanista, mitografo dell’entropia e poeta bio-chimico, a Lucio Zinna, che dal senso comune della lingua si muove per arrivare sempre al senso inverso e spiazzante; da Tommaso Romano, perennemente teso verso una anabasi spirituale, un’ascesa metafisica che si condensano in un dettato asciutto in cui umano e divino si fondono, a Salvatore Di Marco, notevole cantore d’amore in dialetto, da Crescenzio Cane, l’autore della “Bomba proletaria” e inventore del termine sicilitudine, legato a una sorta di complesso di inferiorità del siciliano o alla credenza in una particolarità esasperata dell’essere siciliano, a Elio Giunta, “poeta davvero ragguardevole” come lo definì Mario Luzi, che ha eletto la sua città, una Palermo imbruttita e stranita, a bersaglio dei suoi velenosi strali, a Lillo Gullo, “miniaturista affabile”, poeta raffinato e ironico: manca qui, però, il nome di punta, l’autore veramente rappresentativo. Rimangono le province di Caltanissetta, Agrigento e Trapani: la prima ha i suoi migliori cantori ancora in Stefano Vilardo e Carmelo Pirrera: poeta epico e democratico, Vilardo, nel suo “Tutti dicono Germania Germania”, autore che ha fatto della sua poesia testimonianza vigile dell’esistenza dell’uomo, resistenza civile rispetto all’insensatezza e alla vanagloria. In terra pirandelliana spicca il lavoro di due poetesse di un certo rilievo: Margherita Rimi, con le sue parole ruvidi e essenziali, un po’ alla Sbarbaro, e Giuseppina Mira, che nella misura dell’epigramma riesce a dire le cose migliori. Per poi chiudere con la provincia di Trapani, patria di Nino De Vita, che è il più grande poeta dialettale siciliano oggi e uno dei più interessanti in Italia: i suoi versi danno forma a un sorprendente romanzo di formazione, in forza di una tensione lirico-narrativa che a volte fa pensare al filone favolistico di tradizione mediterranea. (da "la Repubblica - Palermo" Martedì 20 Gennaio 2009) |
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Piero Vassallo, “Memoria e progresso”, prefazione di Giovanni Zenone, Collana filosofica della Casa editrice Fede & Cultura, tel. 045-941851, Verona 2009, pag. 184, euro 18. Formato alla scuola del cardinale Siri e nutrito dalle opere di Fabro, Gilson, Livi, Petruzzellis, Sciacca, Innocenti, Del Noce, Composta, Del Vecchio e De Tejada, Piero Vassallo, prima che storico della filosofia, è un cattolico intransigente, un assiduo disturbatore della quiete progressista. Irriducibile testimone della tradizione perenne, sopravvive senza compromessi all’emarginante ostilità della sinistra e della falsa destra. Nelle sue opere, che Tommaso Romano giudica segnate da “lucentezza d’analisi e da fiammeggiante pensiero”, è sviluppata una strategia culturale intesa a confutare il pregiudizio secondo cui il progresso sarebbe la fondazione di una nuova società sopra le rovine del passato e a restaurare l’immagine della dottrina che, nel progresso vede il risultato del continuo perfezionamento delle leggi stabilite dalle generazioni che si susseguono. Scritta per dimostrare ancora una volta e con nuovi argomenti la radice tradizionale del vero progresso e per descrivere il rovinoso risultato del progressismo, “Memoria e progresso”, ripercorre la storia del deragliamento gnostico della filosofia dopo Cartesio e ne indica un possibile opposto esito nel tomismo rinascente. Di qui le dure ma convincenti pagine critiche dedicate all’ombra della gnosi spuria distesa sulla filosofia di Hegel; al paradossale percorso della filosofia ultima (di Nietzsche, Heidegger, Bataille, Sartre, Guénon, Evola, Benjamin, Bloch, Taubes ecc.); all’incertezza che costringe Emanuele Severino ad aggirarsi tra la smisurata ontologia di Parmenide e l’incuboso nulla di Leopardi; alla lucida e tempestiva previsione sciacchiana intorno all’esito irrazionalista del razionalismo e le pagine che indirizzano alla lettura dei filosofi cristiani che hanno superato le strettoie della languente modernità. Gli autori raccomandati da Piero Vassallo e censurati dall’inquisizione laicista hanno smentito le calunnie all’essere e bloccato quelle staffilate alla razionalità, che costituiscono il disonore dei maestri del sospetto e dei pensierobebolisti oggi assisi sulle malferme cattedre della banalità sproloquiante. Interessante e attuale (considerato il vuoto mentale che purtroppo avanza nell’area della destra conformista) è anche il capitolo in cui il cesarismo vichiano è rivisitato e rivalutato quale rimedio agli inganni messi in atto della lugubre oligarchia soggiacente all’assolutismo democratista. Prima di approdare al tomismo essenziale, Vassallo ha iniziato, sotto la guida dell’esoterico Evola, il lungo e difficile cammino nella proibita regione dell’antimoderno. Oggi che la modernità ha attraversato la desolazione relativista per approdare al totalitarismo della dissoluzione (magistralmente descritto da Del Noce) l’antimoderno esce dalle conventicole e, liberandosi degli errori d’inizio, si afferma quale unica condizione di un futuro migliore. Il plesso fides et ratio, fino a ieri simbolo dell’inattualità, rientra a pieno titolo nell’orizzonte della speranza. Efficace rimedio al nichilismo, che avvelena la chiacchiera intorno alla festa consumistica, è, infatti, la riscoperta attiva e dinamica della tradizione perenne. Prezioso nutrimento della speranza e della fiducia nel binomio tradizione-futuro, l’opera di Vassallo conferma la verità della tesi formulata dal grande erudito Francisco Elias de Tejada: “la posizione che suole contrapporre la tradizione al progresso è assurda. Giacché non esiste progresso senza tradizione né tradizione senza progresso”. |
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Omaggio a Gesualdo Bufalino L’Amaro Miele Ho una pietra sul petto, una specie di lapide incisa sul cuore di questa odiosamabile vita che ho votato all’avventura ed ai suoi movimenti, ai quali ho attribuito virtù di igienica ginnastica. Con un vagito è iniziato il gioco della mia esistenza di Fenice venuta alla luce come una reincarnazione riuscita nella clausura della mia casa, dove ben presto mi cinsi da Re, accollandomi il peso di mille corone. Sogni cavallereschi si sommeranno ai diademi, alle biglie, alle spade, alle quintane recitate nel bianco falsetto, finché cambiai voce e statura, abbastanza da perdere l’innocenza. Da allora, sono certamente cambiato, perché è improbabile che un Re malsopporti le onorificenze… Vabbé, a dire il vero, quella mia è una vita da ragno e da mosca, da predatore e predato.Avvoltolato, per meglio dire, stritolato fino a non potermi più muovere e reagire contro gli eventi fatali dell’esistenza. Ultima di questi, sebbene mi è parso d’essere già morto un centinaio di volte, aspetto la morte per liberarmi da ogni catena, per essere finalmente certo delle mie odiosamabile vite. Il fatto è che, malgrado mi sia chiesto seduto a un bar di Piazza Marina il senso della mia esistenza, sono ancora vivo. Perciò volente o nolente, ho dovuto impegnarmi in alcune iniziative pregevoli per esaudire il volere iniziale di Dio che invece ho poi liquefatto pian piano, disciolto fra demoni e scope della malacìa; che la mia incapacità ha sistematicamente banalizzato, deludendo così, ogni buona intenzione del mio destino risorto dalla collina, dalle scarpate, resuscitato dalla malattia, sfuggito alle pallottole e alla fucilazione. Insomma, ho tradito l’onnipotente che ha fatto del suo meglio, pur di cucirmi addosso la storia voluta per me, da Dio. Ora, mi chiedo ansioso che grido o che caduta m’aspetta dietro l’angolo della mia immortalità, quali saranno le nuove perigliosità che mi daranno il batticuore e quali rumori dovrà ancora soffrire il mio cuore che ha resistito anche al tempo d’inverno. Ho dunque pagato il fio dovuto al mio angelo, e fra i fumi dei miei pensieri agitati, mi sono alzato alloppiato con la morte dentro alla mente, consapevole però, che anche la mitica Araba Fenice non potrà sfuggire a queste ambigue regole dello zodiaco, la quale, appena giungerà a scadenziere, la trasformerà in cenere insieme al mio volto disperso dal vento delle catacombe, putrefatto e fuggitivo. Ma finalmente saprò perché e di che cosa ho vissuto. Comunque, non è che il tempo mi è passato addosso come acqua sotto i ponti o che la mia esistenza sia trascorsa invano. Anzi, prevedo che un giorno sarò tanto famoso, da essere tradotto in dieci lingue. Mi ricordo quando ho vinto il Campiello: temevo la critica, avevo paura dell’immediato futuro che immaginavo come acqua nera versata sulla mia diceria, un secondo dopo la fine del soliloquio… Ammesso che me lo lasciassero finire, il soliloquio… Ero un dio spaventato, tormentato dal dolore e convinto più di un mulo, che non avrebbero mai capito la verità del mio cuore. In effetti, senza essere uno di noi, uno della Rocca, è difficile amalgamarsi con le mie sofferenze… Ma subito mi rincuoravo; come se professassi la filosofia del nominalismo, le dieci lingue erano voci tanto distanti dal giorno del Campiello che pensavo ai miei interlocutori come diavoli fortunati di non poter subire o sopportare le correzioni di un autore morto. E’ vero, ne ho fatto di strada, se il faro rotondo di Comiso antica si è spento da tempo e neanche mi è amica. Lei non mi ricorda. Invece, io non mi ricordo il deserto, né la cupola vuota del monte di fronte, che vedi lungo la ruota di ferro che corre desolata, sul finestrino. Seduto sul crocchio ferroviario che sferragliava tra il mare e le montagne, mi venne come un apoplettico sonno: un fiume nero che trascinava il diluvio e tracimava il cemento inondando il mondo dappresso, irriconoscibile, sconosciuto… Ovunque, mi pareva un obitorio desolato o una brutta maniera per familiarizzare con la morte anche i disegni dell’anima. Il treno finalmente si fermò alla stazione di Comiso dove scesi solitario il primo gradino. Alla fine del predellino, mi trovai in piedi nel pomerio fra le rotaie e il mondo, con la valigia di similpelle annodata al lazo e i miei pensieri che ruminavano sui tempi moderni il delirio di un fauno cornuto. Che incubo ad occhi aperti! E’ ovvio che non era più il mio apoplettico sonno: il treno era appena ripartito. Insieme al convoglio sparì sul colpo, come una cengia si stacca e precipita dalla roccia ammutolita dalla privazione, tutta la mia fantamemoria di bambino che era sopravvissuta, fino a quel momento, nei barattoli sottovuoto della mia alienità di superstite. A trentanov’anni, per la prima volta mi meravigliai di cosa mi accadeva intorno. Anzi, di cosa non mi accadeva! Ero di stucco, impietrito dall’odore di suburra che aleggiava nell’aria intrisa dal caligare dei convogli comitini, specie ferroviaria tutta isolana di inimitabili panchine d’altoforno con le ruote di ghisa: l’afrore controvento era trasportato da una arietta apolide, un olezzo di terra intercotidale, quale mi parve che fosse diventata la Sicilia senza il frizzante odore degli agrumeti, costretta a galleggiare a forza in un mediterraneo in fase di rigetto. Non dovevo tornare. Ho sbagliato - pensai. Non c’era neanche mia madre a raccogliere le mie ossa alla stazione; forse avrebbe preferito trovarmi nella valigia pronto per essere cremato… Brutti pensieri mi cerchiarono i lobi e una melanconia, da uccello colpito e ferito, mi rallentò il cuore. Era l’ennesima pazzia del mio superbo e timido destino giunto al capolinea e insoddisfatto come sempre. Incompreso, tento i miei gesti primi come il bambino a mezzo maggio sporge il piede bianco nel mare gentile, per raggiungere un pullmann e partire da Sesta, per salire sul filobus che correva dietro la stazione, forse per tornare casa, come mi convinsi, ahimé, che era la cosa migliore da fare. Ero troppo stanco per ricominciare, e con la brutta abitudine di tornare sempre al punto di partenza, mi mordo sempre la coda… Alla fine del turbinìo, a mala pena sollevai il peso della mia misera valigia vuota, e piena di ricordi del sanatorio, per incedere i primi passi sullo stretto marciapiedi dei miei tempi moderni, dove solo Dio mi faceva compagnia per non farmi morire di abbandono. A questo punto, sentii squartariarmi le costole come se una creatura mi stesse per uscire dal torace. Però, tra le fitte d’infarto, il cuore mi batteva forte e sano come un mantice della fabbrica. Anche se le mie costole si liquefacevano nel dolore di un supplizio che era dell’anima, capii che non sarei morto. Con l’esperienza di tisico che ho, figurati… Il dolore era lì, fra le costole di destra, stretto fra i pugni e il torace: un empiema s’agitava come un frattale sotto la pelle smossa dal terremoto. Strappai la camicia con le unghia e vidi l’incredibile infanzia mia – ero proprio io come in una foto che si rimira nostalgica nell’album buono di famiglia - fuggire dalla cavatoia lacerata nel soma che la tratteneva. Appena il bimbo linfatico uscì come pudenda innocenti dal bizzoso garbo, la malizia mi evase fra le dita per insediarsi sul trono al centro della mia fronte. Improvvisamente, ero divenuto adulto! Come cemento di cava fresca, ogni goccia d’elisir di gaiezza, raggrumava all’istante la gioventù sui miei deboli nervi rasserenati dai ricordi: vidi le mie orbite piccole, cristalline di gioia, abbacinate dalle bolle di sapone prillate dal sole, finire sui chiodi dei ficodindia e scoppiare. Allungai la mano lungo il tenero itinerario di vento. Mi parve d’impazzire: ci giocavo a tre anni. Poco dopo ero all’Ippari Vecchio, il bianchissimo greto a cui ho consegnato la mia infanzia, a cui ho raccontato l’empia novella, a cui ho lanciato la pietra del mio cuore... Di nuovo la mia mano adulta faceva l’esca ai ricordi che invece, mi abbandonarono come un estraneo. Oh, quanto mi addolorai tremendamente per il bambino che svaporò dalle costole e dal cuore! Frattanto, il mio dolore corse come biglie del pallottoliere assommando d’un colpo tutti gli anni che erano svaniti dalla mia incredibile età: Trentanove! Dio mio! Il comprendonio degli altri non ha questi trampoli, non sperimenta i botti del tempo. Appena toccai la terra di Comiso i sogni svanirono con il dolore al costato, e la malattia tirò il totale senile. Mi sentii più vecchio, incredibilmente di più. Che calende!, tutte in una volta! Eppure, lo squartariarmi, lo rivorrei di nuovo, dieci, cento volte ancora pur di riavere la mia infanzia nel petto, la mia innocenza nel cuore, il mio coraggio spensierato nelle gambe… La cosa più esaltante che può capitare nella vita è capire perché bisogna faticare cosittanto per tornare bambino. (Pausa) Dunque, cosa stavo dicendo… ah!, allora afferrai la malacca e solo m’incamminai verso casa sempre più certo che mille nemici avevano rinchiuso i miei genitori nella angusta galera d’attesa, sbarrando la porta coi loro piedidiporco per cavarne i sentimenti. Ero sicuro che fra me e il paese di mezzo, lupanari di carta canonica, frattanto scaltri, svegli e feroci, mi aspettavano al varco per giocare all’arancia meccanica, facendomi la posta in veste di poliziotti, di mendicanti o sicari. Mi mossi; e camminando camminando, una vivida memoria visiva iniziò la moviola sopra le mie scarpe sdrucite, invecchiate di pietra pomice e lise dall’impavida speranza di sembar vivo, mano nella mano con il morbo addosso. Ricordai; la rividi come la lasciai quando il tempo era attivo guardiano di tutti i contorni, di ogni crocicchio, di ogni fontana, dell’acqua a cannolicchio stanca di scorrere sulla pietra, impaurita custode di ogni bellezza comitina tentata dalla rovina. Mi venne la collera. Dentro le mie viscere era ancora rimasto l’enzima della terra, il sapore del sale, l’uccello dalle piume turbolente, coraggiose di cuore, quanto bastò per dispiacermi moltissimo delle inerzie che temevo di trovare e che purtroppo trovai sui nuovi passi. Mi fermai dietro l’angolo, sotto il gherone che teneva la vela bandiera ancora senza nome sui colori italiani strappati. Lì, stavo fermo pure per l’agone prematuro, con gli occhi all’aria, impietrito vidi la Comiso improvvisata allo sguardo ramingo sui peli, sulle unghie, sui licheni che hanno smesso di germogliare. Lì, c’era una statua, pensai, e mi volsi verso il ricordo di marmo e vidi dal labbro della statua pendere fiacca una goccia e la meridiana dell’intonaco scambiare mezzogiorno per mezzanotte. In effetti, dovetti arrendermi al deserto: il cuore di Comiso s’era fermato, si faceva beffa dei miei solitari silenzi di pietra e frattanto, il mio cuore pompatico soffriva l’alienità. Ero come un Adamo che ricordava d’essere stato scacciato dal Paradiso Terrestre. Per questa terra sfasciata dall’afa, rozza terra latrante, i miei lobi s’impegnarono a ricordare come un uomo, avanti e indietro nel tempo, cominciando dai miei disegni sui carri, quando elucubravo la mia storia di prode dei carri rusticani. Allora, memore di quei pennelli, pensai al Grifone grottesco venuto dall’arabo scranno usurpato alla mia Fenice. Di nuovo vidi l’uccello gigante, appollaiato sulla maligna gobba gonfia di sangue, con gli occhi nocivi e rutilanti di desiderio. Io morii alla sola leggenda!, e sfuggii il suo sguardo di basilisco fra le penne loricate da usberghi e planopie d’argento, d’oro, d’avorio e di bronzo. La paura del Grifone non era fatta soltanto dell’ansia di uno sguardo assassino: gli speroni di dietro sono detti “unghia coltello”! Al malaugurio brillavano come ciondoli d’oro dietro alle zampe rapaci, nodose di nervi pronti a scattare come fulmini e lampi. Con un balzo e un battito d’ali d’aquila, il leone di testa mi avrebbe azzannato anche sopra il carretto dei pupi; con le unghia taglienti mi avrebbe sgozzato fra sputi e zampilli; con la picca rapace squartariato la schiena all’intero carro dipinto di orlandini e lipizzani già morti e tabuti per averlo fissato negli occhi. Io scappavo dal basilisco per morire con onore in una tenzone di rabbia e d’amore, ma il brivido d’orrore mi tese le dita e strinsi la presa sulla malacca come se avessi davvero la Durlindana. Il Grifone era ancora vicino, appollaiato fra i sassi, allerta, per aggredirmi caparbio e mordermi al petto con la sua picca ricurva, incurante del crocifisso che sono e che non può difendersi, ferito nel buio della notte da un sogno rapace. Allora m’accorsi che l’efébo morfeo era finito e che la malacca m’aveva storpiato la mano come al barbiere maldestro, il tagliente leccone. L’incubo svanì nella realtà sudata e ansante del mio risveglio da sonnambulo viaggiatore, sotto la vela bandiera, vicino alla statua che parea dirmi d’acchitto: “Ma allora, anche Guerrino il Meschino s’è salvato!” La statua guardavo, esterrefatto per la metamorfosi, con i miei occhi di santo Michelangelo, capaci di fare il miracolo, di dar vita alla pietra. La montagna era troppo alta per me, ma non per lo sguardo buonarrotesco che gli ficcai dritto diritto negli occhi: Cha fa, non l’avete capito? Sono io Guerrino il Meschino!” gli urlai “Quando verrà la morte, non avrò paura della mia delizia lenta… lenta di finire se l’angelo fra le cortine mi fa cenno ch’è giunta la fine!” Finalmente aprii gli occhi alla vita. Ma ogni volta che il cielo si offre limpido al mio sguardo, mi sento un angelo serafino con un’ala sola. Sento la voglia di volare remigarmi nel tempio senza fare neanche un passo d’airone; sento il ganglio delle catene infernali e i leviatani di carta canonica che mi hanno esiliato dalle luci sapienziali di sacro; sento il peso della miseria indolente; sento l’ala mancante non battere l’aria e sbandare alla deriva, come un quaglio schioppettato nel cielo che rema d’un lato, e poi per terra, a razzolare per tutta la vita se i denti d’un cane non gli strappano l’ala che resta; sento il gusto dolce del miele dell’anima, farsi fiele versato sulle speranze di un illuso apireno. Ah, basta! Non ne posso più d’essere un gallo facinoroso col sole in pugno a far subbuglio di piume d’oro! Alt! Voglio finirla subito con il mio Giuda traditore che inventa l’Amore, che interroga al buio con le dita, che crede inverosimile la vita, che vuole la fedeltà dei sogni ogni giorno di fredda festa, ogni notte di Festa Breve. Prendo per mine i miei errori e per aria pura la bonaccia che soffia. Poi, respiro fino a scoppiare delle mie correzioni e gonfio di me, spingo il sangue a forza nelle vene, saturo di speranze e di rose che nasceranno rosse dalla merdaglia. Con questa speranza, ogni mattina degna del sole di un qualunque domani, mi guardo allo specchio, sento l’acqua che scorre e s’imbuta nella sentina. Nel terrore che vedo, vorrei avere un fratello uguale a me, un gemello che facesse il burocrate salvaministri, il quale, scaricando barili peggio di un apofantico tauro, riesca in tutto senza dire niente; un facchino che di nascosto ne sappia più della maligna Fratantonio. Meglio che trovarsi agitato nella volgarità, sfottuto nella beffa dei miei solitari silenzi di pietra. Che difficile costrutto è il mio, da gladiatore o da spartano, manco mi credo capace di alzare una mano quando la vogliono per dire la mia. E allora la spada, Caligola, la folle follia, le musmmé del decamerone, i mangiabambini, le orche e erinni, le reti del gladiatore simili a quelle di un ragno… Che difficile uomo che sono! Però, lo sono!, un uomo! Anche se mi bagno nella battigia, ma non mi immergo perché temo le ire del tridente ancora depresso per Scilla e Cariddi, sono un uomo lo stesso! Infatti, potrei raccontare dell’Ippari Vecchio, bianchissimo greto, fiume di vento, che mi prese fra le sue spire e mi vide nuotare fra le prode. Per chi non lo sappia, ci vuole un coraggio d’eroe per nuotare nell’Ippari! E’ che è mia abitudine barare sulla scacchiera della vita e quasi sempre non credo di aver capito tutto! I Qui Pro Quo, mi piacciono, non finiscono mai di stupirmi. Dunque, sono un uomo dal cuore debole, sorta di macchine o Capricci per soffrire di meno con un curriculum personale che è un ossimoro. Da sempre cerco l’ala che mi manca per completare il mio cerchio ed erigermi nell’uomo adulto che sogno dai tempi di Adamo. Non voglio più l’inutile destino di fantasma che mi sopravvive ovunque. Sono sparito come foto buttata per alibi dentro un cassetto introvabile e poi, per fortuna o sfortuna, scoperta dal boia o da un angelo in fondo al tiglioso segreto incollata alla sponda dal vischio muffoso. Allora riscappo, rivoglio l’ala che mi manca per decollare dal passato. Voglio piantare la biffa e contare i parsec del mio volo; voglio una pietra miliare, una insegna luminosa dov’è la svolta, e una picca per prendere le distanze dal crocicchio dell’immemorabile. Mi confesso: vorrei la mia vita come un antico segreto. Invece, ahimé, senza il gemello, sono trafitto dal presago giogo dei presentimenti. Odio l’introspezione, l’Io mi ossessiona! L’anatomia della mia anatomica memoria mi calza come una griffa su misura, inimitabile mi cavalca e mi soggola, mi spaventa la Trebisonda. Allora, la mia ansia incalza mentre non so cosa fare per essermi utile. Mi pare d’essere uno dei carusi di oggi che hanno il culo pieno di gloria. Vanno con la moto, non dicono baciolemani. Si credono tutti capobastoni! Per dare ordine alla mia rabbia trovo una soluzione impossibile: vorrei essere “Dio per incarnarmi in qualunque esperienza storica di chiunque sia nato o morto qui sulla terra”. Vorrei “essere la coscienza e la memoria di tutti”… Ma la schiavitù si fa strada fra i postumi dell’orgoglio sciogliendo il brocardo che fa tutto da solo, che si sfoga nella memoria: s’aggetta sul pallio come un’esca posta a farmi impazzire, da ingravidabalconi sedotto dalla magària d’uno osceno puparo che non usa la tenda o il rutilante sipario. Stratagemma dell’arte è nascondere i trucchi, prendere fiato, cambiarsi la voce e non svelare le pose, inventarsi una pausa per nascoder le mani. No. No, non mi fraintendete. Per carità, io non ho nulla contro i pupari! Anzi… Voleva solo essere un modo per associare l’uso delle dita a qualcosa di più generoso, come raccontare una storia. Ognuno che narra, lo fa a modo suo. Il puparo ci ha abituati ai paladini di Francia, ai saraceni, a Roncisvaldo, al Magno e al Bucefalo. Amici, miei, ditemi: cosa c’è di più siciliano del puparo e dei pupi? Ne avrei tante ancora da raccontare, frottole e favole di cavalieri: Fioravanti e Rizieri, Ottaviano dal Leone, Gisberto dal Fiero Viso… So magie di boschi e fontane, cavalli che son fatti di nuvole, spade che sulla punta gli fiorisce una rosa. E allora, calmate le maschere; abbassate lo sguardo; addolcite le rughe che vi siete fatti spuntare fra voragini e precipizi per una cacazzatella di topo. Suvvia! Voglio bene alla mia Sicilia, ovunque; é stato automatico associare le dita ai pupari; a cosa pensi quando dici Sole? Non pensi forse alla Sicilia? Quindi, giuro che non credo affatto che i pupari siano osceni, ho fatto solo una ingenua associazione, un metonomio; una similitudine, suvvia, una ingenua metafora che non vuole offendere nessuno. Ancora ricordo com’era bello la mattina passarci e guardare le figure del cartellone… sapere che almeno per finta, il buono vive e il maganzese muore, squartariato da quattro cavalli… .Il simbolo al quale mi annodo, è il dato di fatto seppur necessario a trascinar burattini, che i pupari usan le dita, le stesse che ho visto fra le bifore nere, bionde, castane e brune dietro la lancia di luce che sorregge lo spiraglio e lo sguardo sudato, agitarsi da sante a matrone! Il mio barocco è apparente, dove sembra che io gridi, in realtà taccio o bisbiglio. Sappiamo che l’amore non ha padrone, che tutto è possibile nella guerra di proporsi come partiture musicali, una specie di recitare dove le romanze e le cavatine fan materne mucose delle lenzuola. Loro, le dita, sono colpevoli dell’oscena rassegna! Perciò, non credo di avere tutti i torti se stasera discorro col vento, alla ringhiera dove il cielo ha un volto. Che fiamma di marenghi hai nella mano! Perciò, congedo il vecchio puparo e voi amici gendarmi, non state a farmi contravvenzioni, toglietevi le mantelline e sedete qui buoni buoni. No, non verrà Guerrino a salvarla con la sua spada di latta a cavallo di Macchiabruna… Di fronte al casotto delle vastasate, lei resterà nera, bionda, castana o bruna. Eppure l’Amore è una cosa serissima: mi duole pensare all’Amore che non ho potuto godere coi riflessi sull’anima che avrei voluto. Mi è successo ovunque, da qualsiasi parte mi sia trovato in Italia, giusta la mia certezza d’essere un uomo; confuso magari, ma uomo! Al mare per esempio, sembra che sia fatto apposta l’accoppiarsi in passi di ragazze grasse e magre. L’una con l’ombelico profondo sotto il seno enorme dentro due cocolle come secchi colmi di spugnosa vita, e l’altra magra, indiana di copertina segaligna come una canna, i capelli neri come foglie piangenti ed il costume rosso che potrebbe stare bene addosso ad una bambina. Mi succede sempre, mi ricordo sempre d’avere osservato senza mentirmi nei sentimenti, senza ingannarmi le sensazioni. Allora capisco d’essere stato un uomo, sempre. Oppure dove, presso la foce, trascorsi il pomeriggio d’un fauno minore; come i timori infondati per un amore stupendo, il più bello che mi sia mai capitato, durato tanto a lungo da farmi dubitare che fosse vero, che fosse accaduto proprio a me con una Philips Morris pendula all’angolo della bocca e il sopracciglio ironicamente levato. Me ne innamorai subito, in quella terrazza di amici illuminata dalla luminaria di artifizi, bengala e fiamme. Uno dietro l’altro arrivarono i dardi cupidi e gli arieti di fulmine che le illuminarono il viso e fecero il miracolo di crearla dalla mia costola: lungo la muraglia di anni che ci separava, c’erano ponti e cespugli di rose, tappeti di petali che sarebbero fioriti in rose. La Basilissa ascoltava le poesie che le recitavo in ginocchio, battuto a morte davanti alla Dea che già spogliavo con gli occhi, nuda nella mia mente e la voce incantevole. Il mio diavolo cresceva timido dentro di me, come un volano a cui dare attenzione, come un cartellone pubblicitario a cui ho attaccato le lettere prima di imparare a leggere. Quante volte mi sono chiesto se dunque, l’amore era tutto lì, nel forte desiderio di possederla. Timidamente, anche lei mi sarà sempre più vicina fino a stare insieme, sino ad unire i nostri corpi disattenti alla differenza d’età. E’ partita e l’ho ripresa; poi si è allontanata di nuovo ed è tornata per tre giorni infiniti, prima che partisse di nuovo. Non bastava fra noi, la muraglia di anni, doveva mettercisi anche lo spazio, con le sue cinquemila e passa pietre miliari!… La lontananza, che cosa strana: un guaio capace di rinsaldare il mio amore, idoneo a farci vincere il tempo e capace di darmi la speranza che il fuoco arde se l’acqua del tempo d’inverno non lo prosciuga. Lei, era già un organo del corpo, un altro cuore, una costola, un braccio, una ricchezza mia! Insieme, abbiamo fatto un bambino. Io e lei nella stessa soverchia e presuntuosa misura… Grazie a lei, non annaspai più, non m’aggrappai alle pareti lisce quando ne facevo una cosa perfetta, desiderabile oltre ogni misura, un frutto da consumare sempre. Oh, è stata un’infezione la mia, un disordine mio, lei c’entra per caso, per essersi trovata accanto a me una volta, su quella terrazza d’amici davanti ad uno spettacolo di luminarie. Questi erano i sentimenti espressi e spiegati nella valanga di lettere. Non mi pare di avere tutti i torti se l’ho amata tanto da non poterla desiderare di meno, se il mio amore è sopravvissuto, se la mia passione ha saputo attendere, se la speranza ha saputo adattarmi, se il tempo ha unito la mia mente alla sua mente ed il mio corpo al suo corpo. Che misterioso accidente l’Amore! Ma mi illusi perché, invece, ci scrivemmo lettere e lettere e lettere per attenuare l’entusiasmo dell’euforia e della libidine fino all’epilogo freddo di una esecuzione religiosa dove era andata a dire di si ad un certo Ugo. Adesso è finita, ma serbo un benefico ricordo del nostro Amore spartano, che le ho dedicato una canzonetta. Anzi, tre canzonette. E or ora che mi ricordo e ne parlo, sono vecchio ancora di più. Non c’è la sua idilliaca voce a cantarla, ma va bene lo stesso, perché io non canto, parlo… Del resto me ne intendo di musica, io, che diserto l’assemblea preferendo la biblioteca scolastica dove corro a correggere i compiti nel sottofondo di Wolfang, di Ludvig, di Arturo Toscanini e di altri eccelsi virtuosi sotto forma di disco. Insomma, non posso cantare, ma non trovo piacere migliore che non sia ricordare la mia storia con lei. Dunque… Oh, com’era sincero quest’amore che temeva di perdermi e mi chiedeva se ero stanco di lei. Oh, che timori infondati, che ripudio impossibile! La mia farfalla, era preoccupata di pesare sul dorso della mia mano deputata alla sua testolina addormentata, leggera quanto una nuvola che mi accarezza le palpebre. Insicura, mi chiese se ero stanco di sentire la sua voce sul filo del portentoso telefono, mentre io mi scioglievo di fronte a quella ingenuità che amavo fino ad imparare a memoria tutti i dialoghi, tutte le pause, tutte le emozioni che evadevano fra le dita per insediarsi sul trono, al centro della mia fronte. E poi, quando la guardavo golosamente come un ritaglio della natura in armonia con il mondo e la luna, con l’oceano ed il vento, furioso di stringere con mani nude le cianfrusaglie di seta ai ferri del (suo) balcone. La blandii di carezze, di soffi e di armoniche sillabe, un madrigale, cioè, per domandare al suo anello se é stufo di cingere il (suo) dito. Che misterioso accidente é l’Amore. Infine, le ho scritto l’ultima lettera sperando che il suo fidanzato la leggesse, che capisse che le do dato un figlio, un bambino che mi pianga dentro l’orecchio. Quando ripenso al mio scrivere fitto, alle righe accostate, so che ho avuto voglia di scrivere, che il cuore mi é sovrabbondato. Che misterioso accidente è l’Amore…Ho letto una sentenza in un libro antico: O vecchio sciagurato che sposi una giovinetta, ricordati che genererai una mandragora. Se lo avessi ascoltato questo vecchio consiglio, non avrei i tre giorni nel sangue, un figlio che amo contro ogni diavolo o utero del malocchio e neanche avrei il ricordo di una voce soave che rimbombava nel portentoso telefono. Penso a queste confusioni d’amore che mi attraversano senza tempo e che mi smarriscono ancora. Il puledro è scappato dalla stalla e mi pare di sentire mia madre che urla mentre corre alle curve del Recipiente, dove c’era il fresco d’estate. Sono sempre perplesso in questo mare di sangue del quale non perdo mai conoscenza. Perché il Signore mi costringe a vivere ancora questa odiosamabile vita? Sono due, tre vite, quattro vite. Un lungo curriculum: dalla nascita alla malattia, dalla maturità alla senilia di una vita iniziata bene e poi dissipata nella vanagloria delle mie profezie forti di bile, vissute fra le maschere e i costumi bizzosi dell’ipocrisia. Odiavo come uno stupido – or ora me ne rendo conto - il mio angelo serafino. Sentivo i suoi richiami all’orecchio ma mi sembravano mozzìcchi di pura zanzara che mi inquinavano il sangue di accidia e lussuria. Ahimé, questa, Dio non me l’ha perdonata! Mi ci sono ammalato di stupida lussuria. Ma, più che la suburra del mio tubercolo, è la strage di vite innocenti gettate nella fossa comune che mi ha segnato fino ad odiarla, questa vita! Ora sono vecchio e di lei serbo l’Amaro Miele dei miei mutamenti che ho raccolto nelle poesie, nei versi e nei romanzi di fantamemoria, riepilogo di una vita immaginaria vissuta al servizio di una ipotesi di romanzo nella quale l’invenzione prevale nettamente sul ricordo autentico. Questa è l’unica fuga che mi consento: fare un cibreo, un miscuglio di favole, diavolerie e verità che tutte insieme combinino il menù della mia storia in qualcosa di digesto. Comincio con la verità, con ciò che ricordo dei morti che onoro e che compiango nella loro assenza, come preziosi rimasti invenduti in una asta deserta. Mi ricordo anche di molti momenti di felice ansia, pieni zeppi fino a scoppiare di errori da correggere. Tutta una serie infinita di timori infondati nei quali mi sono distinto. Anche la cagnara sulla spiaggia, pazza di voci e di chitarra, di rime francesi che non so cantare e altri amori, durati, fatti, sconfitti e spariti. Potrei accontentarmi. Invece, il tempo scorre e passa col suo teatro di burattini come una rondine sulle stagioni, primavera di un pretesto di vita che mi costringe ad avere memoria di tutta la mia esistenza setacciata ogni istante avanti e indietro per tutto il curriculum sconveniente a me e agli altri. Questa altalena di notte e di sole, di luna e di buio, di odio e di amore, di cielo e di terra, è l’Amaro Miele del mio destino felice. Io assolvo il difficile compito di sopportarmi coi piedi in corsa sul tapis roulant del presente. C’è chi sceglie la speranza, c’è chi sceglie la memoria. Ma non è facile per me, scrittore e poeta, essere un cittadino qualsiasi, un semplice uomo che non vuole morire. Sarebbe meglio che non scrivessi niente, perché sono afflitto mentre rido lietamente triste; perché vorrei morire frattanto che sono contento di vivere. Mi struggo di ogni dolore che mi ha ferito o ucciso e contemporaneamente mi delizio d’esistere. Da sempre, sono fatto di un’ala sola. Ora, sono avanti negli anni e conto la strage di tutte le età. Nella mia testa guerresca e meschina, impavida e codarda, ho un carro di saltimbanchi e burattini che mette le tende in ogni cortile. Ne avrei tante di storie da raccontare. Potrei farti ridere e piangere. Far vincere il bene e sconfiggere il male, come accade soltanto nelle favole, o nella Bibbia con Sodoma, Gomorra e Sara, trasformata in sale. Oh, mi ricordo come era divertente trovare un mattino la via, la pietra dove si svolta, in un pugno di sillabe nude donarvi la leggenda che fu mia! Bei tempi quelli lì. Bei tempi! Ma il bambino che io sono e che ho ucciso, una o due volte l’anno - oh, mentitemi, ditemi ch’è vivo - non so come, fiocamente rinasce e torna a recitarsi da solo le parole di un moribondo di provincia. Non voglio fare impazzire nessuno, ma lo spirito libero è quello che diffida, che chiede, che si interroga. Per me, scrittore e poeta, è difficile essere un uomo normale! Lui non ricerca la verità, ma io, invece, mai dunque della vita finirò di stupirmi gioco e chiara finestra a cui spione mi affaccio. A tutti i poeti e a tutti gli scrittori della terra che hanno deciso di somigliarmi, io dedico queste parole scritte a braccia aperte. Fra queste accolgo il mondo e ti chiedo il perdono che agogno dal mio figlio minore nato nel morganatico di vincitori che non sanno quello che perdono. Vano, il neonato che è nato è impigliato come un delfino rubato fra avvenimenti di quotidiana miseria che segnano la mia vita in catene, maniata dai Leviatani di carta canonica e contraffatta da verità ipostatiche. Com’è penoso il cammino nei viaggi dell’anima e com’è avvilito il cuore dell’esodo, nel deserto dell’indifferenza barbara e insolente. S’agita la volgarità, si fa beffa dei miei solitari silenzi di pietra! Oh, che misterioso accidente è l’Amore, e con lui mi rubasti la mente. Adesso, provo quello che prova un moscone che batte il capo sul vetro. Mi pento!, mi batto il petto!, per non avere mai detto di costoro miei colleghi, più di una briciola da mille e una notte senza altruismo, al massimo per punire chi aveva sgarrato con la mia Marta prendendomi per Giufà. Mi dispiace. Con questo senno inabissato nel rimorso, chiedo scusa a tutti gli scrittori e a tutti i poeti che non ho mai ringraziato. E ti confesso, mio sconosciuto poeta che non hai potuto inchiostrarmi prima che il mio nome movesse l’invidia dei cattivi, mi si accappona la pelle come gesso che fischia sulla lavagna, quando sento che si tramandano da padre in figlio, ostinati come ombre, la notizia della mia appartenenza alla specie dei grand’uomini. Che ci posso fare, io, se a Comiso, oppure a Modica, o qui a Vittoria dove sto pensando e ricordo a ritroso fino all’involucro a cui appartenevo, mi chiamano il letteratissimo. Mio caro poeta, amico scrittore, avrei preferito una più vera amicizia cresciuta nel potere epicureo di conoscerti lentamente, leggendoti a poco a poco come una religione, come un amico, come una scheggia di professione dall’anima sciolta e valente; una mente capace d’un cuore; una mano sapiente che mi cingesse la spalla; una parola, una frase, un’agenda o un silenzio in risposta ai miei impélaghi imbalsamati nelle dicerie degli orsi, ciulle borghitane talmente ignoranti che non sciolgo il dilemma e rimango da solo, avvoltolato nel mio vincolo impazzito fra le risa dei ceteratoi. Mio caro poeta e scrittore, mi scuso per non averti mai detto di non mettere piede in questa terra di uve soavi, che ti rapisce nel cuore e della quale ti scorderai disilluso, dopo aver pianto dell’erba che tremava al soffio della luna, delle corse, dei baci, dei mandolini. Oh, che amaro destino per una terra uccisa dagli uomini! Avrei dovuto avvisarti e non l’ho fatto. Mi sento colpevole anche senza il rimorso della negligenza, per non averti detto anzitempo che sulla tua soglia, ora che il tempo s’inferocisce, non son rimaste che rondini uccise e cenere di passi, cenere di parole. Per notti, per mesi, per anni ho sognato di dirti di chiudere il libro del tuo giorno: accanto ad un viso invece, fa un segno con l’unghia e lascia asciugare il tuo tempo ferito finché non trovi un amico, un epicureo novello che parli italiano, che non sia pellegrino, che non sia mafioso! Ti chiedo scusa per non avertelo detto! Ma tu sappia che io non sono un bizzoso cornuto, che non ci ho mai creduto, che da solo ho urlato l’iradiddio in questa terra di mafia e sozzura, dove la pace abiura, dove l’amore dispera da mani a sera, e l’odio florilegia le ramaglie boriose di verdeggianti giranotti e macabri crisantemi. Mafia, vattene via! Ridiscende la stella luttuosa con un lampeggio d’accetta sopra i carrubi dell’Ibla, nel troguolo l’acqua s’infetta. Mafia, vattene via! Come una fronda, come una bestia, verghi l’accusa della lupara fetente. Lei spara, ditàla e sparlotta, mangia i bambini e infilza i feticci, annoda bottoni, rompe i coglioni agli uomini buoni. Lupara Fetente non sono più tuoi i figli migliori delle donne più belle, ma per l’occhio contrabbandiere: nemico che stai dietro il muro, sarò io sempre il primo a vedere! Debole con i forti è l’ipocrita Giustizia, forte con i deboli è l’ipocrita Grazia. Quanta neghizia! Che disperanza! Mafia sei solo un dolore, una cosmica sventura, un grande buco drogato, un mostruoso leviatano italiano! Mi ricordo di aver compianto i miei amici morti ed anche i miei nemici. Chissà perché la guerra è stata talmente generosa come me, da progettare la mia salvezza tirandomi fuori da un inferno di cadaveri e botti. Mi ricordo le strette e le fughe con Sesta Ronzon sulle montagne partigiane che non mi appartennero neanche nel coraggio. Io, magro come un Cristo dentro un pigiama prestato, offesi Dio che per punirmi, malgrado la febbre fedele, non mi fece morire e mi mise a patire in un letto con i pugni pieni di peste. Allora, ero ancora lontano dalla mia Sicilia, terra di canti mafiosi e di avare voci, di vento che parla come l’acqua che batte sulla roccia, terra di pozzi murati dall’agave e dal cardo. Caro poeta, caro scrittore, io nutrii la morte come l’avido insetto si nutrì del mio sangue infetto fra le pieghe del materasso. Fu per punirmi, se Dio mi graziò e mi allontanò dai miei amici in armi e da quelle montagne che sognerò fra le lenzuola e i pasti caldi di un sanatorio alla Rocca. Ti confesso che mi chiedo ancora se si ricordano di me, chiuso nella mia tana inerme a guardare la neve toscana. Due anni dopo partii per Palermo, trasferito fra le altre lenzuola e i tavoli di marna, alla Rocca. Due volte al giorno di mangiare e dormire. Questo di vivere, è un miracolo che non ho chiesto al Signore. Meglio morire che sopravvivere con le inerzie sotto la pelle, con cento spacchi del cuore con il dolore rappreso che flotta nel sangue, inconsolabile: se ne andarono Jole, Mariano, padre Vittorio e il bambino Adelmo, un amico, una guida spirituale e un innocente. A quest’ultimo ho scritto parole incise da tanto dolore che ho tenuto l’epicedio nascosto, blindato nella mia memoria d’eremita. Almeno così avrei tenuta lontana l’epica lapide dai miei occhi pieni di lacrime per il mio piccolo amico, il bambino vecchio di nome Adelmo. Volevo che nessuno leggesse le mortuarie parole, parodia della sua vita, minuta come una-favola-e-mezzo, come la mia ode incompiuta rimasta allacciata al futuro per qualche ora, prima che quel bambino brutto, dalle magre orecchie, morisse di tisi. Gli ruppe le sponde del petto un fiotto di rossa cisterna, s’è spalancato l’inferno fra le cocche d’un fazzoletto. Invece, oggi la lapide del bambino è una poesia famosa, fra le più lunghe che ho scritto e ripetuta a memoria, ricordata sui palchi, riferita per strada o per posta, ovunque un esempio della mia mania, uno specchio del letteratissimo me. Non avrei voluto la fama e non saprei cosa avrei potuto fare per non averla, per non essere idolatrato come l’epigono di me stesso, ma semplicemente un uomo addolorato di non poter raccontare più le favole, di non fargli più l’elmo di carta con una busta, per scherzo, di non sentirlo più chiamarci al balcone: <<Che mare, laggiù, venite a giocare, io sono il capitano Nemo.>> Invece, tutti ricordano la mia lapide “la così piccola mano nella manica così grande”; oppure, ovunque vada mi feriscono sadicamente al cuore ripetendomi fra gran sorrisi soddisfatti, come se avessi creato il mondo, l’immagine della morte che ho descritto nei versi “gli occhi come stagni lenti gli imputridiscono nel viso”. Come si fa ad essere così cinici. Gli cambierei la testa, gli cambierei. Sempre d’un vecchio bambino, si tratta… Dunque, anche per questo elogiarmi che non potrei rinnegare senza sembrare irriconoscente o un falso modesto che abiura ai commenti, alla Rai e ai catafalchi illuminati sui premi letterari, per salvare il piccolo Adelmo dalla eco del mio successo, avrei preferito attenuare il mio tormento e non lasciare traccia -come dicono loro- della mia bravura, indubbiamente colpevole d’appartenere ad una specie anarchica che non si spiega per il verso giusto. Infatti, per chiarire, voglio dire che non sopporto l’ingiustizia, che è inammissibile interrompere brutalmente il gioco ad un bambino, figuriamoci quanto è pernicioso interrompergli la vita! Purtroppo Adelmo non trovò Gesù, che si fermasse in ascolto e che al muro d’occhi sepolto comandasse:Lazzaro su. Avrei voluto un cosmo blindato contro la mannaia prematura. Ho scritto l’epitaffio al bambino che ho amato, sperando come un pazzo che si illude di trovare la gente deputata all’amore e a non tradire la fedeltà dei sogni; mi sono illuso di pensare agli uomini come anime capaci di non perdere i sentimenti, ho creduto i miei simili idonei a solidarizzare con le cose dell’uomo, li ho creduti fatti per capire il mio infinito dolore. Ora mi rendo conto che nessun dolore altrui avrei risvegliato alla lirica dei sentimenti e che – ahimé - mai avrebbero pianto. Povero Adelmo. Io si che piango di nuovo nel ricordarti come una pietra sempre in posa per un insensato ritratto da lavare, da vestire fra due fuochi di candele, con quel fiore d’orrendo colore fra le [tue] labbra. Comunque, la falce nera di quella maledetta vaga per i corridoi del sanatorio. Se ne sentono gli sbuffi, s’odora l’emuntorio mortuario che puzza di acido fenico e s’odono le tossi di vecchio che rintronano ad ogni minuto, sorgenti di cataratte di sangue che ingolfano la gola, che la stritolano nello scorsoio echinococco, giù insieme agli inganni del male, fuori come la vita che se ne va tanto lenta da non reggere in piedi neanche il peso di un’anima. Così io rimango fra voi, a ridere di me che sono ancora vivo. Ve lo posso giurare! Quante volte ho preferito morire! Quand’ero ammalato col cuore debolissimo sfiancato dalla stanchezza, con la tisi che insabbiava anche le corde sonanti, noi da anni senza voce per gridare, noi con la testa vuota, noi quasi uomini, quasi vivi, quasi morti, quasi tutto, annotati col sangue di Silvio Pellico negli annali del sanatorio, sappiamo già qual’è il giorno che passa Caronte. Ne anticipiamo l’arrivo. Sentiamo i remi sciaguattare nell’acqua dell’Ade. Sentiamo il purino che scorre solcato dalla chiglia del gozzo e i remi splashiare nell’inferno, spinti da scalmi che cigolano lignei e ferrosi nel millenario rebbio. Posso dire che il nocchiero ha riempito la barca davanti ai miei occhi cento volte, di cento cadaveri morti. Domani sarà un altro giorno di sole e la barca dantesca si allontanerà ancora una volta dal mio tormento di vivo che vuole morire. Di nuovo il pianeta girerà in tondo senza che nessuno degli uomini di questa Terra se ne accorga prima di chiudere gli occhi rapito dal sonno; tranne alla Rocca dove si contano le ore, i minuti e i secondi scanditi dai colpi di tosse. Caronte si allontanerà da me ancora una volta, toccherà l’altra proda vischiosa e approderà dove il parassita ha fatto il nido come una pulce nel pelo di un cane, prima di saltare col peso dei secoli dentro al barcone. E tornerà, il nocchiero, altroché se ritornerà a fare spesa. Per uno che arremba il barcone, un’altro è buttato giù dall’ambulanza appena arrivata che roca le ruote sui ciottoli del sanatorio e zittisce la vecchia sirena che remiga in aria fino a posarsi. Noi siamo seduti di fronte all’ingresso, in fila sulle panchine come putti delle bomboniere e gli occhi sul cadavere in piedi, a fargli la radiografia scommettendo una lira contro altre cinque. <<Se sbaglio, cinque contro uno>> disse il Gran Magro. <<Io dico due giorni>> disse il comandante <<Io gliene do solo uno. Domani, vedrete, avrà i piedi a paletta.>> Vi prego, non c’è niente da ridere. Così s’ammazzava il tempo alla Rocca! Così, fra questi commenti più veloci e discreti di un morse, lo vediamo entrare più morto che vivo e ci basta osservare il lieve suo incedere per non chiedere nulla al cuore e guardarlo come di fronte lo specchio che uguale a me rimira nostalgico il miracolo che s’anima d’umanità e vita. Noi aspettiamo che entri. Sappiamo che quella è la porta. Poi è tutto un guizzo degli occhi sull’esile corpo trasparente con il nocchiero Caronte dietro, più visibile del morbo bipede che scorre in fretta dietro la bussola a vetri. Anche Caronte scompare alla vista, dai colli e dalle punte dei piedi, inseparabile segugio attaccato al ritardatario come l’avaro segue il parente dissoluto. Lo guardiamo fin dove è possibile come un quadro di Van Gogh celebre per a sua follia inconcludente che vibra di immortale schizofrenia. Così il morituro vibra di flebile vita intanto che sfugge ai nostri occhi come un ladro fra la folla, anche lui come tutti che spera di resuscitare dalla losca pioggia che ha insudiciato di morte l’inverno e affogato i polmoni in buffi sgarri di linee che si contendono la condanna. Come me, è appena entrato un altro pazzo schizoide illuso d’essere ancora vivo, mentre l’infernale nocchiero approfitta delle manovre d’ingresso per annusarne l’afrore e dal suffumigio consunto conteggiarne le ore. E lì, alla Rocca un embrione di società doveva pur nascere. Perciò alcuni mi divennero amici. Mio caro lettore, avevo fatto l’abitudine alla morte, ma non all’amicizia e alla pietà. Perciò, quando moriva uno di loro, mi ricordo incapace di tutto, anche di crocesegnare la lapide sul calendario. Quei lamenti nei giardini dell’Ade mi stroncavano le forze offese dagli urli strozzati, dalla tosse di vecchio, dalla morte di un altro ancora al quale allentavano per l’ultima volta le corde. Mi angosciavo fino alla pazzia, avrei voluto morire, invece di aggiungere al mercuriale l’ora e la data della mia inutile medicina. Alla Rocca fui accudito e rassicurato come un esemplare in via d’estinzione, auscultato, radiografato per niente. Una piccola spinta verso l’inferno, mi avrebbe privato dello strazio tagliente e della cataratta di lacrime che hanno pianto Adelmo, quel brutto bambino che ho imboccato dentro l’abisso dove correva per raggiungermi prima che il coltello d’aria tremante, quella sera di sangue, rimbombasse per il corridoio l’esecuzione più orribile. Cento urli avevo già sentito, mille pianti avevo già asciugati, ma quel mucchio buttato di cose, morto come la creta dell’orto, portò le tenebre dentro la stanza. Immobile e con l’anima tumefatta come la mia faccia squassata dal dolore, guardavo mutrio il mio piccolo amico di pietra, unico asfodelo. Oh, quanti rimpianti, quanti ricordi di mesta disperanza e di meliosa, amara attesa di guarigione. Invece, morivano tutti, apireni caduti dall’albero della vita. Ogni volta morivo con loro! Che dolore, che disperazione trovarmi ammansito dal requisisti mortuario, viatico per l’obitorio. Mi ricordo i gemelli che mi passavano avanti e indietro sempre più anime esangui, intrattabili siamesi edotti dall’ira prima che il fuoco li riducesse in cenere. Morivano tutti! Anche nel volto dei nuovi leggevo la morte come in un libro tragico, inesorabile. Quello di restare vivo, è un miracolo che non ho chiesto al Signore. Ho financo scritto una compieta per morire in pace, stramazzato sull’erba come una cosa morta. Invece, a volte facevo l’abitudine al malanno che sapeva ingannarmi. Un desiderio di vita che mi ha lasciato nel dubbio sconfiggendo l’assassino. Ma poi il morbo tornava di nuovo, vispo, aguzzino più sadico ancora, rinvigorito e più desideroso di sofferenze che esige i rantoli, le grida, i tumori che crescono nel petto fra tuoni e tempeste di sangue. Addio inutile pausa. Addio sogni di guarigione e illusioni di feste in Sicilia. Che orribili crisi versate nel sangue. Mi vergognavo di vivere e mi esaurivo succube del morbo che vinceva le battaglie che io combattevo per niente. Io, del resto, un motivo per morire ce l’ho: quello di spiare dall’al di là, quella vita sconosciuta che non ho mai vissuto. Insomma, caro lettore, a te capita di sognare la morte e di svegliarti come una rana spaventata nel letto. A me, invece, questo sogno mi piace, mi vedo davanti al Signore vergine come un neonato parlargli da uomo a uomo e chiedergli: Gesù, ti prego, se avessi fatto il fabbro o chessò, l’attore francese, dimmi quale vita avrei vissuto? Dio, prima di rapirmi fra torce di rapido vento, cosa avrebbe rimproverato ad un puparo o ad un attore di cinema giunti alla fine di questa sinopia? E quando mi sveglio davvero, ci metto poco a capire che era stato un sogno. Provo una tale angoscia nel vedermi circondato da una sedia, dallo specchio sul lavandino, dal calendario vecchio accanto alla porta dove i miei occhi si posano appena respiro, un bicchiere sul comodino e la radio a galena dell’infermiere. Vero è che ho gli occhi aperti e sono sveglio di sicuro, con le mosche che mi ronzano attorno. Una camola peggio di una sveglia a campana. Eppure, non ho paura, non mi smuovo e continuo a sognare ad occhi aperti come un picciriddu a Natale che aspetta i regali. Infatti, convinto che il Signore è onnipresente e che mi sta a sentire, gli chiedo ancora: perché mi fai vivere questa vita di ammalato, di innamorato di Marta? Perché m hai fatto sopravvivere a mille bombe e mille granate e a questa tosse peggio di una cataratta di sangue? Gesù, gli chiedo, che grido o caduta mi aspetta dietro l’angolo? Un’ossessione questa, che ho accettato come ogni poeta e scrittore… Poetando e scrivendo come un pazzo perché non riesco ad essere felice e scrivo per dimenticare. Ha ragione chi dice che la cosa più bella che può capitare ad un uomo, è la morte. Il mio sogno è di liberarmi della vita che mi calza addosso come un guanto, tanto bene che per togliermela di dosso mi dovrebbero spellare come ad uno dell’inquisizione e cambiare pelle, cambiare completamente vita per avere un’altra morte: il Paradiso. Mio caro lettore, non è una cosa nuova per me. Una poesia di Tommaso Romano dice che gli uomini hanno bisogno della/Follia degli artisti/ per essere oltre l’apparire/ più consapevoli e più liberi/ Sono d’accordo con Lui, anche se quando finisco di scrivere sono insoddisfatto e infelice. Figurati che ci ho messo vent’anni per decidermi di ungere l’Italia come un Ulisse plagiato dalla seducente voce di donna. Gli artifizi detti con troppa poca arte, dopo tutti questi anni, sono diventati la mia specialità. L’inevitabile conseguenza della morte che non mi ha strappato le grida per i corridoi al posto di un altro che si lamenta in vece mia e mi tiene su libri a curarmi come un balsamo universale che dal cervello scende fino ai bronchi e da qui, più giù fin dentro ai polmoni umidi di sangue, è capire di non essere pronto per il Paradiso, ma un soffritto di spezie per le fiamme dell’infermo. Altrimenti, perché essere qui? Da bambino mi piaceva tanto sognare il re nudo che scaminava come in Paradiso, in cielo, seduto a pontificare e a ridere nella mia testa infante poggiata sulla selce mentre fumavo boccate di tabacco come un uomo. Che bel sogno leggere nel cinema sette libri a settimana e rileggerli col mio nome cubitale! Che successo di donne, di figli, di popolo! Un attore preciso ero io, francese uguale ad Ives Montand, innamorato perdutamente di Alida Valli. Se ci penso, che bei tempi! Ma Dio, questo volle da me?, o mi ingannò? Mi ricordo che lo dissi ai miei amici… tredici, quattordici, quindici anni… e nessuno di loro mi prese per pazzo. Dunque, è facile comprendere che dissi la verità, che non c’era gioco fra finzione e realtà che corrompesse la mia amicizia. A loro raccontai tutto: le mie ragioni, l’avventura e la paura, dov’era la svolta accanto alla pietra per trovare al mattino la via. Li convinsi e ci andammo. Chissà se si ricordano di me? Dopo tutto questo tempo, forse sono anche morti. Saro, Pino, dove vi hanno sepolti? Di chi è il teschio venuto alla luce da sotto la polvere? Oh, come vorrei riverdervi ancora! Comunque sia, mio caro lettore, sono vecchio anch’io e se penso alla loro morte, non è perché Monaco e Grande volevano morire. Certo che no! Solo io sono diventato pazzo abbastanza presto come un poeta, come uno scrittore che vuole morire. Solo io ausculto la stanchezza del mio cuore e chiedo tuttora inutilmente al signore Iddio di farmi mare e disperdere la mia anima fra i flutti, di posarsi sul mio petto e schiacciarmi fino a lasciarmi morto a terra come una cosa. Solo io sono ancora infelice. Eppure, sarò fatto vecchio, ma ricordo benissimo quegli anni sinceri e spensierati nel Paradiso Terrestre. Solo che non pensavo di somigliare ad un diavolo quando ci ritrovammo nudi, fuori dalla voce di popolo sul cocuzzolo della mia collina, posseduta, usucapita nella solitudine sdraiata e smorta senza peccato sopra la terra, sotto il cielo fra i fumi dell’adolescenza che corre burbanzosa e presaga verso la maturità. Oddio, fu terribile sentirmi colpevole dei mali del mondo; scacciato come un coprolito; umiliato d’essere uomo e nient’altro che un uomo; picchiato… Anzi, sdrumati io e il figlio del puparo, da mani adulte e furenti come fronde di quercia sferzate dal vento. Poi, non ci pareva vero e parlammo della nascita del peccato per due giorni interi, come angeli innocenti spergiurati. Invero, ora mi pento di non avere mai pensato troppo ai sonnambuli infiammati di versi e di parole rubate dai libri, liriche immortali che meritassero più di qualche scarabocchio sul muro. Senza confessarmi voglio dirlo subito, prima che svapori quest’ardore d’umiltà che mi fa scordare d’essere siciliano: caro lettore, ti do un consiglio per distinguere subito un poeta da una persona normale, di quelle che vedi anche se non li vuoi vedere, mentre passano e ti incrociano deambulando per la strada come cittadini che sanno sempre dove vanno, cosa stanno facendo e perché lo fanno. Ti dico che non è una questione di titolo di studio. Basta un colpo d’occhio la mattina e uno la sera. Diciamo, uno all’andata e uno al ritorno. Allora vedrai con quanta serena boria iniziano il giorno e con quanta boria appesantita da una stanchezza irriverente malandrina e infedele fanno il loro mestiere da aver paura dei poeti veri, come me che mi porto dappresso l’ombra della mia terra. Quel pezzo di legniuolo che mi ha preso per un Giufà, neanche ha avuto il coraggio di firmarsi alla fine del biglietto che, così solo e tremendo sotto il bicchiere di vino pareva un avvertimento mafioso. Ma io capì chi era stato, e non lo aveva fatto per farsi restituire la radio a galena che, non mi ricordo più, mi aveva regalato o prestato. Appena mi vide si spaventò. Forse era la prima volta, che non fosse un appuntamento o un urlo di dolorosa morte, che anch’io ero certo di dove andare e perché. Come ti dicevo, si spaventò, ed io capii che non era abbastanza pazzo da essere un uomo. Ma non gliene voglio, perché mi ha voluto somigliare, mi ha copiato come un bambino si atteggia al suo eroe, per dirmi in un modo che non contiene parenetiche che non riusciva a dimenticarmi, come Pirro non dimenticò mai la sua vittoria. Insomma, io l’amai, lui l’amò. Io sono vivo, lui è morto. Ma se penso a quanto ne ho commemorati, di fauni penitenti… E ne conosco tanti altri, di memoria di secoli e di saggezza contemporanea. La verità è che noi scrittori non siamo normali. E spesso siamo antipatici, egoisti, tanto solitari da dover chiedere compagnia e cercare affannosamente solidarietà. Comunque, mio caro lettore, anche se scrivo volente, qualche volta nolente per approcciarmi ad un complotto d’amici, non lo faccio per te. Ho scritto financo sui muri, perché mi piace ricordare, fosse l’atto più semplice del mondo, quasi che non sapessi fare nient’altro: rimembrare, ripercorrere avanti e indietro i miei immemori scritti col sangue, incartapecoriti dal sole, mangiati da avide rocce sempre a secco di acqua. I miei pensieri, dicevo, mi piace almanaccarli: mi divertono, mi intristiscono, mi fanno gioire, mi uccidono. Il giro di questo mondo che mi appartiene come un sogno, alto come una mongolfiera gonfia di avventura e basso come la cesta, dove resto ingabbiato, che sbatte, che si accartoccia ad ogni colpo maestro. Io crollo bassissimo come un anonimo che si domanda sotto il sole investito da dubbi apofantici, perché mi sono innamorato sotto una luna complice d’essere bianca e immortale, proprio di lei? Perché, la Luna, mi ha ingannato con la violenza disillusa dei suoi spicchi? (Pausa) Io mi ricordo: quando scrivo in biblioteca, davanti ai libri che non vedo più per tutto il tempo di un ricordo, nel mio giaciglio, dove ripasso o somiglio al bambino che c’è in me e, ironia della sorte, anche davanti ad un bicchiere di vino, simile al mio gomito Guerrino che mi annebbierà e mi sfuggirà lentamente lungo l’orizzonte crudelmente strabico che mi sottecchia, mi sberleffa davanti allo specchio del tempo pulito dai fumi. Lo giuro! Non ho mai bevuto tanto come il mio amico Iaccarino. Ma conosco bene i benefici risultati sulla omeopatia sul cervello: quando il dolore è così grande e l’offesa di ogni reato mi fa star male come un prigioniero che ha accettato di morire insieme ai suoi rimorsi, io evado. Lascio l’angoscia trasformarsi in paura e come un neonato che sente la voce della madre, mi riaddormento, addosso all’ultimo sogno, immemore della responsabilità di vivere. Potrei dire del balsamo e della guarigione taumaturgica che lo scrivere mi ha regalato. Insomma sono l’autocefalo archiatra di me stesso e mi meraviglio di come mi muovo in cerchio, ritornando alle mie esperienze insieme alla vita che mi è tornata dentro, risorta dalla memoria come la fenice risorse magicamente dal tempo. L’archiatra ha curato l’uomo debole, il tisico, la solitudine; ma cosa irreparabile da cotanto seducente, la scrittura mi ha costretto a subire le conseguenze di questo giogo che mi ha reso famoso. Ha curato i miei amori sanguinosi, la mia infinita pazienza; un accidenti questo, che mi costrinse ad urlare di essere vivo. Lo scrittore che c’è in me ha operato il miracolo, restituendomi alla vita. In fondo, scrivo per la mia anima. La vita è una altra cosa inconcludente, che mi ha reso il dispiacere di vedere morire chi mi siede d’intorno e mi capì, mi consolò, mi rassenerò e intorpidì i miei occhi all’aria fino al tetto, vuoti; che mi parlò malgrado le mie orecchie di cera; che mi sollevò ferito ma ancora superstite fra i licheni che avevano smesso di crescere insieme alla morte che aveva fermato un cuore. Ho sofferto tanto, più di tutti i dolori sommati uno ad uno, cominciando dalla morte di mia madre. Eppure, a pensarci bene, questa passione dolce come il miele, energica come un’ape, fortunata come la solida rete che raccoglie e azzuffa le sue prede mi costringe a concludere prima di morire. Ogni libro è scritto in vita. E questo dubbio sulla caparbietà della vita rispetto alla morte, è una presunzione troppo banale, una scuffia babelica che potrebbe sommergermi di memoria, ma che ossimoro degli ossimori, è ancora vita, vigente, in vigore cogente. Ed io questo morire delle mie opere, la parola fine scritta come la scuffia sopra il tabbuto, la trovo una contraddizione insopportabile, una provocazione talmente forte da farmela sembrare una offesa. Che bisogno c’è, mi chiedo impazzito da dieci ore di filosofia, di scrivere la parola fine? E’ una passione che mi ha liberato in vita e non ho mai sperato, lo giuro, neanche per un momento che potesse imporre la mia memoria agli altri, dopo la mia morte. So già, lo confesso, che non finirà neanche con la morte. Come la guerra che finisce nell’oblio di tutte le anime che ne hanno onorato la bestiale follia…; come me che ho commemorato il mio nemico tedesco Chissacchì, innamorandomi di lui dopo che il suo sangue ha baciato inutilmente la terra, è come se sapessi che anche nell’aldilà mi troverò al centro di una platea con innumerevoli ascoltatori, contenti di scoprire che la memoria è una qualità che non si perde in Paradiso. Medito e sospiro: per ora mi spetta aspettare. Spesso ho voluto morire prima. Fra le cose che ho imparato e che non ho mai dimenticato c’è stata la famosa domanda sulla felicità. E io concordo pienamente, quando rispose che il miglior piacere è quello di on essere più, di morire subito. Mi ricordo chiaramente che gli chiesero anche quale fosse la seconda occasione di felicità… Ancora non credevo di essere tanto intelligente da indovinare soprattutto la seconda risposta. Quasi per scherzo risposi che la seconda occasione di essere felice era quella di indovinare la prima e sapere di dover morire. Avevo capito giusto. Quelli che sapevano gridarono sorpresi, talè che intelligenti chistu ca. Mio padre sentì e andò in sollucchero. Uomo forte, mio padre, coriaceo, pieno di muscoli come un sorriso è pieno di gengive. Era forte, per il lavoro di fabbro ferraio che lo costringeva a sollevare, a prendere pesi, a sbattere colpi colla mazza sull’incudine, per portare i soldi a casa e degnarci di una vita alla altezza… Ma soprattutto gli piacevano le parole, li diceva come i suoni della musica, suono che diventa melodia nel segno, e di nuovo segno del segno prima di essere significato, come la nota prima di essere musica è una pallina che cambia grandezza di compasso sopra e sotto il pentagramma. Insomma, mio caro lettore, come vedi mi diverto a ricordare. E perciò ti chiedo scusa se mentre parlo, prendo strade a saliscendi che ti confondono di fronte ai crocicchi e passatoi senza uscita. Dunque, dopo avere deciso, un po’ per caso, un po’ per fortuna, che la mia migliore sorte sarebbe stata la buona morte di andare in Paradiso, più passavano gli anni, più mi rendevo conto di avvicinarmi a razzo al girone dove sarebbe stato impossibile fra i tormenti e le contumelie, dedicarmi alla memoria. Allora mi chiedo perché mi sono dibattuto tanto per difendere la mia esistenza su questa terra e desiderare di morire per urlare al resto del mondo di essere vivo. Certo appare subito contraddittorio. Un ossimoro esistenziale amaro come il fiele e dolce come il miele. Tutti e due mischiati insieme in un cibreo che ha il sapore della mia esistenza, il gusto dell’Amaro Miele! Prima penso alla nenia che mi risuona in testa la cantilena, e poi so di averci scritto sopra una poesia; ed elucubro tutti i fogli, tutte le pagine che tengo come munnizza sul tavolo di carbone che sta per accendersi, quando l’eureka! ripassa davanti con tale chiarezza che mi pare di avere tutti i numeri dentro la greppia. Con la testa, giro, giro, giro, finché ne prendo uno di foglio, due perché l’inchiostro ha osato asciugarsi su più di una pagina. Allora mi sento un cuore di fiamma antica, presaga di una storia alla quale devo aggiungere altri pezzi, altri frammenti di memoria che si gonfieranno fino al gotha di eventi o eventualità – chessò – d’una storia d’amore, d’una fregatura, d’una cavalleria… Insomma, di quelle che capitano a un vecchio come me, che ha fermato il vento con la mani. (Pausa) Mi ricordo quando una volta… Ahi! Ahi! Ora la verità arriva come una frusta a cancellare l’orizzonte di sogni e di speranze. Sento la zotta che dirada la nebbia e mi fa vedere nudo, senza re, senza amici su questa terra di Dio, vicino a casa mia, con altri amici nudi come angeli pronti a conquistare la morte, che non hanno mai mangiato una mela, che non hanno mai pensato al peccato. Che poi, a pensarci bene fu qui che Eva diede il morso alla frutta al gusto di Amaro e di Miele. Un sapore particolare, di peccato. Voglio dire, che dove ero io con gli amici miei, non c’erano Meli, ma fusti di agresti e selvaggi cotogni che odoravano così forte da convincermi che il Paradiso era una palude di santità; che noi, come eravamo sui flutti verdi, abbronzati di gioventù che aspetta senza premura di suscitare il sogno in attesa, come dicevo, col senno di poi, non ci sono dubbi che eravamo in Paradiso. Di questo discutemmo io e gli angeli amici miei, dopo l’arrivo della serpe che indossava la muta di un uomo che a dire il vero, non era Dio, neanche ora che ho cent’anni. Eppure parlò. Ed ebbe il coraggio di menar la frusta. No! Non mi pare Dio! Sentii il mio sangue succhiato dalle vene con la furia di una ignoranza furiosa, che se avessi avuto le mani adulte e furenti, giuro che il sangue di loro non avrebbe macchiato la terra! Ora che ci penso, potevo sperare quanto volevo, Eva era già passata. Marcello Scurria |
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Il convegno a tutto tondo in memoria dello scrittore e saggista Francesco Grisi del 26 e 27 febbraio 2009 presso le aule del Sindacato Libero Scrittori Italiani Pal. Sora Corso Vittorio Emanuele 217 – Roma Giovedì 26-2-2009 i primi relatori riuniti nella sala sabauda di Palazzo Sora, alias l’aula magna dell’IPSIA di C.so Vittorio Emanuele 217 Roma, dove si è tenuto il convegno sulla vita e l’opera del prof. Francesco Grisi scomparso dieci anni fa, sono il prof. Pierfranco Bruni, il noto critico letterario ed esperto di futurismo prof.. Vincenzo Tallarico, il presidente del sindacato libero scrittori italiano prof. Francesco Mercadante, la prof.ssa e amica personale di Grisi Mara Ferloni. Siamo in attesa anche del novantenne senatore Giulio Andreotti che purtroppo diserterà i due giorni del convegno. Come abbiamo già letto all’epoca del nuovo statuto approvato nel 2005 nell’editoriale del presidente Francesco Mercadante su Scrittori Italiani n. 4/2005 e come abbiamo sentito ad apertura dei lavori, il SLSI è legato al senatore Andreotti Giulio. Non certo per piaggeria politica o di potere, ma perché Andreotti non avrebbe potuto sperare in una migliore e più alta morale professionale qual’è in effetti la deontologia degli scrittori impegnati liberamente nel discernimento e nel comprendonio delle verità letterarie e umanistiche. Per quanto noi siamo forti intellettualmente, cioè non solo pervicaci ma anche perseveranti, ci è nota l’intrinseca debolezza dell’eccellenza intellettuale che in buona fede, entusiasticamente, semina ideali e produce congetture sempre a rischio di contaminazioni dogmatiche e paraintellettuali che remano in senso distruttivo, minando sin dalle fondamenta l’Amicizia, la compitezza di un pensiero, la sintesi di un altro, o la solidarietà del gruppo in un ideale comune e tricolore. Il materialismo fine a se stesso, ma anche le ambizioni di potere, il desiderio di protagonismo, ferirono, hanno ferito e feriscono a volte a morte, uomini e cose stritolati dai meccanismi manichei prima che essi rivelino il progetto nichilista o il subdolo tranello di un traditore. La libertà è innanzitutto nella parola disarmata, ci ricorda il prof. Tommaso Romano. Da qui la necessità del sindacato; ma non un sindacato qualsiasi, ma di un sindacato che sia effettivamente Libero di rappresentare e di difendere anche organicamente ogni tipo di attività intellettuale in qualsiasi modo essa si manifesti, con parole, opere, saggi e relazioni, cronache, epistole, media e scritti d’ogni tipo. Il Sindacato Liberi Scrittori Italiani è impegnato nell’allosemica (<<I conformisti li considero incurabili, afferma Francesco Grisi>> Cfr.: Intervista all’intellettuale reazionario, a cura di Tommaso Romano ed. Thule 1987) divulgazione dell’italianità che conta, <<con la “C” veramente maiuscola>> veemisce Mercadante- perchè questo sindacato incarna e rappresenta e difende l’intellighenzia italiana nel mondo e quindi, da circa vent’anni interpreta e traduce la perpetua fiamma vitale che dà senso alla vita. Noi scrittori sappiamo bene che la vita che conta ha un senso. Valgano come esempi, cosa ha capito e scritto Giovanni Papini su Filippo Tommaso Marinetti e il futurismo italiano, opera memorabile e inimitabile, da nessuno n e a n c h e m i n i m a m e n t e- solfeggia Mercadante - e g u a g l i a t a Lo stesso dicasi per Giuseppe Prezzolini e la sua disamina sul pensiero e i paradigmi di Giovanni Gentile. Il Libero Sindacato Italiano, è tuttora l’insegna storica e l’Esempio professionale vivente dell’intellighenzia italiana pura di spirito e di corpo, incorrotta e incorrutibile, cioè libera, veramente libera, talmente consapevole da risultare un pensiero profetico che risolve in affermazioni storiche e personali molto vicine alla veggenza. Non stiamo parlando di Arthur Rimbaud; ma l’eccellenza intellettuale è sinonimo di conoscenza e, come ci ricorda Tommaso Romano le parole di Francesco Grisi, “In interiore homine” <<la qualità non esiste fra parentesi>>, nè semina esche per addugliare proseliti. La forza della parola libera e disarmata, fa incetta di spiriti e arruola cervelli. Una domanda (certamente retorica) che Tommaso Romano rivolse nel 1987 a Francesco Grisi quando ricopriva la carica di Segretario Generale del Sindacato Liberi Scrittori Italiani: <<C’è un fantasma che ritorna puntualmente nelle case della buona letteratura ... e si allontana lasciando intorno la fragranza di un delicato profumo francese.>> Tempi questi, di arenghi congressuali dove gli intellettuali di tutto il mondo si interrogavano sul tema <<Lo scrittore e i sentieri dello spirito>>. Grisi già subodorava le cattive ripercussioni della tecnologia sulla qualità della vita e su quella culturale delle società, ammonendo che il <<progresso non controllato può significare anche la corsa verso l’annientamento.>> Liberi, alti e forti sulle vestigia dei maestri, come fu Francesco Grisi per Tommaso Romano e quest’ultimo è per me, maestri instancabili di vita dai quali abbiamo solo da imparare, ma con il diritto di contraddirci, di ripensare alle cose già dette e già scritte senza essere servili. Goethe sostiene che <<il genio dice con altre parole le cose già pensate>> e Luis Borges afferma che <<l’intelligenza dispiace soltanto agli stolti>>, gli unici che non cambiano mai opinione. Anche il presidente Mercadante ricorda nel suo editoriale del 4/2005 il diritto degli scrittori a praticare l’eterodossia come la intese Charles Baudelaire, l’eresia come la intese Martin Lutero e a elogiare la follia di Erasmo da Rotterdam. Siccome sarebbero guai se così non fosse, allora Sindacato sia, libero e italiano. Oh, quanti nomi illustri hanno già condiviso questo importante cammino illuminato! [nella II^ sala conferenze, foto da dx verso sx] P.Gianni Giorgianni, Mario Sansone, Marcello Camillucci, Italo de Feo, Francesco Grisi, Ettore Paratore, Vittorio Enzo Alfieri, D. Del Bo, Diego Fabbri, Antonio Bardini, il palermitano Nino Muccioli al quale il Comune ha intestato la biblioteca di via Giovanni La Mantia, Giuseppe Prezzolini, Gaetano Saveti e Gioacchino Volpe, sono le effigie incorniciate che nella sala del SLSI al secondo piano del Palazzo Sora, come già fece il fantasma di Marcel Proust, fanno memoria della loro saggezza sapendo che è grazie a loro che ancora gli italiani e i suoi intellettuali e scrittori viventi sono liberi, liberi, liberi! Il Sindacato Libero Scrittori Italiani brilla nel mondo di luce propria e si impegna per il mondo disposto a farsi illuminare, senza chiedere niente in cambio. Anche questa gratuità è una caratteristica dell’intellighenzia, naturalmente libera. La rivista bimestrale del SLSI (Aprile 2005) pubblica un interessante commento inerente allo statuto dell’organizzazione, emendato a sostegno dell’indipendenza e delle libertà di pensiero, espressione e stampa. Scrive Mercadante: <<La più importante novità è forse l’afferenza del SLSI alla CISL nel superiore interesse comune degli autori, facendosi carico di funzioni generali e speciali che si sono moltiplicate omissis.>> In senso lato, è il discorso di giovedì mattina 26 febbraio u.s. tenuto dal prof. Pierfranco Bruni che ha collazionato e sintetizzato il percorso ufficiale di Grisi critico e opinionista insieme a quello conoscitivo, ma inedito, cari allo scrittore Grisi, sostenitore insieme a Dino del Bo, Augusto Del Noce ed altri insigni nomi, della scissione dell’originario Sindacato Scrittori Italiani, nel più nuovo e stimolante Sindacato Libero Scrittori Italiani. Bruni ha riassunto la messe di costrutti in lettere, articoli, azioni e opere di Francesco Grisi che sostenne la necessità di non privare l’Italia della voce autorevole e tuttavia corale, tipica di un Sindacato, capace di rinnovarsi costantemente per evitare la cancrena a molti incipit, che storditi dalle pause e dagli incidenti di percorso ai quali il mondo intellettuale non può sottrarsi, non vanno lasciati congelare. Quindi il suo desiderio martellante ed eccentrico, necessitante della continua collaborazione di terzi, meglio se scrittori capaci di inventarsi scenari umani e sociali del passato e del durante, da estendere fino al futuro possibile, spazio-tempo di molte profezie. Secondo Francesco Grisi, <<nulla (ac)cade invano>> se il mistero della ricerca risolve e <<trova la sua giustificazione nel momento in cui lo recuperiamo>> con la tradizione. In altre parole, il contributo dell’intellettuale che sia un ammonimento o una deduzione o un anatema, è un mistero che esonda dal presente e dal quotidiano seppure tragico, sulla temperie storica-economica dove imprime il suo cauterio. Da qui, il passo verso il futuro è breve ma pregno di tanta coerenza e lucidità da essere prevedibile, forse inevitabile. Al dilemma del fallimento si preferisce la speranza nelle cose pensate e secondate dagli eventi precedenti, e la sequenza delle fasi è un andazzo coerente che mentre svela il mistero, lascia alle generazioni future il compito di fare buon uso dei segreti svelati. Invero, il progetto di Francesco Grisi è cosmico; è un’utopia che coopta tradizioni e storie personali, per insegnare alla generazione che ha rotto con il presente a credere soltanto in quello che sarà. Ecco il compito dell’intellettuale Grisi. Ecco quello in cui crede: coerenza e continuità. I documenti esaminati dal Pierfranco Bruni stigmatizzano l’empito eroico di Francesco Grisi, convinto che una società senza eroi è destinata all’annientamento. L’autostima dei grand’uomini confida nell’ottimismo che nulla è impossibile. <<Nulla è destinato a restare fra parentesi>> – dirà Tommaso Romano - perché secondo Grisi non esistono crisi epocali. (Ciononostante è doveroso supporre che dopo l’attentato terroristico alle Twin Towers, anche il genio di Francesco Grisi avrebbe rivisto questa opinione sulla rimozione geriatrica della biosfera umana.) L’intervento del prof. Pierfranco Bruni, a me, è piaciuto molto; anche perché è stato bravissimo a ordinare gli elementi tropici della ricerca (cioè i cronotopi che rispondono agli stimoli esterni) esposti nella sintetica ma esaustiva relazione. Considerando la lunghezza dell’intervento, si tratta certamente di migliaia di documenti. Quindi, grazie a Francesco Grisi il rinnovamento del sindacato è avvenuto, la sigla è cambiata, i soci fondatori e gli iscritti sono più liberi. Io sono libero. Pierfranco Bruni è aduso a mettere ordine dal caos. Che sia l’epitome sull’opera di Grisi, o la messe di centinaia di studiosi che hanno scritto sullo stesso argomento, la capacità di sintesi di Pierfranco Bruni è eccellente. Per esempio, con il prof. Tommaso Romano ha pubblicato “I segni della Memoria” (1989) per i tipi della Thule, Palermo. Si tratta di un piacevolissimo ed intelligente libello intitolato alla storia e all’importanza delle biblioteche, contenitori millenari di saggezza e civiltà. Tra i relatori di Giovedì 26, è presente il prof. Tallarico, noto critico letterario e grande conoscitore del futurismo italiano. (In tutto il mondo si sta celebrando il 100nario del Manifesto Futurista) Il futurismo ha dato gloria all’Italia e l’empito letterario non ha esaurito i suoi effetti che ancora ridondano sotto forma di postmoderno e di avanguardismo che – dice F. Grisi - <<sono venuti dopo e che sono comparse da circo equestre. Marinetti nei loro confronti, è un gigante!>> L’origine è nei paradigmi per uno stile esaltante, infuocato, rivolto all’ empito espressivo che Marinetti, usando le parole di Francesco Grisi, <<senza temere la retorica spesso cercava la parola per condire con aceto forte>>. Con Tallarico si guarda indietro, non senza una certa nostalgia; ma la tradizione è nella temperie letteraria del successo e dell’affermazione italiana; la tradizione è storia di uomini coraggiosi e proprietari dinamici di quel pensiero forte, aggregante, trascinatore, affabulante, che ha tradotto in lettere la personale temerarietà in cerca di sfogo e di giubilo popolare. Senza Marinetti, il futurismo non sarebbe nato, e l’ardore chiede neologismi, le parole vanno inventate perché il vocabolario è una riserva insufficiente di significati, ed essere italiano è un fatto meraviglioso di cui andare non solo orgogliosi in patria ma da affermare anche oltre confine. Il 20 febbraio 1909 Marinetti pubblica su “Le Figaro” il primo manifesto del futurismo. Insomma, l’intervento di Tallarico è un elogio alla tradizione letteraria italiana, e la tradizione è sempre stata un argomento e un argomentare molto caro a Francesco Grisi: <<La Nazione non potrà mai coincidere con lo Stato. Il cosiddetto paese reale (la Nazione) per sua natura non potrà mai identificarsi con il paese legale (lo Stato) ma sarà sempre la Nazione a modificare lo Stato senza mai coincidere.>> L’Italia è un territorio, ma La Nazione si distingue e acquista personalità con le tradizioni, come il cittadino italiano all’anagrafe non è rinnegato dal dialetto e dalle leggende, dai suoi misteri e forse anche da altre religioni. Perciò la legge sta all’Istituzione come le tradizioni e i costumi stanno alla Nazione. Dunque, un patrimonio. Un patrimonio da difendere e da scrivere. L’amor di Patria può sembrare anacronistico, ma per l’intellighenzia è un sentimento sempre attuale; anzi, la tradizione riscopre le scaturigini semantiche e la complessità narrativa che ne deriva – aggiunge il prof. Tallarico – va allora interpretata e compresa nel valore aggiunto contenuto nei simboli, nella dinamica degli avvenimenti, nel costrutto grafico dei segni, nel kennigar dei neologismi. Dunque, un concerto di italianità che per esistere necessita di libertà speculativa e di scrittori che siano liberi (da proteggere) e non solo individualmente anarchici (nel senso che nulla è sacro a chi pensa). I lavori del convegno riprendono la mattina di venerdì 27 febbraio. Il primo relatore introdotto dal presidente del Sindacato Libero Scrittori Italiani prof. Francesco Mercadante, è l’amico personale, editore di Francesco Grisi, nonché poeta e membro del consiglio direttivo del SLSI per la Sicilia, il prof. Tommaso Romano. Dopo di lui interverranno Claudio Quarantotto e il giornalista Lino di Stefano. Tommaso Romano dice subito di avere riconosciuto in Francesco Grisi un maestro di vita e di cultura. La sensibilità umanistica necessaria a cogliere i caratteri distintivi della personalità, è una chance psicologica che tocca in Tommaso Romano la vetta – voglio esagerare - dell’infallibilità. Parole testuali di Mercadante che introduce Tommaso Romano agli astanti riuniti nella saletta del Sindacato, confessano pubblicamente di avere avuto in Tommaso Romano il mentore e sostenitore più autorevole della sua attuale nomina a presidente del Sindacato Liberi Scrittori Italiani, e non ci sono dubbi che il presidente del SLSI ha saputo rappresentarci a livello internazionale. Del tipo atticciato, Mercadante è un grande oratore e uomo dalla cultura sterminata che, se non lo sapete, parla un birignao lento, stacca le parole una per una e si trova a suo agio durante i concioni, dove di tanto in tanto, accentua “l’inciso” alzando l’indice al cielo. Non gesticola, ma a volte, ricordando vicende grottesche, ride spassosamente. Amico personale di Giulio Andreotti, mi prende la fissazione, non so perché, che Francesco Mercadante ha conosciuto e parlato anche con Filippo Tommaso Marinetti. Un’altra fissazione ancora, mi convince della strepitosa somiglianza con lo scrittore anglosassone Charles Dickens. Cose che capitano. Nella saletta del Sindacato Libero Scrittori comincia il via vai di personalità. Arriva Claudio Quarantotto, seguito da Pierfranco Bruni e dal segretario generale del SLSI Giuseppe Trombetta. Quarantotto si siede nello scranno con Tommaso Romano e Mercadante, mentre il segretario Raffaele *** si dà daffare con l’amplificazione. Nel mentre, entra una Suora della confraternita delle clarisse inseguita da una conversa con la quale mi fermerò un minuto a parlare. Entrano un poeta albanese, e poco dopo anche un sosia di Filippo Tommaso Marinetti con le guancie attorniate da una lancia di baffi vittoriana che si estende da un orecchio all’altro; entra la relatrice di giovedì, la prof.ssa Mara Ferloni e poco dopo il pittore e scrittore Giuseppe Antonio Spataro. Un tipo magro, capelli e barbetta bianca incede con fare regale. Più tardi, a tavola, al ristorante, mi porgerà il libro che ha scritto su Garibaldi in Sicilia. Mentre parla Tommaso Romano mi si siede allato un ventenne. Alla fine del convegno scoprirò che fa il giornalista, che scrive on-line, che si chiama Marco Papaleo e che la madre poetessa, Donna Rosa Maria Ancona, è siciliana come me, ma da Trapani. Molto in ritardo entra un volto conosciuto: è il giornalista Lino Di Stefano amico personale di Francesco Grisi, del quale ricorderà la sua attività di pubblicista e di filosofo. Già, e ci tiene a sottolinearlo, come dimostrano le sue fotocopie, Francesco Grisi era anche un filosofo. Tanti altri sono presenti, non li conosco. Fra questi, c’è l’editore Marco Costantino, di Lungro in provincia di Cosenza, che invitato al microfono racconterà alcuni aneddoti riguardanti lo scrittore Francesco Grisi. Gli ho promesso una copia della raccolta di racconti “I Racconti dell’AndroMandro” che sto per pubblicare con il patrocinio della Presidenza del Consiglio del Comune di Palermo. Infatti, il suo modo di interpretare lo stile di Francesco Grisi, mi fa supporre che sia, come gli ho confessato, molto vicino alla mia idea di “lettore ideale”. E ho il suo indirizzo. Insomma, tra il serio e il faceto il Pensiero Italiano con la “P” Maiuscola aleggia fra noi. Anche il fantasma di Marcel Proust che profuma di fragranza francese, ci onora della sua invisibile compagnia. Infatti, gli è riconoscente sia per la devozione che Grisi gli ha voluto in vita, sia perché – come ci racconterà fra le lacrime Claudio Quarantotto- Francesco Grisi si lasciò morire per terra, nel suo studio, raggomitolato sul materasso per essere accanto ai suoi libri che, suo malgrado, doveva salutare per l’ultima volta. Claudio Quarantotto e Francesco Grisi, si frequentavano a Todi. Todi è un piccolo paese dell’Umbria ed é facile incontrarsi... Una spazialità, ricorda Quarantotto, paradossale; nel senso che un uomo come Grisi, eccentrico e imprevedibile, dal portamento addobbato con un inseparabile bastone, vestito di gilet coloratissimi e brillantissimi, che di punto in bianco saliva su un cargo merci per lasciarsi trasportare in giro per il mondo, non dovrebbe scegliere di vivere al centro di una regione che neanche confina col mare. Ma il Cancro è un male inesorabile e le discussioni dei due amici s’erano fatte serie e mortifere, sempre velate di tristezza. Del resto, Quarantotto non poteva non capire e compatire, perché anche la sua consorte s’era ammalata dello stesso, identico male. E così, finché non giunse la telefonata del medico personale di Grisi che gli confidò che l’ora di morire era giunta anche per il suo amico. La piccola casa era stata invasa da amici e parenti accorsi per l’estremo saluto, ma Francesco Grisi, anche se disteso per terra, era ancora il grand’uomo capace di dare un senso anche alla morte. . II° giorno di convegno sulla vita, il pensiero e le opere di Francesco Grisi: parla Tommaso Romano. Sono più o meno le dieci a.m. di venerdì mattina 27 febbraio. L’anniversario del manifesto futurista di Filippo Tommaso Marinetti è trascorso da una settimana e sono in ansia per quello che dirà, dissimulo la mia tensione facendo qualche fotografia. Conosco e stimo immensamente il prof. Tommaso Romano; un sentimento comune in tutti i miei amici. Ma è la prima volta che noto che il pensiero forte influenza la morfologia corporea, soprattutto quella del viso. Niente di lombrosiano; invece, si tratta di uno fra gli aforismi più noti di F. Nietzesche che disse <<Dalla presenza del pensiero anche il corpo acquista un aspetto intelligente.>> Friedrich Nietzeshe era davvero bravo a inventare aforismi, perché un altro bellissimo recita <<Soltanto dal pensiero anticonformista possono nascere stelle danzanti.>> Infatti, Tommaso Romano è intelligente, il suo viso ne incarna l’entità; e la sala che attende di sentirlo, intanto, vede la stella. E’ di fronte. Poi, improvvisamente Tommaso Romano mi fa saltare lo steccato della dimensione euclidea, catapultandomi d’un colpo in quella tridimensionale di un nuclide: sono grisiano, il mio modo di scrivere lo è, dice rivolto all’arengo. Invero, sono emozionato e cerco di dissimulare la tensione, ma riesco appena a ringraziare, forse l’ho sentito soltanto io, allora mi alzo e mi inchino in segno di riconoscenza. Sono le 11,00 e tutto va bene in questo secondo giorno di convegno presso la sede del Sindacato Liberi Scrittori Italiani, Palazzo Sora, C.so Vittorio Emanuele II° 217, Roma. I lavori sull’opera e la vita dello scrittore Francesco Grisi sono patrocinati con la collaborazione della Fondazione Thule di Palermo, Via Ammiraglio Gravina 95 - 90139 Palermo, e sta parlando Tommaso Romano il poeta, critico letterario, filosofo, uomo politico, scrittore, talent scout, filantropo e più volte editore di Francesco Grisi, a cominciare da”Intervista all’intellettuale reazionario” del 1989. L’emozione dell’inizio è forte, si sente. Lo ricorda un uomo di grande generosità e uno scrittore instancabile, prolifico fino all’inverosimile della pletora di inediti conservati presso il Centro Studi Bibliografico di Grisi. Documenti che il prof. Tommaso Romano intende studiare e ordinare per pubblicare un’opera organica e definitiva e a tutto tondo su Francesco Grisi. Anche il presidente Mercadante lo invita a non esimersi da questa importante “missione” che l’universo letterario e intellettuale attende da anni; perché la vita di Francesco Grisi è stata certamente una esistenza tormentata. E Tommaso Romano si è impegnato pubblicamente a pubblicare, possiamo definirlo, l’Almanacco Grisiano. Ma la ricerca, già si capisce, sarà difficile; soprattutto quella degli inediti e degli incompiuti, pagine ugualmente rappresentative di questa intelligenza irrefrenabile, originale e anche lungimirante, a volte profetica. E’ doveroso che i posteri conoscano sappiano o siano informati sull’eccentrico ma anche solitario Francesco Grisi. Forse – aggiunge il prof. Tommaso Romano - afflitto dalla solitudine, più che una esigenza del suo carattere. E’ un “militante” della kermesse letteraria, un apostolo più udito che letto, e pertanto, un luminare del novecento, sempre presente ma anche saggiato per le sue opinioni, scrupolosamente obbedito nelle soluzioni: la sua decisione di seguire la cura Di Bella contro il cancro invece della chemioterapia, per esempio… E’ memorabile la disamina di Francesco Grisi sulla “liberazione del novecento dal comunismo” che lo incorona uno dei pensatori più attenti del secolo, consapevole fino alla singolarità dell’esperienza. Eccellente tanto da essere ineguagliabile, Tommaso Romano ricorda di Grisi l’affabulazione che lasciava basiti gli astanti, coinvolti dal carisma di quella personalità votata alla coralità, all’unione e all’azione. E tuttavia - continua - un uomo del dialogo; ma anche una oralità che complica il lavoro di ricerca e di collazione del suo pensiero che va indagato, perché alle opinioni e alle risposte di Grisi è impossibile fare l’abitudine, sempre autentico nelle dichiarazioni che discute con disincanto insieme a personalità dello spessore di Pietro Vassallo, di Pino Tosca o di pensatori come Vaglia, Mauro Mazza e De Feo. Basta leggere le definizioni di arte o il suo modo di fare la differenza fra Stato e Nazione, per comprendere che siamo di fronte ad una intelligenza superiore. Non a caso qualcuno l’ha definito “irraggiungibile.” La ricostruzione documentale dell’attività di Grisi, multiforme ed eccentrica in letteratura e per tanti versi unica nella pittura, è difficilissima per i contatti con Pellegrini e anche con Volpe, per il suo concetto iniziatico della tecnologia e per la speranza riposta nei giovani che pensano utopici, per quella maniera anticonformista di essere di destra e anche cattolico. Sì, perché Francesco Grisi era cattolico e in proposito, l’amicizia con i siciliani Pietro Mirabile e Giulio Palumbo significò per Grisi l’occasione colta e affidabile per avvicinarsi a Padre Pio, del quale diverrà devoto discepolo. (Della devozione al Santo, ne parlerà anche Claudio Quarantotto nell’intervento successivo.) Francesco Grisi simboleggia il 900, ne è un’icona. Per questo è importante ricordare la collaborazione con “il Borghese”, con la “Gazzetta del Sud” e il “Corriere di Roma”. In pratica, una miniera da esplorare; ed era già una produzione a regime quando vinse la II^ edizione del Premio Marineo insieme a Bent Parodi di Belsito. Infatti, dal ’70 in poi, insieme ad Andreotti e a Del Bo, la presenza di Grisi nella vita del paese si fa fitta e giunge autorevole anche in Sicilia. E Tommaso Romano ricorda e si commuove e comprende il peso di quell’assenza. Spera che la Rai riproponga le interviste di Grisi sul Gattopardo trasmesse a quel tempo dalla rubrica televisiva “L’Accesso” e ancora ricorda l’incontro di Grisi con il poeta palermitano Nino Muccioli, assessore alla Pubblica Istruzione pro tempore. E’ un periodo di particolare fermento e i contatti con Nino Muccioli (la sua foto è incorniciata fra le personalità di spicco del Sindacato Libero Scrittori Italiani) si fanno frequenti. Palermo ospiterà il filosofo Julius Evola, Tommaso Romano è eletto consigliere al comune di Palermo e anche i contatti con il Sindacato (Libero) Scrittori Italiani si fanno frequenti. A Roma, Tommaso Romano incontrerà Junger, Spadolini e Franz Maria d’Asaro (altro illustre palermitano), personalità conosciute a Francesco Grisi, ma anche la fervida collaborazione, mai cessata, sempre assidua, che ha dato la stura al convegno Thule su Giovanni Papini, presente Francesco Grisi. Altri ne sono seguiti, come l’importante conferenza di Francesco Mercadante a Palazzo Branciforte del 2007 e altri ancora ne seguiranno. Palermo non si smentisce, oltre a dare i natali a personaggi epocali, Francesco Grisi allaccerà amicizie con il pittore Pippo Madè, con i professori Franco Tomasino, Salvatore di Marco, Lucio Zinna, con gli Onn. Dino Grammatico e Silvio Milazzo fautori dell’autonomismo siciliano di nuovo attuale, coi poeti e pensatori Giulio Palumbo e Pietro Mirabile e tanti altri, onore e gloria di questo Sindacato. Insomma, le visite di Francesco Grisi in Sicilia si fanno frequenti e durante il convegno sul futurismo del 1996 organizzato dal poeta Dino d’Erice e dal prof. Tommaso Romano in località Santa Flavia, egli incontrerà l’editore Renzo Mazzone e Giuseppe Tricoli, quest’ultimo alla presidenza dell’ISSPE (Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici). Con Giuseppe Tricoli si inaugura la stagione di una lunga e sincera amicizia. Sono gli anni in cui la Thule, e quindi Tommaso Romano, stampa e distribuisce “Lettere a Fedor” (1982) “Affettuoso Sentiero” (1994) e “Intervista all’Intellettuale reazionario”(1987). Come ci ricorda la viva voce di Tommaso Romano, si tratta di libri dedicati e Ezra Pound, Luigi Pirandello e Papini. Un altro libro è una curiosità sin dal titolo: “Il Clandestino”. Il titolo è, invero, una parola composta che introdice immediatamente l’Amore e la Fede di Grisi nei confronti dell’Unità, del Clan, appunto. Infatti, il Clan-destino” è lui stesso, contemporaneamente capo e gregario. Ma anche – Tommaso Romano è ora un fiume in piena – l’Amor di Patria è sempre vivo e attuale in Grisi. Un ardore che innesta nelle visioni utopiche che interrompono la continuità storica risolvendo nelle crisi epocali da contrapporre al sonnambulismo e alla dispersione della vita nelle Città, che Francesco Grisi -come si legge nell “Intervista all’intellettuale reazionario”- definisce <<un partecipare senza integrarsi nella vita degli altri. Nelle città non vi sono padri o figli, ma vi possono essere elenchi telefonici, agenzie di viaggio, uffici di collocamento e le corti del potere.>> L“Intervista - ammonisce Tommaso Romano - è un libro profetico che risolve in autonomia sulla contemporaneità di alcuni illustri personaggi: Pound, Pirandello, Céline e Mussolini, ne fanno parte. Pound e Grisi sono due intellettuali e due libertà diverse, due maniere che pur non contraddicendosi, affrontano la vita e il senso di questa, in modo differente: Francesco Grisi ha bisogno di sentirsi un uomo fra la gente, vuole essere del Clan; Pound è la voce profetica di un cittadino del mondo esclusivo, di un tipo molto particolare di appartenere alla biosfera e al simplesso degli uomini. (Anche Francesco Mercadante è risucchiato nel vortice dell’iperuranio e nel più vasto discorso della solitudine, intrude il saggio di Gustavo Boine, a lui molto caro, sul libro “Un uomo finito” di Giovanni Papini, rivendicando a Boine il merito di avere scritto la migliore recensione di “Un uomo finito” che sia mai stata scritta, cioè una stangata iperborea all’omologa di Amendola [1912-1913]) Sulla vulcanica e creativa personalità di Francesco Grisi si dovrà scrivere molto. I posteri e la nostra fede nell’intellighenzia, chiedono giustizia. Basta pensare al retroscena culturale di aforismi divenuti famosi per comprendere il gigante che è stato Grisi. Il carisma di un alloro gli appartiene di diritto. Francesco Grisi è cattolico. Così dice della religione <<Credo in Dio perché ho bisogno della Perfezione>>; che possiamo interpretare come la necessità neovitalista di avere idee in cui credere, un cinghiale bianco da commentare, un centro di gravità permanente. “A futura memoria” è finalista al premio Strega per il senso della vita che si dipana autoritario nella trama. Scrive Grisi: <<La memoria ci accompagna, i ricordi si dimenticano.>> L’uomo è un viandante sempre in cerca del concreto e la ragione non è sufficiente, c’è anche il mistero. Dunque, una società senza eroi è destinata all’annullamento. Il leitmotiv della silloge “L’affettuoso Pensiero” cronaca – è il poeta Tommaso Romano che parla – del gesto estremo di Francesco Grisi mentre si specchia con la sua intelligenza e vede riflessa la sua effigie onomatopeica. Ma, alla fine, c’è una vandea coagulante, una personale gnome che fa anche da apoftegma: l’esperienza e la memoria che resta di tutto ciò che si è dimenticato. In questo senso, Giulio Andreotti ha colto la maestosa chiarezza del “L’affettuoso Pensiero” che ha recensito di suo pugno. Grazie. Palermo febbraio marzo 2009 Marcello Scurria |
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LETTERATURA E VITA La letteratura non è” una struttura autonoma che ha in se stessa le leggi del suo funzionamento”(Strutturalismo), infatti qualsiasi opera d’arte è un prodotto eterogeneo che dipende da vari fattori: il contesto storico-culturale, la biografia dell’autore che dal suddetto contesto riceve stimoli e condizionamenti,la sua personalità che determina scelte e decisioni.Anche quando un artista descrive e propone vicende e cronotopi lontani, sempre comunque se crea rinnova, interpreta e propone secondo modalità e principi suoi e dei suoi tempi.Altra cosa dovrebbe essere la Storia a cui spetterebbe l’obbligo della verità, ma neppure questa può essere avulsa dalle idee di chi scrive, che è naturalmente portato a proporre in chiave positiva o negativa eventi, fatti secondo la convergenza che questi hanno con le proprie idee .Ciò premesso, attraverso una panoramica, necessariamente non esaustiva di autori e metodologie critiche, si vogliono convalidare le tesi sopra esposte.La critica letteraria, come attività autonoma che ha lo scopo di dare un’interpretazione e un giudizio, nel senso in cui oggi intendiamo, si è andata formando sulla fine del Settecento ed ha elaborato le sue problematiche e i suoi metodi nel periodo romantico, stroncando in modo definitivoi principi della poetica rinascimentale che considerava l’imitazione dei modelli antichi e l’obbedienza alle regole, come condizione fondamentale perchè un’opera d’arte venisse considerata veramente tale.Finalmente si avanza l’idea della relatività del gusto e il concetto di genio che allontanano dal formalismo regolistico e propongono in modo definitivo la concezione della letteratura come relativa ai paesi e ai tempi in cui sorge (M. De Staël: “La letteratura è espressione della società”) e alla spontaneità e originalità creativa dell’artista. Ne consegue che il pregio di un’opera non è più la sua fedeltà al modello degli antichi, ma ,al contrario,la novità della sua ispirazione e della sua forma, poiché ogni opera d’arte è un organismo individuale retto da leggi proprie che trovano nella weltanschauung dell’artista, oltrechè nel contesto storico culturale da cui quella nasce e si nutre la ragione d’essere .Tali motivi implicano la dissoluzione dei generi letterari, come anche la distruzione della concezione retorica della forma come indipendente dal contenuto e, come poi teorizzerà Francesco De Sanctis, la forma sarà considerata “l’incarnazione organica del contenuto, per cui a tal contenuto corrisponderà tal forma”. Ma prima ancora che egli pervenisse a tale teorizzazione Ugo Foscolo fonda la sua produzione letteraria e la sua attività di critico sullo stretto legame tra letteratura e vita, oltrechè sul senso di verità e valore del sentimento degli individui. Foscolo infatti afferma che “gli egregi lavori del genio dell’uomo non saranno mai probabilmente stimati da chi guarda il genio diviso dall’uomo e l’uomo dalla fortuna della vita e dei tempi”e che “a intendere le parole degli scrittori più di mille commentatori giova la conoscenza delle loro anime”. Così la sua produzione letteraria e critica hanno assunto un’intonazione storico-psicologica, dove la classicità culturale e formale non nuoce nei suoi scritti, all’esplicazione dell’io nel privato e nella storia e nell’interpretazione di altri autori, alla considerazione delle diversità dei temperamenti e delle epoche in cui gli artisti vissero, come componenti fondamentali per comprendere le loro opere e le loro parole. Così ne “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”, questi, protagonista dell’opera, diviene l’alter ego dell’artista e vive le sue stesse passioni, non a caso Foscolo stesso ebbe a dire che il romanzo è“un diario delle sue angosciose passioni” in cui si deve cogliere allo stato sorgivo e persino caotico, afferma successivamente Binni, il suo mondo poetico con i motivi che avranno un ampio e meditato sviluppo nelle opere successive. Dunque l’io, la propria vita, il proprio temperamento e le modalità in cui interagisce con la realtà storica in cui vive è la materia della produzione artistica di Foscolo e gli stessi elementi egli prende in considerazione nella sua produzione critica. Esempio significativo sono i saggi su Petrarca, infatti gli aspetti che lo caratterizzano sono da lui spiegati in funzione della psicologia del poeta e nel “Parallelo fra Dante e Petrarca”, la fisionomia diversa delle opere dei due scrittori è ricondotta alla profonda diversità dei loro temperamenti e alla differenza delle epoche in cui vissero. In effetti non possiamo parlare di Dante e di Divina Commedia, senza considerare la sua indole, la sua ideologia, il contesto comunale della Firenze del Tredicesimo secolo e le vicende personali che in quella realtà visse. Basti pensare alla pluralità di personaggi fiorentini che affollano la commedia da Ciacco a Brunetto Latini, a Farinata, alle invettive contro la corruzione morale della sua città.Crediamo che tutto ciò riveli la stretta compenetrazione tra letteratura e vita:il concetto romantico di genio che si propone in modo spontaneo ed originale e che mantiene nella proposizione di una filosofia universale pienamente se stesso e le sue passioni, riteniamo che non potrebbe avere maggiore esplicazione.La stesa cosa può dirsi di Petrarca, infatti i contenuti del Canzoniere e del Secretum sono ampiamente rivelatori del legame tra letteratura e vita. Al di là dei propositi estetici e delle sue realizzazioni, che vedono il poeta precursore dell’equilibrio compositivo dell’età rinascimentale, le sue pagine vibrano di vita, del suo amore per Laura,della sua incertezza tra cielo e terra, dell’angoscia con cui vive il problema della salvezza.Anche nell’Orlando furioso, là dove l’evasione fantastica di L. Ariosto porta Angelica e Orlando tra mostri e castelli incantati e pare essere lontanissimi da ogni legame con la realtà, emerge con l’ironia che lo caratterizza, il poeta con la sua vita, l’amore per la sua donna (leggasi il proemio), la sua amarezza nei confronti dei suoi tempi, quei tempi ipocriti e falsi il cui fasto e ricchezza presto sarebbero stati motivo di attrazione delle potenze straniere e perciò di decadenza della fiorente civiltà rinascimentale( Astolfo sulla luna)L’episodio del Castello di Atlante esplica con chiarezza l’ideologia dell’autore: l’incontentabilità dell’animo umano che induce sempre a correre,cercare, ad errare e perciò spesso a cadere in errore. Né può essere dimenticato Torquato Tasso la cui instabilità mentale si trasmetta appieno nella travagliata storia editoriale del suo poema, La Gerusalemme liberata, oltrechè nel contenuto dell’opera, ove il contrasto tra angeli e demoni e cristiani e pagani è metafora non solo di contrasto tra le civiltà controriformista e rinascimentale, ma anche della psicologia conturbata dello scrittore, scissa tra rigore religioso e originaria formazione classica di laica mentalità, ormai sentita come peccato, eppure tanto apprezzata e amata e, proprio per questo, matrice di contrasti insanabili,origine di scissione e tormento. Leggasi qualche ottava del “Giardino di Armida” per rendersi conto come lascivia e piacere vengano negati solo perché la loro negazione è l’unico incoscio modo di ammetterle, di poterne parlare. Tutta La Gerusalemme liberata per adoperare un sintagma tipico di Leo Spitzer è una “spia stilistica”rivelatrice della psiche e del mondo poetico dell’artista, o per adoperare il linguaggio della critica psicanalitica,una metafora ossessiva che si dilata un po’ in tutti i canti nel contrasto costante tra forze centrifughe(cavalieri devianti) e centripete(Goffredo di Buglione). Neanche la produzione letteraria dell’epoca illuminista, pur nella razionalità imperante che si esplica stilisticamente in un ritorno alla classicità, resta immune dalla costante presenza dell’artista nell’opera d’arte. Leggasi a tal riguardo “La caduta” di Parini,vera ode di denuncia sociale, o le cosiddette “Odi galanti”, dove la figura femminile appare malinconicamente agognata nell’impossibilità del possesso,o ancora la sua opera più importante , “Il Giorno”, dove attraverso l’antifrasi l’autore rivela tutta la sua non condivisione del mondo vacuo e vuoto dell’aristocrazia del tempo. Con Alfieri siamo ormai in un’atmosfera preromantica e il suo titanico individualismo emerge con la forza imperante di un’anima inquieta e libera .Leggasi ,ad esempio, il sonetto”Bieca , o Morte, minacci? ….”, qui il poeta affronta la morte con piglio virile e già si respira l’atmosfera eroica delle tragedie: stabilita la negatività esistenziale e storica del vivere, la morte diviene strumento di riscatto dell’io e dei valori negati dal potere tiranno . Se proseguiamo il nostro percosso, ci accorgiamo che la critica positivista, pur assimilando l’arte a un fatto naturale da studiarsi con metodi scientifici, pur postulando I. Taine, una concezione deterministica della letteratura ( l’arte è un prodotto necessario di tre cause: la razza, l’ambiente e il momento storico in cui si vive) e teorizzando la ricerca di una impersonale obiettività è anche vero che Verga, massimo rappresentante del Verismo, movimento che trasferisce nella letteratura italiana i principi del Naturalismo francese, fa dell’impersonalità una tecnica compositiva che non esclude la proposizione dei propri convincimenti. Può apparire scandalosa tale affermazione se consideriamo le molte pagine che illustri critici hanno scritto intorno alla regressione (Baldi) o straniamento (Luperini) di Verga, ma è pur vero che i convincimenti estetici del narratore siciliano [“la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale,l’opera sembrerà essersi fatta da sé”( L’amante di Gramigna , dedicatoria a S. Farina)] nascono da convincimenti ideologici (darwinismo sociale) che, giustificando la tecnica narrativa dell’impersonalità, mettono anche in evidenza la fisionomia di un galantuomo siciliano pessimista e con chiara connotazione conservatrice . La società umana è per Verga caratterizzata dalla lotta per la vita: un meccanismo crudele per cui il più forte schiaccia necessariamente il più debole e tale legge è una legge di natura, che governa qualsiasi società in ogni tempo e in ogni luogo, pertanto ogni giudizio diventa illegittimo: solo la possibilità di modificare il reale può giustificare l’intervento dall’esterno e, se la letteratura non può contribuire a modificare la realtà,diventa anche inutile scrivere, da qui il suo ritorno in Sicilia , il suo abbandono della letteratura. Dunque siamo in presenza di una ideologia che nasce dal contesto culturale in cui Verga visse e operò e che soprattutto ben si confà alla sua indole di galantuomo siciliano e ben giustifica l’abbondono della scrittura nell’ultimo periodo della sua vita. La critica positivista (storica, in Italia) e il lirismo cosmico crociano sono tra i metodi critici che maggiormente svalutano la presenza dell’io nell’opera d’arte, ma è pur vero che un’emozione per vibrare di vita universale deve attingere alla vita individuale. Compito del critico è per Croce distinguere la“ non poesia” o elementi allotri, quali la struttura, nel cui ambito è inseribile il contenuto e la sua natura, ma anche la rispondenza a tipi esterni di perfezione stilistica(generi letterari, distinzioni astratte di lingua e stile), dalla poesia, piena di afflato cosmico e perciò slegato dalla specificità del sentire individuale che l’ha generato. Sono tante le conseguenze che derivano da tale distinzione, ma la più importante è la separazione tra personalità poetica e personalità pratica e, per lui, quel che conta è soltanto la prima; ad esempio, la Divina commedia e non Dante, l’Amleto e non Shakespeare, in altre parole la personalità è costituita dalle opere e non dagli autori. Ne deriva che la storiografia artistica e letteraria non può essere altro che storiografia monografica, allontanandosi così decisamente dalla critica romantica e da De Sanctis. Da queste premesse deriva lo scempio perpetrato nei confronti della Divina Commedia, distinguendo notoriamente in parti brutte perchè struttura e perciò non poesia (il racconto del viaggio) e parti belle perchè poetiche che fioriscono di volta in volta entro la trama : l’episodio di Paolo e Francesca, ad esempio . Dopo che Momigliano e Russo colmano il distacco creato da Croce tra poesia e vita, poesia e storia e poesia e cultura, l’incontro con la critica sociologico-marxista era inevitabile e la letteratura, così come i sistemi politici diventano sovrastruttura della struttura economica. Lukacs, ricollegandosi ad Hegel e allo storicismo romantico tedesco,elaborò la nozione di “realismo critico”, inteso come “rispecchiamento della realtà” nelle sue forme tipiche, sintesi di particolare e di universale, volto a cogliere attraverso la letteratura, le forze complesse che regolano la storia. Lukacs in questa direzione ha esaminato la tradizione realista dell’Ottocento per cui, ad esempio, se consideriamo I Promessi sposi di A.Manzoni, le vicende di Renzo e Lucia ( il particolare) incarnano la dinamica delle trasformazioni sociali( universale) nell’ambito della dominazione spagnola del Seicento in Italia. Ma noi sappiamo anche che I Promessi sposi sono un romanzo di formazione e, al termine del loro processo formativo, i valori che conseguono i due protagonisti “rispecchiano”per adoperare un termine caro a Lukasc, quelli cristiani di Manzoni; questi interviene continuamente non solo attraverso i personaggi, ma anche attraverso espliciti interventi che in qualità di narratore onnisciente, può realizzare, commentando e proponendo e soprattutto facendo emergere la sua visione cattolico- liberale .E, se consideriamo la restante produzione manzoniana e, in particolare gli Inni sacri, non possiamo non confermare la nostra tesi che considera la vita degli artisti strettamente connessa alla produzione letteraria degli stessi.La stessa cosa, per restare nell’ambito del Romanticismo, può dirsi di G. Leopardi, la cui intensa produzione poetica vibra di cosmico pessimismo che sicuramente trova la matrice nella sua biografia,cosicché B. Croce è stato indotto a negare l’esistenza di una vera filosofia in L., considerato che molte delle sue considerazioni trovavano la loro origine nelle sue tristi condizioni fisiche. Sicuramente propositivi della personalità dell’artista e dell’importanza dell’incoscionella creazione di un’opera d’arte , sono la critica psicanalitica e quella stilistica,sebbene l’una valorizzi il contenuto, attraverso le metafore ossessive,l’altra la forma, attraverso le spie stilistiche,intorno a cui si organizza il testo letterario, rivelando la psiche profonda dell’artista.Ormai è pressoché canonica l’interpretazione psicanalitica del Gelsomino notturno, testo poetico tratto dai Canti di Castelvecchio di G. Pascoli. L’interpretazione individua nelle tragedie familiari un trauma indelebile che lo avrebbe bloccato a una fase erotica infantile, di conseguenza la donna e l’amore sono sentiti con turbamento e repulsione che lo inducono a sublimare il nido, quale luogo protettivo e la madre morta, simbolo dell’amore negato,che mina alla radice ogni altra tensione erotica. Un apporto importante alla comprensione dei significati profondi della produzione decadente di Pascoli ha dato anche la Critica simbolica e ,in particolare, G. Barberi Squarotti che, ponendo l’accento sul valore alternativo della letteratura, ha esaminato l’immagine-tema del nido, simbolo della casa e dei legami familiari che tanta importanza assumono nell’inquieta e turbata psicologia del poeta e di cui l’ impressionismo naturalista ne è espressione simbolica. Se consideriamo l’esteta D’Annunzio, egli fa della sua vita un’opera d’arte ed è stato paragonato, non a caso, da A.Marchese a una star del mondo attuale; Andrea Sperelli, protagonista del romanzo Il piacere, è l’alter ego di D’Annunzio e come questi è giovane, elegante, raffinato, piacente, intellettuale e seduttore, perciò ama il lusso, l’arte, le donne con una sensualità cinica e perversa, insomma ripropone nell’arte ciò che egli è nella vita.La poesia ermetica e la metodologia critica che ad essa si connette tende a considerare la letteraturain chiave esistenziale e documento rivelatore di tale tendenza è il saggio di Carlo Bo”Letteratura come vita” E in effetti, Ungaretti, maestro dell’Ermetismo italiano, fa della sua condizione esistenziale di uomo di pena il tema fondamentale della sua poesia, ma essa coesiste come in Quasimodo e in Montale al tema tragico della guerra che lo riporta alla storia e alla sua tragicità.Per quanto riguarda quest’ultimo, comunque appare opportuno sottolineare che l’Ermetismo nella sua poetica è stato solo un momento rapidamente superato da una prospettiva allegorica del rapporto tra letteratura e vita, sicchè la donna diviene, in una dimensione del tutto laica che ne fa l’allegoria della poesia, portatrice di salvezza,”Cristofora”, così come Beatrice nella Divina Commedia di Dante.Il Formalismo russo e lo Strutturalismo, legando il loro interesse solo all’aspetto formale del testo letterario ribadiscono per altri motivi e con altre argomentazioni, rispetto alla critica crociana, la separazione tra letteratura e vita. Le fredde analisi strutturali che considerano l’opera d’arte come una struttura, un modello formale”smontabile nei suoi congegni” e meccanismi compositivi, per giungere a tipologie che consentono di ricostruire ”il modello dell’opera”, escludono ogni considerazione della vita e della personalità dell’artista. I limiti di un approccio puramente formale, e l’esigenza di considerare in un testo anche le strutture profonde favoriscono il sorgere della Semiologia che riconsidera il rapporto tra la forma e il contenuto, collegando il significante al significato. Intesa come scienza autonoma, o scienza della cultura, la Semiologia si occupa di tutti i processi della significazione e della comunicazione, fondandosi sul presupposto che questa utilizza codici particolari,costituiti da sistemi definiti di segni, intesi, come si è detto, quali sintesi di significante e significato. Di questi segni occorre esaminare le caratteristiche e le leggi del funzionamento per coglierne i valori ideologici e sociali. Assume un’importanza centrale in tale ambito il concetto di messaggio,come contenuto specifico della comunicazione.Italo Calvino ne “Le città invisibili”, dà un impianto strutturale alla sua opera, resa evidente dall’indice che propone simmetrie nella distribuzione dei temi e dei numeri, tuttavia dallo scrittore lo strutturalismo è ridotto a puro strumento percettivo, emblema della riduzione della realtà a segni, a linguaggio che non riesce più a cogliere la referenzialità oggettiva. In tale prospettiva, la rivisitazione del Milione,che contiene i resoconti del viaggio in Oriente di Marco Polo , viene condotta da Calvino sotto il segno della trasformazione della dimensione spaziale: da spazio geografico del mondo, in cui accadono vicende realmente vissute , a spazio mentale in cui nulla accade realmente , infatti per conoscere l’ignoto, il M. POLO moderno non viaggia nel mondo esterno, ma scava al proprio interno, percorre i luoghi sedimentati dell’immaginario storico, ma entrare in una dimensione intellettuale significa compenetrarsi in essa sino a perdere la percezione dell’alterità. La conoscenza della realtà non implica il potere su di essa: sapere non è potere .Il dominio conoscitivo sul mondo non è più possibile perché è avvenuta la scoperta filosofica della relatività del segno, insomma nella dialettica tra natura-vita e cultura-emblema, le prime sono mute ed inespressive. Né perviene a risultati diversi la semiotica di Umberto Eco che nel romanzo “Il nome della rosa” lascia al lettore il seguente messaggio filosofico:”stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” ( la rosa originaria esiste per il suo nome, noi teniamo i nomi nudi), cioè l’essenza di ogni cosa è nel suo nome, quindi in un contenuto mentale astratto e noi conosciamo solamente i nomi non la realtà delle cose, né la loro essenza. Insomma siamo di fronte a una visione nichilista in cui si rivela la fragilità moderna dei significati e dei destini umani riscrivibili in una interscambialità di situazioni e l’ io si annulla in personaggi già visti nella letteratura e nella storia (Gugliemo da Baskerville = il filosofo Guglielmo da Ockham, Adso = Watson, l’aiutante di Sherlock Holmes, etc…). Ma se ogni libro è rifacimento di altri libri, viene meno il legame con la realtà e la vita, intesa sia in senso strettamente individuale, sia in senso lato. Quando U. Eco pubblicò questo romanzo, aveva appena stampato un libro di teoria letteraria “Lector in fabula”, in cui rivela il suo interesse per il lettore e i suoi vari livelli di partecipazione al senso del testo, in realtà “Il nome della rosa”può leggersi con intenti e risultati eterogenei da diverse fasce di lettori: romanzo giallo, storico, filosofico, opera saggistica. I nuovi orientamenti critici: decostruzionismo ed ermeneutica tendono di fatto a rivalutare il lettore,q uale interprete soggettivo delle componenti dei testi.Il passaggio dall’emittente al destinatario, la rivalutazione della soggettività dell’interprete, se da un lato annulla nella pluralità dei significati possibili emittente e destinatari, dall’altro tuttavia la parcellizzazione dei significati ci appare oggi, nel relativismo imperante e nella massificata velocità di mode ed eventi, l’unica possibilità di sopravvivenza del legame tra letteratura e vita. Sono da preferire i giovani scrittori “Cannibali”? Forse sì, pur nel turpiloquio che stilisticamente spesso li caratterizza , pur nelle tematiche volutamente violente e scabrose ( discoteche, incidenti, stupri, cessi e vomiti), almeno propongono la vita, anche se trattasi di una vita totalmente schiacciata sul presente, priva di prospettive per il futuro e di memoria del passato. FRANCESCA LUZZIO |
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| POLITICA COME CHIAREZZA CRISTIANA Appunti vecchi per l’anno nuovo
La storia definirà alquanto dopo il tipo di congiuntura politica che stiamo attraversando, noi e questa nostra epoca. E’ probabile che le pagine riguardanti gli ultimi decenni salteranno molto, limitandosi ad una breve sintesi circa le attuali ragioni della crisi dell’occidente euroamericano, delle sue idee di mercato trionfante e di globalizzazione inarrestabile, registrandone il misero fallimento, con la carenza di energie propositive che sappiano di futuro migliore per l’uomo. Poco dunque resterà come fatti di pensiero e di speranze. Forse solo il cristiano oggi può avere diritto di parola critica sulla realtà, giacché, possedendo un obiettivo limpido come ragion d’essere, che è il bene per se e soprattutto per gli altri, ne può trarre la forza per stare nel magma incandescente della storia, e proporsi come guida nella dinamica del suo fluire. Ma il cristiano, se si applica alla politica, non può eludere il “si si, no no” e il fatto che l’altro “il di più viene dal maligno” ( Matteo, 5,37), cioè per lui il fare politica è anzitutto questione di chiarezza .Allora, la politica di questo mondo è tutt’altro che materia da furbi e neppure è cosa da predicatori di facili buonismi; se poi si scende a quella italiana è impegno che richiede molto più coraggio che altrove, in quanto in Italia si è maestri di complicazioni, di doppiogiochismo, di fariseismo. Anzi in Italia la politica la si intende non come arte di stare nella storia, ma soprattutto come mestiere di faccendismo specialistico, quindi tutto il contrario della chiarezza. Ed invece chiarezza occorre fare, se si osa introdurre l’aggettivo cristiana nella politica. Ora la chiarezza vuole che ben si sappia che oggi la politica da noi è caratterizzata da tre denominatori portanti: l’affare, il prestigio, il potere. L’affare, in barba ai distinguo della tradizione ideologica destra o sinistra, significa avere i canali utili all’acquisizione di appalti e di partecipazione alla spartizione delle fonti di ricchezza disponibile, in specie quelli gestiti da Ministeri, Regioni, Province e Comuni. E averli possibilmente in esclusiva stile mafia. Il che è ormai ritenuta cosa tanto consueta da potersi ramificare tranquillamente, come s’è saputo, anche in luoghi e tra soggetti politici insospettabili. Il prestigio poi sta connesso al potere, ed è quel che comporta prebende e privilegi, inauditi in una democrazia popolare, insieme alla maggiore visibilità esibizionistica, per le quali cose anche stimati e ricchi professionisti ne sono abbagliati e fanno di tutto per collocarsi nelle liste elettorali e avere garantita l’ambita poltrona. Si evita qui di addurre esempi tra i tanti che si potrebbero fare, ma è certo che oggi un avvocato famoso, un magistrato, un giornalista di grido,un accademico, un noto attore e persino un’attricetta coscialunga, se vengono invitati a concorrere per un posto in Parlamento o ad un Assessorato, non ci pensano due volte e accettano indifferentemente dalla parte destra o dalla sinistra, a prescindere da quale sia stata la loro precedente formazione o posizione politica. Il tornaconto non ha più colore. Si dirà che si fa per concorrere al bene del paese, della Regione o del Comune, ma in realtà si fa perché si celebra la mancanza di qualsiasi profondo e meditato supporto ideale, primo grande guaio che oggi caratterizza la politica. E si badi che mancanza di ideale qui non è da intendersi mancanza di ideologie tipo passato, ma mancanza di spinte progettuali di ampio respiro verso la storia, cioè agire politico oltre le contingenze spicciole. L’altro guaio è poi l’assoluta crisi di appartenenza, cioè l’assenza di qualsiasi chiara identità culturale dei soggetti politici. Il caso dell’attuale capo del Governo in Italia rappresenta certamente tale situazione. A Berlusconi non si può non riconoscere vigore intellettuale, spirito d’iniziativa e capacità decisionale, evidentemente favorito dalla troppa pochezza altrui, egli è comunque l’espressione più evidente della crisi di appartenenza culturale, cioè dello slacciamento da qualsiasi obbligo ideologico progettuale che vada alla storia, quel che fa un vero statista. Questo italiano non è il solo caso, ma è il caso più cospicuo di questi decenni. Per lui l’Italia non si chiamerà mai “lo stato”, ci si faccia caso, ma “il paese”, termine che vorrà dire “azienda”, e il governare sarà sempre e solo mantenere il potere. Per far questo egli sa bene quel che gli occorre: annichilire l’opposizione (la quale tra l’altro ci mette molto di suo con ridicoli personalismi e fratture); curare l’apparenza e i civettuoli bagni di folla; e, sempre a utile memoria del famigerato ventennio, mantenere un caldo idillio con le gerarchie ecclesiastiche. Ovviamente se Berlusconi è questo e l’Italia ne è contenta, la colpa non è sua. Ma è a questo punto che la chiarezza cristiana in politica dovrebbe significare qualcosa. Non significa nulla dire “siamo al centro”, perché sarebbe fatuità visto che destra e sinistra non ci sono più; né significa molto che Binetti o Buttiglione intervengano per questo o quel problema che viene fuori episodico, ma dovrebbe significare orientamenti e prospettive di largo respiro alla luce di un mandato di speranza e di giustizia che specie la gente meno fortunata si attende. E dovrebbe suscitare voci di sorveglianza, di proposte correttive e nuclei anche di vigorosa protesta su quel che accade e ci si propina subdolamente e televisivamente. Chi sa. Magari si potrebbe partire dalle parrocchie, luoghi di solidarietà e di fiducia, non perché si è sognatori ingenui, visto l’andazzo delle cose, ma perché convinti che di solito “poca favilla gran fiamma seconda”. E da qualche parte bisogna pur cominciare. Elio Giunta |
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UT POESIS PICTURA ET IMAGO «…Nui pitturi si pigliamo la licentia che si pigliano i poeti e i matti…». Erano gli anni ’70 del ‘500, quando Paolo Caliari, meglio noto come il Veronese, così tentava di difendersi dalle accuse di eterodossia mossegli dal tribunale dell’Inquisizione veneziano, in riferimento ad una sua Ultima cena (poi reintitolata, più prudentemente, Convito in casa di Levi) considerata come fin troppo piena ed affollata di cani, buffoni, nani, garzoni e soldati. Frase paradigmatica e per nulla casuale, questa del Veronese, perché rivelatrice, al di là delle problematiche relative alla situazione contingente, della piena consapevolezza del complesso e intricato intreccio da sempre esistente fra le arti letterarie e quelle visuali, e del loro essere del tutto paritetiche in quanto a valore culturale e qualità. Non solo, dunque, necessaria “excusatio”, finalizzata a rivendicare quella libertà d’azione abitualmente consentita ai letterati; ma anche (e soprattutto) orgogliosa attestazione d’una validità del “sentire” (e del conseguente “agire”) artistico del tutto equiparabile a quella dei ben più stimati poeti, a conferma d’una raggiunta emancipazione della pittura da quell’ambito “vile” e “meccanico” in cui fino ad allora essa era stata relegata e del riconoscimento d’un rango “intellettuale” perfettamente consono (come quello delle discipline umanistiche) alla vita di corte rinascimentale. Se il Rinascimento, dunque, costituisce una sorta di punto di svolta nel rapporto fra belle lettere ed immagini – non si dimentichi l’assidua frequentazione delle rime da parte del sommo Michelangelo o ancora l’esibita equiparazione alle poesie operata dal grandissimo Tiziano in riferimento ai dipinti per Filippo II di Spagna –, è anche vero che la relazione fra il dipingere (ma anche il disegnare e lo scolpire) ed il poetare è senza dubbio antichissima, e praticamente risalente agli albori della cultura umana. Dalla pittura vascolare della Grecia classica (frequentemente volta a dare corpo visuale ai poemi omerici) e dalla coeva statuaria (depurata delle durezze arcaiche proprio dalle sfumature psicologiche mutuate dalla tragedia) ai codici medievali raffiguranti le vicende cantate dai trovatori, dalla memorabile illustrazione della Divina Commedia operata dal Botticelli a quella eseguita nello ‘800 dal Dorè, fino all’uso “figurale “ dei versi attuato dai futuristi e ai più recenti sviluppi “concreti” della poesia che hanno contraddistinto la contemporaneità, è per tanto tutt’un assoluto “continuum” di reciproci influssi e ispirazioni, all’interno del quale è praticamente impossibile statuire alcuna gerarchia di valori fra arti di fatto simpatetiche ed interattive. Non si tratta, quindi, d’una semplice relazione “deterministica” (ove lo scritto faccia da causa scatenante e l’immagine da conseguente effetto), ma di uno scambio biunivoco, capace di alimentare parimenti l’empatico immaginario di poeti e artisti visuali, in una compiuta osmosi foriera di esiti e raggiungimenti di elevatissima qualità. Non può, dunque, sorprendere, alla luce di tali premesse, che un intellettuale dai vasti interessi come Tommaso Romano, aduso all’abituale frequentazione della poesia (oltre che della filosofia e del pensiero politico e spirituale) ed estremamente attento alle arti visive (di cui è acuto osservatore e collezionista dagli ampi orizzonti) si trovi al centro di una tale iniziativa editoriale, ove i propri “carmina” sono accompagnati, chiosati ed integrati da un ricco apparato iconografico, frutto della collaborazione e dell’iniziativa di un variegato e valente gruppo di pittori e di fotografi, a lui legati da ricambiati sentimenti di stima ed amicizia. Ben 25 immagini – fra dipinti e scatti fotografici –, che non costituiscono le semplici e consequenziali “illustrazioni” di altrettanti componimenti in versi, ma che piuttosto rappresentano il portato di quella suddetta dinamica di tipo empatico-simpatetico, grazie alla quale sublimare congruamente il compiuto “distillato visuale” dell’esprit che anima nel profondo il “mood” delle poesie. Traduzioni visive che sgorgano, dunque, dalla condivisione d’un partecipato iter emozional-sentimentale e che si ergono, in tal modo, a “icone” di quegli “affetti” più intimi e sinceri di cui i versi sono vettori. Poco importa, per tanto, che gli strumenti e i moduli espressivi adottati dagli autori si contraddistinguano per la loro ampia varietà – spaziando da approcci lessicali squisitamente figurativi a sconfinamenti di tipo astrattista o anche informale –, poiché quello che conta veramente è la fattiva capacità di ciascuno dei partecipanti di entrare “in medias res”, restituendo agli osservatori – coi mezzi tecnici e stilistici ritenuti più appropriati – quei vissuti personali liberamente elaborati nell’approccio dialettico al pensiero del poeta. Così, l’inesausta ricerca di senso nell’esistere, l’iniziatico perseguimento d’un assoluto trascendente, l’assertiva (ma tormentata) professione di fede in un dio salvifico, il rinnovato stupore innanzi al manifestarsi della vita, la liquorosa elegia di cui è intrisa la memoria, il desiderio di distacco dal contingente e la relativa fuga nella sacrale dimensione del silenzio – tutti temi portanti del pensiero poetico di Tommaso Romano – trovano le loro “polimorfe” e “immaginifiche” declinazioni in un caleidoscopio di tecniche e di lessici, capaci di integrarsi come un mosaico in un gioco di tessere dalle fattive potenzialità di individuazione ed enucleazione degli stati d’animo sottesi all’asperità della parola. Ne consegue che la sintetica iconicità insulare di Catalano e quella possente e arborea di Anna Kennel e di Francesca di Carpinello si affianchino alla misteriosità silvana di Caputo o all’incisiva e calligrafica nocturnitas di Madè, o che la visionarietà misticheggiante della Lupinacci e quella celestiale di Merighi, l’ipercromico incanto marino di Denaro o le liquide e maculari evanescenze di Camilleri si accompagnino all’espressionistico “totemismo” di Taravella, al simbolico cromatismo di Lo Manto, ai piroclastici coaguli di Madonia, agli sfrangiamenti caleidoscopici di Bonanno, all’informale cosmico di Perricone, all’astrazione biomorfica dell’Affronti o a quella più geometrica di D’Oca, in un’articolata scansione della dimensione paesaggistico-vedutistica pregna d’una molteplicità d’umori e sensazioni di variabile termica affettiva. E parimenti, sul versante della figura umana, che l’assorto approccio Pop di Mambor e quello decisamente più ironico di Bartman si ritrovino associati al graffiante impianto narrativo di Tosini, alle “vorticanti” fantasmagorie di Puleo o all’esplicita citazione cristologica di Lo Cicero, reperendo nella sfere fisiognomica e psicosomatica quegli allegorici vettori cui affidare la condivisa rappresentazione di afflati e idealità. Stesse considerazioni per gli scatti fotografici di Berengo Gardin, Leone, Minnella e Morello, nella cui cristallizzata fissità paiono immortalarsi le estasi e i vagheggiamenti di cui i carmi sono espressione. Ut poesis pictura et imago, dunque. E così sia, in una reciproca e fertile contaminazione di spunti e suggestioni, ove immagini e parole si facciano tutt’uno nel racconto puntuale dei moti e dei fremiti più riposti dell’interiorità. (marzo 2009) Salvo Ferlito |
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| INTRODUZIONE AL CORSO DI LETTERATURA ITALIANA RELIGIOSA di Elio
Giunta
La prima considerazione da fare riguarda il significato da attribuire alla nozione di Letteratura religiosa, giacché l’aggettivo “religiosa” non può indicare l’appartenenza esplicita ed esclusiva ad una religione determinata con i suoi canoni, la sua precettistica specifica ( no, per intenderci Letteratura cattolica, letteratura islamica, etc…), ma piuttosto il suo riferirsi al senso del divino o all’adombrarsi comunque dell’ultraterreno nella vicenda umana, nel pensiero e nella scrittura in particolare, oppure nell’esprimersi di alcuni autori, anche in modo generico o episodico su qualcosa che evade dal limite del terreno razionale, come coscienza, come aspirazione, oppure come semplice e casuale ripensamento. Giosuè Carducci, per fare un esempio, non potrebbe certo inquadrarsi tra le personalità che abbiano fatto la storia della letteratura religiosa, ma vi può benissimo entrare per avere scritto La Chiesa di Polenta o, testo addirittura esemplare, Santa Maria degli Angeli. Perché la religiosità come categoria dello spirito umano è sempre presente in tutti i tempi e in varia guisa, per cui se rileggiamo le pagine di tutta la nostra storia letteraria, constatiamo che di autori collegabili al nostro assunto nessun secolo ne è privo; ed il più recente, cioè il Novecento, e questo nostro appena iniziato, ne sono anzi particolarmente permeati, quasi come per contrappeso che gli scrittori, quelli non da puro intrattenimento, sentono di esercitare contro la materialità invadente e totalizzante. Tuttavia, a parte questa premessa, occuparsi di letteratura religiosa comporta prendere in considerazione in primo luogo figure e opere che alla religiosità hanno dato preminenza tematica, farne una rilettura per una sempre più valida collocazione nella vicenda del tempo in cui hanno operato, per una reinterpretazione dei motivi che hanno espresso di quel loro tempo ed anche della tipicità ed efficacia del loro linguaggio. Lo studio della letteratura religiosa in tal senso è soprattutto operazione di accrescimento culturale prima che ricerca, pur essa utile, di spunti di studio edificanti o monitori. Ma non sarebbe idea peregrina e superflua una nuova catalogazione della nostra storia letteraria sotto il profilo degli apporti di natura religiosa che opere ed autori hanno rivelato nei vari secoli. In sede storica la Letteratura religiosa come comunemente intesa, costituisce un problema critico recente. Infatti percorrendo la storia della critica letteraria, notiamo che la letteratura che diciamo religiosa, intanto da un punto di vista tematico, trova quasi sempre spazio, e non poteva essere diversamente, ma non adeguato riconoscimento in sede di valutazione; ed essa viene ad essere argomento di dibattito non marginale solo dal tardo Ottocento col De Sanctis e soprattutto col Croce, cui , oltre le riserve, si deve in ogni caso lo stimolo ad una sua corretta definizione. Evidentemente la Letteratura italiana religiosa ( da specificare “italiana”) ha avuto il suo secolo d’oro nel Medioevo imperiale e comunale, in cui anche l’apparato politico viveva di coincidenze e dialettica con quello religioso, ma in cui soprattutto la cultura posava sulla preminenza di un substrato filosofico-teologico e mistico o teologico-politico, vuoi col diffondersi del francescanesimo e poi del tomismo accademico, che culminerà nella complessa e determinante opera di Dante. Ma anche su autori di questo periodo la bibliografia critica dei secoli successivi si rivela lacunosa: in genere gli scrittori riconducibili a tematiche religiose sono presi in considerazione a seconda del gusto o dell’interesse che anima il critico o il compilatore. Si pensi, a proposito, che lo stesso Dante, che pure della tematica religiosa è fondamentale esponente, nel De vulgari eloquentia, che può considerarsi un primo esemplare di critica letteraria, verso le opere di ispirazione allegorico-religiosa che lo precedono, sembra manifesti assoluto disinteresse. Questo perché il discorso su un’opera letteraria suol fondarsi su valutazioni circa il mezzo espressivo piuttosto che sui contenuti religiosi che praticamente fornisce. E con questo parametro procederà per lo più la selezione critica di autori di testi religiosi che sarà fatta anche nei secoli a venire. Non mancherà mai per l’appunto l’attenzione verso gli autori e le opere legate a religiosità, cui però si concede particolare evidenziazione in base ad una maggiore o minore ricchezza o originalità del linguaggio. Per esempio, in periodo umanistico troviamo un Leonardo Salvati che parla de Lo specchio di vera penitenza del Passavanti, ma per riconoscervi piuttosto leggiadria di stile; un Girolamo Gigli che si occupa dell’opera di Caterina da Siena, ponendo l’accento sulla singolarità del suo linguaggio senese; un Francesco Bonaccorsi che s’impegna sui testi di Jacopone da Todi per la loro struttura. E degno di nota risulterà altresì il fatto che Feo Belcari scriva su La vita del Beato Giovanni Colombini, come esercizio umanistico di limpidezza di prosa. Nella Storia della volgar poesia del 1698 Gian Mario Crescimbeni indica San Francesco e San Filippo Neri come autori che hanno dato lustro alla poesia, ma lo fa con un certo impaccio laico, quasi solo non potendone fare a meno, per completezza di erudito. E del resto per tutto il Seicento ciò che riguarda la scrittura di tipo religioso non andrà oltre la compilazione erudita. Piuttosto che il dissertare su questo o altro autore da evidenziare, si preferisce l’impegno illustrativo e magari apologetico sulla storia e le benemerenze dei vari ordini religiosi ( Bibliografia degli scrittori francescani, Biblioteca dell’Ordine degli scrittori cappuccini, Scrittori dei Teatini, etc). Del 1782 è la prima vera Storia della Letteratura italiana firmata da Girolamo Tiraboschi ed anche in essa trovano posto in un capitolo di “studi sacri” , teologi , predicatori, scrittori biblici e storici. Ma, dato il carattere più che altro informativo di tutta l’opera, essi sono presenti con la brevità riduttiva della notizia. Interessante è invece quanto vuol rilevare il Baretti (1719-89) sull’argomento nei suoi scritti sulla rivista La frusta letteraria. Confrontando i libri spirituali prodotti in Francia con quelli dei nostri scrittori ascetici notava in questi rozzezza di contenuto, roba scritta per il “popolaccio”. Scrive: “L’Italia ha questa disgrazia che appunto questa sorte di autori è generalmente parlando la più ignorante e la meno pratica del mondo, onde non è da meravigliarsi se tutta questa nostra classe d’istruttori ribocca di spropositi troppo massicci”. “…i libri spirituali e morali de’ francesi non sono pieni, come lo sono generalmente i nostri, di zelantissime sciocchezze”. E non si tratta solo di corrivo illuminista. Pure riserve alla scrittura di devozione vengono da Antonio Cesari, purista, attento al lessico, alla forbitezza sintattica. Nella sua Dissertazione sullo stato presente della lingua italiana (1810) non manca tuttavia di apprezzare adeguatamente autori e scritti di quello che definisce “l’aureo trecento”. Alla lingua toscana di quel secolo auspica infatti il ritorno. Comunque è tra la seconda metà dell’Ottocento e il primo Novecento che la critica affronta con più serio discernimento la problematica della letteratura religiosa. Merito soprattutto del De Sanctis e del Croce. Emergono le tesi di inconciliabilità tra teologia ed arte, tra poesia e misticismo ma anche, e soprattutto, l’obiettivo d’intendere la validità degli autori di testi di tipo religioso in base al loro spessore umano ed artistico. Su questo piano si allineano il De Sanctis ed altri autori di Storie letterarie dell’Ottocento come il Cantù ( che dà notevole spazio agli scrittori religiosi) e poi anche il Carducci ( Dello svolgimento della letteratura nazionale ), il quale pur asserendo, erroneamente a nostro giudizio, che “tra ispirazione cristiana e arte c’è addirittura odio”, non manca di accordare piena simpatia a quegli scritti di natura religiosa allorché siano espressione di spontaneità popolare. Il Croce infine con il concetto di “poesia e non poesia”, fondamentale per tutto l’impianto della sua opera di valutazione critica sulla letteratura, finisce per puntualizzare l’essenza del problema. Esso è anche per noi vedere come un’esperienza religiosa si sia tradotta in espressione letteraria e sia poeticamente valida se effettivamente lo è: cioè come ciò che è di natura religiosa è artisticamente ispirato, sia indice di originalità creativa. Pertanto anche la critica contemporanea distingue sì la scrittura di tipo religioso sotto il profilo tematico, ma parla di letteratura religiosa di livello significativo se essa attinge ad una originalità di fondo, che è del linguaggio, della sua singolare significazione, della sua poeticità. E’ quanto consente un’adeguata valutazione come di solito per qualsiasi prodotto letterario. Non è insomma l’argomento che in genere fa la buona letteratura, ma lo spessore creativo del linguaggio. Dunque quella che diciamo letteratura religiosa sta nella letteratura generale per il fatto linguistico che la unifica ( è la tesi di Giovanni Getto), e certo lo studio della letteratura religiosa dà l’opportunità di porsi da un angolo visuale particolarmente sollecitante, per annotare l’evolversi e il contrarsi di vicende e soprattutto idee nel succedersi dei secoli. Evidentemente la letteratura è fatta di testi da leggere ed interpretare. Se parliamo di letteratura religiosa deve trattarsi di testi che in qualche modo derivino da un’ispirazione religiosa, per noi anche se solo presente in tratti di essi e comunque non sempre secondo l’intento di muovere da una tematica religiosa di fondo, totalizzante. Ma cosa è da intendere per ispirazione religiosa e soprattutto come si può riconoscere il suo manifestarsi? Ecco che può venirci incontro la conoscenza di condizioni e vicende che hanno determinato la personalità dello scrittore e quindi la sua disposizione verso l’elemento religioso, diciamo, verso il divino. In base a questa è possibile distinguere una tipologia di scrittura religiosa. E annotare magari come essa possa essere di celebrazione, d’implorazione o, semplicemente, di percezione. E’ celebrazione, ad esempio, quella del Manzoni che ne La Pentecoste intona “ Madre de’ santi, immagine/ della città superna, del Sangue incorruttibile/ conservatrice eterna…”; o quella di Dante che canta : “ La gloria di colui che tutto move/ per l’universo penetra e risplende…etc “. Mentre è implorazione il “ Padre del ciel dopo i perduti giorni” del Petrarca: o quella di Quasimodo “Perdimi, Signore, ch’io non oda/ gli anni sommersi taciti spogliarmi…”. Col termine “percezione” poi, che è di nostra esclusiva indicazione, pensiamo di poter riassumere quanto possa rientrare nello specifico, sia pur movendo da intendimenti diversi, per cui l’elemento religioso non è posto come fine, ma si evidenzia come dato episodico, come obiettivo indiretto, come componente sottintesa o in qualche modo vagheggiata. Per esempio, la nota poesia “La madre” di Ungaretti nasce da occasione di riflessione sul ricordo dei rapporti con la persona cara e sulla propria condizione esistenziale, ma contiene un desiderio di perdono che è di chiara impronta religiosa. E, a proposito, vale la pena ricordare come nel 1952 Valerio Volpini ha potuto realizzare un’ Antologia della poesia religiosa contemporanea per l’editore Vallecchi, utilizzando testi di varia motivazione tematica e di quasi tutti i più importanti poeti allora viventi. E ripensando all’Ottocento, si osserva che quasi tutta la letteratura del secolo muove da una concezione intellettualistica tutt’altro che d’ispirazione teologico-religiosa, ma, specie nei suoi autori più illustri, è chiaramente imperniata sul ritrovato senso religioso della vita, riscoperto e approfondito dopo l’ottimismo irridente di molto illuminismo ateo e meccanicistico. Ugo Foscolo, per fare un esempio, pur nell’ambito di un credo materialistico ereditato, non si sente di escludere il bisogno di una religiosa eternità di sopravvivenza, illusoria sì ma portatrice di valori per l’uomo. Ed il Manzoni, che suol considerarsi scrittore tipicamente religioso, è anch’egli piuttosto figlio di una molto umana e romantica antitesi bene e male, soprattutto valutando obiettivamente il meglio della sua opera. Basti confrontare le sue prime composizioni dopo la conversione, catechisticamente esatte ma artisticamente stereotipate, con quelle mature per constatare che dietro il “Dio che atterra e suscita/ che affanna e che consola” opera un movente tormentato che è alta meditazione sulla storia e le passioni umane. Ebbene, se per assurdo, dovessimo ridurci a fondare la nostra acculturazione in modo essenziale, con lo scegliere solo tre autori significativi tra quelli ascrivibili alla letteratura religiosa, ci soffermeremmo ben volentieri su Dante, Manzoni e, per quanto riguarda la contemporaneità, su Mario Luzi, certo la figura di maggior spessore tra i poeti dotati di alta spiritualità e di sicuro credenti. Eppure l’opera di tutti e tre ha fondamento religioso, ma che funziona in modo indiretto, nel senso che l’elemento religioso in essi ha sostanza poetica piuttosto che come tematica celebrativa, come sbocco risolutivo o come rifugio o compensazione salvifica a fronte di una drammaticità tutta terrena ed esistenziale. Sono insomma poeti religiosi nel senso che del divino propongono una rara e complessa percezione, tutta legata alla loro profonda umanità. Pertanto di questi tempi accostarsi a questi autori e ai motivi religiosi della loro visione creativa non può che riuscire gratificante. Resta da dire del rapporto tra poesia e misticismo, già ripudiato come impossibile secondo la visione positivistica che fu del tardo Ottocento, ma per il Novecento, e specie per quanto riguarda la sua incidenza nella poesia contemporanea, occorre dire tutt’altro. Se per misticismo è da intendersi l’orientamento della vita verso la divinità con una carica istintuale e sensitiva totalizzante, affondo nell’oscurità e tensione verso il mistero, come non vedere una certa analogia con le premesse etico culturali che sono nella creatività del Novecento? E’ questo il secolo delle filosofie irrazionali, dell’affermarsi del simbolismo e delle rivelazioni poetiche legate all’oscurità dell’inconscio, del culto della parola che tenta inusitati nessi metaforici nell’esistente oltre l’esistente. Jung scriveva: “L’esperienza psicologica mi ha ripetutamente dimostrato che certe manifestazioni provengono da una psiche più completa di quella cosciente” ; e per il Novecento la preminenza della psiche sul rigore logico ha fatto l’arte e la poesia, ha aperto le vie dell’inesplorabile. Da Mallarmé procederanno magismo ed orfismo, cioè quella specie di condizione mistica che caratterizzerà molta poesia italiana ; si pensi ai Canti orfici di Dino Campana e quindi all’esoterismo della poesia di Arturo Onofri (1885-1928) non estraneo alla sua ispirazione cristiana; alla spiritualità mistica dei canti del secondo Rebora (1885-1957); all’ Ermetismo del gruppo dei poeti e critici toscani fino agli anni quaranta ( da segnalare la raccolta Avvento notturno di Mario Luzi.) . Benché è da osservare che , ove si eccettui un breve riflusso del realismo postbellico, tutta la poesia italiana del novecento, quella da considerare significativa, è rimasta influenzata dalla tradizione ermetica, che è quanto dire dall’implicita ricerca, nella misteriosa oscurità del senso della vita, di un sentiero che la esplichi o che sollevi da essa verso l’ineffabile. Certo per i nostri giorni va fatto altro discorso, giacché viviamo in carenza di profonde ragioni storico-filosofiche che diano spinta ad una letteratura di spessore, ma abbiamo parlato del Novecento come un’età in cui la letteratura risulta alquanto pregna di motivazioni religiose. Purché si sappia distinguere tra quella che è ovvia religiosità tematica e misticismo: la prima non sempre ha prodotto buona letteratura, più esattamente buona poesia, il secondo sì. Comunque bisogna saper selezionare autori e soprattutto testi efficacemente esemplari, per evitare, specie se i tempi di studio disponibili sono esigui, ogni possibile approssimazione. Palermo, Istituto Superiore di Scienze religiose, 12 febbraio 2009 BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE G. Getto.” La letteratura religiosa”, in Questioni e correnti di Storia letteraria, Milano, 1949 Natalino Sapegno. La letteratura religiosa del Due e Trecento e la critica letteraria moderna, in Bollettino Studi Cateriniani, XII,2-3, Siena 1937 Croce . Letteratura di devozione, in “Critica” , 20 settembre 1931, pag.323 segg. G.Barberi Squarotti. La poesia religiosa del Novecento, in “Poesia e narrativa del secondo Novecento “ Milano,1971 V. Arnone. Eventi e simboli del Novecento letterario, Firenze 1994 AA.VV. L’esperienza religiosa nella Letteratura italiana, a cura di G.Joli, Novara 2005 AA.VV. La poesia e il sacro alla fine del secondo millennio,Cinisello Balsamo, Milano 1996. N.B. Importante è l’utilizzo di una Storia generale della letteratura italiana con antologia e di un volume di Dante, Il Paradiso.
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| Giulio Tremonti “La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla”, Mondadori, Milano 2008. | |||
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Negli anni Settanta, quando rovesciare l’egemonia gramsciana costituiva l’ardimentoso progetto della cultura ghettizzata a destra, Giovanni Volpe sostenne che per scardinare il pensiero marxista occorreva anzitutto confutare i pregiudizi intorno al primato dell’economia.
Volpe organizzò, pertanto, un grande convegno di studi al fine di dichiarare il non primato dell’economia. Il convegno, che si svolse in Roma nella primavera del 1978, tracciò la linea che separa la cultura di destra dalle ideologie che pretendono di sottomettere la politica all’economia..
Per l’occasione, Giovanni Volpe scrisse una breve nota in cui affermava che la politica di destra per assumere “una posizione chiaramente antimarxista” doveva impegnarsi a “demitizzare la critica marxista basata sul dogma del primato dell’economia ed insieme, per uscire dalla negatività della sola critica, avviare la ricerca di una nuova scala di valori, in cui religione e morale, politica ed economia, scienza ed arte siano presenti in un ordine equilibrato ed aderente alle necessità profonde e complesse dell’anima e della città”.
Grazie allo stretto rapporto con i dissenzienti russi, Volpe era in grado di prevedere la rovina del sistema sovietico. Quello che non poteva prevedere era il paradossale risultato della crisi comunista, vale a dire l’esaltazione del primato dell’economia da parte dei vincitori liberali.
L’errore capitale, che sosteneva e orientava l’ideologia comunista si era, infatti, trasferito nella politologia liberale. Perfetta figura dell’evoluzione involutiva, il testimone della fisima economicistica è passato dai banditori del comunismo ai teorici del mercatismo. Ristabilito il primato dell’economia, il liberalismo è diventato simile a un mulino a vento, che agita l’inutile aria dell’anticomunismo dimezzato.
Giulio Tremonti, il più rigoroso, colto e aggiornato politico italiano, ha capito immediatamente la debolezza del progetto inteso a superaere l’ideologia della sinistra arretrando all’infatuazione liberale. Di qui una critica al mercatismo persuasiva al punto di rompe l’incantesimo del pensiero unico.
Quasi collocandosi nella scia di Giovanni Volpe, Tremonti introduce nello scenario allestito dai protagonisti del desolante e stucchevole dibattito culturale in corso, la spietata descrizione della squadra che tenta di imporre i suoi canoni all’economia mondiale.
Il fallimento del mercantismo, la sua fatale inclinazione a produrre recessioni, è scritto nella posticcia, eterogenea e ridicola base su cui è costituito il potere della vecchia, ritornante ideologia “i liberali drogati dal successo appena ottenuto nella lotta contro il comunismo; i post-comunisti divenuti liberisti per salvarsi; i banchieri travestiti da statisti; gli speculatori-benefattori; e i più capaci pensatori di questo tempo, gli economisti, sacerdoti e falsi profeti del nuovo credo”.
Il potere di questi apprendisti stregoni è costituito sulla convinzione che esista la mano magica del mercato, entità infallibile anche se invisibile e, all’occorrenza, latitante. Vero è il solo rimedio tentato per contenere i guasti causati dall’avventurismo dei liberali americani è l’intervento della banca di stato.
Tremonti non ha dunque difficoltà a sostenere che il fallimento del sistema mercatista è confermato dal fatto incontestabile “che in un settore vitale del mercato, il settore finanziario, la mano privata è così invisibile, che proprio per questo, deve essere sostituita dalla ben più visibile mano pubblica”
La vita reale sta opponendo all’utopia mercatista le indeclinabili ragioni del buon senso, le stesse che hanno già causato la rovina del comunismo e prima ancora giustificato la condanna dell’illuminismo da parte della delusione francofortese.
Di recente un giovane studioso siciliano, Antonio Tomarchio, ha rammentato che, nel XVIII secolo, un’obiezione ai teorici della mano magica fu sollevata da Jacques Necker, che si opponeva alla indiscriminata liberalizzazione del commercio del grano, attività che favoriva una piccola parte della società (i proprietari terrieri e i commercianti di granaglie) contro l’interesse generale.
Secondo Necker, privare una nazione dei prodotti indispensabili al nutrimento dei suoi abitanti per venderli all’estero ottenendo in cambio denaro, costituiva una violazione della morale e della ragion di stato.
Opportunamente, Tremonti rammenta che il culto del mercato nasce dalla stessa radice illuministica che ha alimentato le contrarie filosofie di Hegel e di Marx: “Nella grande famiglia delle idee il mercatismo, la fanatica forzatura del mondo nel liberismo economico, la fede illusoria in cui tantissimi hanno creduto negli ultimi anni, ha un antenato molto illustre: l’illuminismo”.
Lo spettacolo dell’armata Brancaleone in marcia verso una catastrofica recessione, consiglia Tremonti a proporre il ritorno ai princìpi tradizionali. La quantità degli errori suggeriti dall’ideologia ai protagonisti dell’avventura neoliberista “basta e avanza per spingerci verso orizzonti mentali diversi da quelli fin qui dominanti, verso una visione diversa della vita, meno materiale e più spirituale, meno chiusa nel privato e nel laissez faire, più comunitaria, più responsabile, in una parola più politica“.
Il riscatto della saggezza politica costituisce una grande opportunità per il popolo della destra, che desidera la rimozione dei rottami ideologici – liberismo, relativismo, laicismo - che ingombrano la casa delle libertà.
Tremonti sembra capace di soddisfare la sentita esigenza di scaricare le zavorre ideologiche per intraprendere un percorso politico indirizzato alla composizione dei valori tradizionali con i criteri di un’economia dal volto umano. Certo è che solamente tale composizione può evitare che il centrodestra finisca nel doppio stallo dell’economicismo e della permissività liberale.
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| VICO E IL FUTURO DELLA METAFISICA | |||
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L’estinzione dell’ipoteca accesa dai neoidealisti Croce e Gentile, sulla Scienza Nuova fu uno fra i più importanti successi conseguiti dai pensatori cattolici durante la prima metà del Novecento. Lo comprese puntualmente un valido esponente della scuola di mistica fascista, Nino Tripodi, il quale, in un saggio edito da Cedam nel 1941, stese un accurato bilancio delle ricerche condotte dagli studiosi anticonformisti (Giorgio Del Vecchio, Emilio Chiocchetti, Santino Caramella, Francesco Amerio, Carmelo Ottaviano, Francesco Orestano) che avevano rivendicato l’ispirazione cattolica e l’ortodossia di Vico.
In quell’occasione, Tripodi poté stabilire, senza tema di smentita, che nella mente di Vico “Fu perenne la distinzione tra la sostanza divina e quella delle creature, tra l’essenza o ragion d’essere di Dio e quella delle cose create, come fu perenne e inequivocabile la inintelligibilità di Dio se ricercata nel mondo bruto della natura anziché in quello della storia, nella quale la Provvidenza si manifesta chiamando gli uomini a collaboratori della divinità”.
La conclusione di Tripodi era risolutamente opposta alle tesi di Croce e Gentile: “Vico non può essere idealista perché la sua filosofia impugna Cartesio e fa impugnare in Kant gli iniziatori delle dottrine costruite unicamente su di una realtà interiore”. Dal suo punto di vista, Gramsci aveva peraltro riconosciuto la differenza esistente tra Hegel, “che non può essere pensato senza la Rivoluzione francese e Napoleone”, e Vico, relegato “in un angoletto morto della storia”, cioè “la differenza tra dio [lettera iniziale minuscola, nel testo] e Napoleone – spirito del mondo, tra un’astrazione remota e la storia della filosofia concepita come sola filosofia che porterà all’identificazione sia pure speculativa tra storia e filosofia, del fare e del pensare, fino al proletariato tedesco come solo erede della filosofia classica tedesca” .
Nella seconda metà del Novecento, grazie al contributo geniale di autori quali Michele Federico Sciacca, Francisco Elias de Tejada, Augusto Del Noce, Nicola Petruzzellis, Rocco Montano, Marino Gentile, Antonio Livi, Emanuele Morandi, Pier Paolo Ottonello, Maria Adelaide Raschini, Primo Siena, Giovanni Torti, Paolo Caucci, Sergio Fabiocchi, Enzo Randone, Francesco Botturi e Tommaso Romano la cultura cattolica prevalse definitivamente nel confronto con il neoidealismo, che si era, intanto, allineato al potere gramsciano. Ultimamente le scuole cattoliche, quelle che sono felicemente uscite dalla parentesi progressista, hanno assunto il compito di accertare in quale misura il recupero di Vico, ingente e preziosa conquista del Novecento, può sostenere la presenza della metafisica nel nuovo scenario, che è allestito dal nichilismo intento a stabilizzare la decostruzione postmoderna del pensiero.
Ora gli elementi indispensabili alla formulazione di una seria risposta alla domanda sull’attualità e fecondità del pensiero vichiano, si possono trovare nell’eccellente e aggiornato saggio vichiano di Moisés Biondi, un giovane e geniale ricercatore d’origine italiana, che vive e insegna in Brasile. Grazie ad una lucida e per tanti aspetti innovativa lettura dei testi vichiani, lettura confortata dai risultati di una faticosa escursione nella sterminata bibliografia di riferimento, l’autore ha svolto una convincente riflessione sull’attualità delle obiezioni di Vico alla filosofia cartesiana. L’opera di Biondi apre una finestra sul futuro della metafisica perché costituisce l’indiretta conferma alle tesi di Bataille e Kojève, secondo le quali il nichilismo discende dal vertice speculativo della modernità, l’asse Cartesio-Hegel. Di conseguenza il primo risultato dello studio di Biondi è la certezza che non ha più fondamento e giustificazione la tesi secondo cui la fine della metafisica e la decostruzione della logica sarebbero le inevitabili conseguenze del disfacimento delle filosofie dopo Cartesio. Le ragioni seminali della catastrofe postmoderna, infatti, si trovano proprio nel pensiero moderno. La disfatta del pensiero è il risultato della modernità non la sua negazione.
Il saggio di Biondi, pertanto, incoraggia a leggere la Scienza Nuova come il vero preambolo alla rinascita della metafisica. Si può osare tanto perché Vico ha dimostrato che l’irrealismo cartesiano, screditando la corporeità, il senso e la fantasia, e negando il valore della storia, ha impoverito e sfigurato l’umanità, respingendola nel vicolo cieco dell’albagia pagana e del nichilismo. Al proposito dell’indirizzo regressivo del pensiero moderno, Biondi mette avanti un’acuta e decisiva osservazione: “L’uomo cartesiano pecca di quell’astrattismo intellettualistico di cui peccava l’uomo pagano e si impoverisce in un angelismo tanto irreale quanto pretenzioso”.
L’intellettualismo cartesiano, in definitiva, rappresenta il riflusso delle vuote illusioni intorno alla sapienza risposta in quelle rozze fantasticherie che, nell’antichità, alimentarono la boria delle nazioni pagane, nell’età moderna accreditarono le mitologie intorno al buon selvaggio, nella fase postmoderna si rovesciano, infine, nelle diffuse malinconie del decadentismo e del tradizionalismo spurio.
L’albagia trasse in inganno gli intellettuali pagani, inducendoli a fraintendere, idealizzare e esaltare le testimonianze dei primitivi. Di conseguenza la mitologia, diario dell’umanità decaduta a causa del peccato originale, fu interpretata come descrizione dell’età dell’oro.
La barbarie primitiva diventò l’oggetto di quel culto dell’età aurea, che dominò tutte le mitologie pagane prima di tradursi nella paradossale giustificazione del comunismo da parte del Platone caduco: “Platone perdé di veduta la Provvedenza quando per un errore comune delle menti umane, [...] innalzò le barbare e rozze origini dell'umanità gentilesca allo stato perfetto delle sue altissime divine cognizioni riposte (il quale, tutto al rovescio, doveva dalle sue 'idee' a quelle scendere e profondare)”.
La prima e fondamentale risposta vichiana a Cartesio e alla modernità risiede, pertanto, nella decisione di uscire dalle strettoie dell’intellettualismo – dall’albagia pagana - per ricomporre la reale immagine della natura umana: “L’uomo di Vico è l’uomo della tradizione cristiana, la quale ha scoperto l’uomo nella sua concretezza: passione e ragione, corpo e spirito, naturale e soprannaturale”.
L’inclinazione dell’uomo al soprannaturale, deviata e mortificata dall’angelismo cartesiano, nel pensiero di Vico diventa il principale argomento della confutazione dell’errore diffuso dai razionalisti moderni.
Nel commento al passaggio cruciale della Scienza Nuova. Biondi, infatti, precisa che, riconoscendo il suo destino soprannaturale, l’uomo è sottratto alle chimere generate dalla boria delle nazioni.
"Dobbiamo cominciare da una qualche cognizione di Dio, della quale non sieno privi gli uomini, quantunque selvaggi, fieri ed immani. Tal cognizione dimostriamo essere questa: che l'uomo, caduto nella disperazione di tutti i soccorsi della natura, desidera una cosa superiore che lo salvasse. Ma cosa superiore alla natura è Iddio, e questo è il lume ch'Iddio ha sparso sopra tutti gli uomini."
Il fiducioso abbandono ai soccorsi della religione solleva l’uomo dal compito impossibile e grottesco di esaltarsi tirandosi in alto per i capelli: “L’uomo non è assillato dal problema della sua nobilitazione, la quale, siccome si attua nella soprannaturalità, non ha bisogno di soppressioni e mutilazioni della natura” com’è invece richiesto dalle filosofie – pagane e moderne - che non ammettono un orizzonte superiore a quello della mente umana.
In accordo con l’esatta definizione di uomo concreto, Vico ha elaborato una teoria della conoscenza che, per un verso, ammette l’azione provvidenziale del sentimento poetico, per l’altro stabilisce il nesso tra conoscenza e causalità, offrendo un decisivo e finora sottovalutato contributo alla rifondazione della scolastica.
Da questo punto di vista il realismo della Scienza Nuova rappresenta il superamento del formalismo tardo – scolastico e perciò segna la nuova frontiera della philosophia perennis. Fino alla restaurazione del tomismo attuata da Cornelio Fabro mediante la riabilitazione della feconda eredità platonica e agostiniana nella filosofia di San Tommaso, l’insoluto problema della scolastica era costituito dall’analitica dell’essere, camicia di Nesso cucita intorno alla filosofia dal divieto, posto da Parmenide ad “Affermare” sostiene appunto Fabro, “che l’essere diviene e che il divenire ha realtà di essere, che il molteplice ha la verità dell’essere ovvero che la causalità ha una propria verità di essere”.
Fabro sostiene, pertanto, che tutte le filosofie dell’immanenza, discendendo dall’analitica dell’essere “Sono costrette a respingere la causalità nella misura in cui affermano l’unità dell’essere, ed a ignorare l’essere nella misura in cui affermano la causalità”.
Per uscire dall’incantesimo dell’immanenza, secondo la magistrale lezione di Fabro, occorre che il primo movimento del pensiero sia costitutivo e illuminante dell’intero cammino dello spirito e perciò condizionante ogni successiva conoscenza del reale.
Il più autorevole discepolo di Fabro, Andrea Dalledonne, afferma risolutamente che San Tommaso “indica nell’ens, sintesi metafisico – trascendentale di essere partecipato e di essenza realmente distinti come atto e potenza, il primo oggetto del nostro conoscere. … In San Tommaso l’immediata apprensione dell’ens non è e non può essere astrattiva”.
Ora la constatazione che il primo atto del pensiero non è l’astrazione, sta a fondamento della filosofia vichiana, che attribuisce l’inizio della sapienza al timore di Dio. Biondi ricorre ad una citazione di Francesco Amerio per rammentare che “Non è l’esperienza che dimostra l’universalità ed eternità dei principi, ma la ragione nell’esperienza: il che non toglie che essa, pur in funzione così ridotta, sia momento incancellabile del processo d’indagine storica”.
Di conseguenza è lecito affermare che “Vico ripropone il suo verum [est] factum come criterio per la certezza critica, con il quale riconosce l’intelligenza per quello che è: sempre in qualche modo spiegatrice, fin dal primo atto più semplice e immediato”.
Verum factum significa che la conoscenza delle cose è possibile quando la mente ne possiede gli elementi.
Biondi chiarisce che “Possiamo avere nella mente siffatti elementi ma è escluso che la mente li produca come fonte prima, essendo essi innati, nel senso che ci sono elargiti da Dio, per cui l’intelletto è fondamentalmente una potenza passiva alla verità. Dunque il costruire – il fare – ci garantisce la verità non in forza di se stesso, ma soltanto in quanto si adegua al modello oggettivo, norma assoluta e indipendente dall’uomo. Il fare vichiano non è, in alcun senso, riducibile al creare ex nihilo sui et subiecti”. In tal modo è esattamente misurata la restrizione che l’innatismo subisce dalla fede ortodossa di Vico; restrizione la cui fecondità, suggerisce Biondi, si rivela nella dichiarazione della commutabilità del verum factum nel verum est conformatio mentis cum rerum ordine .
Secondo la fedele interpretazione di Biondi, Vico sostiene che, eccitato da rozze immagini e terribili spaventi, l’uomo concepisce il primo pensiero: una divinità irosa, che si manifesta nei fulmini.
Il mito di Giove tonante è un errore che la Provvidenza permette come introduzione di un pensiero vero: “Nello stato eslege la Provvedenza divina diede principio a' fieri e violenti di condursi all'umanità ed ordinarvi le nazioni, con risvegliar in essi un'idea confusa della divinità, ch'essi per la loro ignoranza attribuirono a cui ella non conveniva; e così, con lo spavento di tal immaginata divinità, si cominciarono a rimettere in qualche ordine”.
La funzione del sentimento è stabilita nelle pagine della Scienza Nuova scritte per dimostrare che, fra i popoli gentili, la metafisica non sarebbe cominciata senza il precedente costituito del mito.
Il testo vichiano, citato da Biondi, non lascia dubbi: “Le metafisiche de’ filosofi debbon andar di concerto con la metafisica dei poeti, in questo importantissimo punto, onde dall’idea d’una divinità sono pervenute tutte le scienze c’hanno arricchito il mondo di tutte l’arti dell’umanità: come questa metafisica volgare insegnò agli uomini perduti nello stato bestiale a formare il primo pensier umano da quello di Giove, così gli addottrinati non debbon ammettere alcun vero in metafisica che non cominci dal vero Ente, che è Dio”.
Risolto il problema dell’inizio, Biondi prospetta una saggia soluzione delle controversie sulla (presunta) appartenenza di Vico alla corrente eterodossa dei filosofi occasiona.
Dimostra, infatti, che Vico ha corretto la teoria degli occasionalisti (di Malebranche in special modo) moderandone gli eccessi, vale a dire componendola e armonizzandola con il contrario principio aristotelico “nihil est in intellectu quin prius fuerit in sensu”.
Di conseguenza, nell’opera vichiana, l’errore occasionalista si trasforma in teoria della Provvidenza “che ispira i pensieri umani utilizzando le immagini create e così educa le nazioni”.
Alla teoria vichiana della conoscenza, dunque, appartiene il titolo di avanguardia perché batte in breccia il vertice speculativo della modernità, dimostrando che l’oblio dell’essere è la vera cifra del cogito cartesiano.
Nell’ultima versione della Scienza Nuova, infatti, Vico perfeziona la critica a Cartesio chiarendo l’impossibilità del dubbio assoluto: “Se io dubito se io sia o no, dubito del mio essere vero, del quale è impossibile ch’io vada in ricerca se non vi è il vero Essere, perch’è impossibile ricercar cosa della quale non s’abbia verun’idea”.
Ora la nozione di vero Essere costituisce l’eredità che i filosofi hanno ricevuto dai poeti. La prova filosofica dell’esistenza del vero Essere si ottiene mediante un processo scientifico che perfezione ma non contraddice l’intuizione poetica dei teologi primitivi.
Biondi sottolinea che Vico descrive tale procedimento sviluppando la polemica anticartesiana senza lasciarsi tentare dalla dottrina sull’apprensione astrattiva dell’ente. E al proposito cita un cruciale testo vichiano: “Il mio essere è terminato da corpo e da tempo, che mi fanno necessità: adunque l’Ente vero [Dio] è scevro da corpo e perciò sopra il corpo, e quindi sopra il tempo, il qual è misura del corpo secondo il prima e il poi, o (per meglio dire) è misurato dal moto del corpo. E, ‘n conseguenza di tutto ciò, l’Ente vero è eterno, infinito, libero. Così egli Renato arebbe, come a buon filosofo conveniva, cominciato da un’idea semplicissima, che non ha mescolato niuna composizione qual è quella dell’Ente, onde Platone con peso di parole chiamo la metafisica Ontologia, scienza dell’Ente. Ma egli [Cartesio] sconosce l’Ente”.
Di qui l’affermazione, formulata nella piena fedeltà alla filosofia ellenico – cristiana, “che l’essere è propriamente l’oggetto dell’intelligenza e non dei sensi”. Questa affermazione fa risaltare la vicinanza del pensiero vichiano a quel tomismo essenziale, che è stato fedelmente ricostruito da Cornelio Fabro, un autore che ha sostenuto (e non per caso) l’ortodossia della Scienza Nuova. Vicinanza riconosciuta anche da Augusto Del Noce, il quale scrisse che la filosofia di Vico, come già quella di San Tommaso, è una filosofia del primato dell’essere.
L’analisi di Biondi rafforza e approfondisce le conclusioni degli studiosi cattolici che hanno indirizzato la filosofia vichiana al sicuro e indenne passaggio tra Scilla e Cariddi, metafore delle opposte aporie costituite dalla tracotanza sensista e dall’albagia innatista.
La Scienza Nuova sfugge alla mortificante presa del sensismo dimostrando che la prima scintilla del sapere si accende nella mente umana per effetto del provvidenziale timor di Dio e non per la via dell’astrazione.
Sfugge alla presuntuosa suggestione innatista dimostrando che la conoscenza intellettuale ha un umile inizio dalla spaventosa immagine dei fulmini che destano il timor di Dio.
Grazie a Vico e ai suoi interpreti cattolici, lo storicismo esce dalla cattività illuministica e hegeliana – si separa dalla condizione gregaria in cui era stato cacciato al seguito delle incaute teorie (di Bloy e Maritain) che delegavano all’anticristianesimo dei moderni il compito di svelare il senso cristiano della storia.
Dopo la modernità il pensiero cristiano si riappropria delle chiavi che aprono l’accesso al vero senso della storia. Biondi, con la sua preziosa opera, insegna che l’indagine vichiana intorno alla Provvidenza e alla natura umana permette di trovare i principi della legge che governa l’evoluzione storica.
Uscito dalla immotivata sottomissione al moderno (ora dileguante) il pensiero cristiano diventa capace di alzare il basso profilo delle aperture al moderno – elementi di geometria a una dimensione – e di fondare un’adulta e corposa architettura civile.
ECIG
Collana “Scriptoria” – Saggistica Genova, settembre 2007 pag. 224 euro 15
Moisés Biondi “Tradizione volgare Il mito in Vico” –
Scheda editoriale a cura di Piero Vassallo.
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| IL FUTURO DELLA TRADIZIONE - FRAMMENTI DI UN IDEARIO CENSURATO di Piero Vassallo | |||
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Proponiamo ai nostri lettori in esclusiva il nuovo interessantissimo e denso testo di riflessioni e proposte del noto filosofo
e politologo genovese Piero Vassallo dal titolo Il futuro della tradizione - Frammenti di un ideario censurato. Questo è l'indice del testo
che può leggersi e scaricarsi liberamente:
La moderazione oltre il moderatismo - La desolazione del fatalismo e lo splendore della libertà cristiana - Il cammino della libertà - Necker, il senso comune e la mano magica del mercato - La violenza e l’ordine - Sotto la parrucca la cultura popolare -
Ellenismo, Romanità, Cattolicesimo - La destra italiana in un fotogramma di taglio staliniano - Democrazia e assolutismo democratico - L’ambiente, la bellezza, la tecnica - Sigfrido e Parsifal icone del progresso anzi del regresso-
Le comunità naturali - Cesarismo e popolarismo - La tradizione fonte del progresso
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Proponiamo online il libro "Provocazioni" di Piero Vassallo. Scaricabile integralmente. Di seguito
l'indice del capitoli: Idee per una destra d’ispirazione cristiana Il fondamento religioso della solidarietà Difesa del principio di nazionalità Psicoanalisi della persecuzione laicista Dal fascismo all’umanesimo cristiano Franco Rodano dall’utopia cattocomunista al laicismo La tentazione sessantottina a destra I dogmi dell’ateismo e gli incubi dell’avanguardia Obbedienza e disobbedienza, opposte interpretazioni della maturità cattolica La libertà per finirla con la rivolta impotente La realistica teoria dello sviluppo e la mitologia intorno al progresso Conclusione Potete inviare un vostro commento alla seguente email: ilsigillo@email.it Clicca qui per scaricare questo testo in formato WORD |
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| La filosofia proibita Profili di pensatori infoibati di Piero Vassallo | |||
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Proponiamo ai nostri lettori in esclusiva il nuovo interessantissimo e denso testo di riflessioni e proposte del noto filosofo
e politologo genovese Piero Vassallo.
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| Le restaurazione del pensiero forte - Appunti per la revisione della storiografia filosofica di Piero Vassallo Prefazione di Rosa Goglia postfazione di Primo Siena | |||
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| La memoria del futuro - La tradizione italiana alle soglie del terzo millennio di Piero Vassallo | |||
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| IL NIETZSCHE DI FRANCESCO ORESTANO Liliana Nobile | |||
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| I TRENT’ANNI DI ATTIVITA’ LETTERARIA DI ANNA MARIA BONFIGLIO di Nicola Romano | |||
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| INDIVIDUO DIRITTO E VITA ETICA IN GIUSEPPE CAPOGRASSI.METAFISICA DELL’UMANO UNIVERSALE di Luca Tumminello | |||
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Giuseppe Capograssi (Sulmona, 1889 – Roma, 1956) è pensatore di vigore, generosità e originalità non comuni. Sarebbe troppo riduttivo definirlo un filosofo del diritto e un giurista perché spesso le sue pagine avorio risplendono come il canto di un poeta. La sua riflessione è guidata da una profondissima fede cristiana, la quale, coerentemente, rappresenta la stella polare di tutto il suo discorso filosofico. La sua prospettiva metafisica dell’amore per Dio non si risolve, come potrebbe pensarsi, in una necessaria antinomia tra diritto naturale e diritto positivo: Capograssi ha avuto la grande intuizione che il diritto positivo, nella sua profonda ragione d’essere, è diritto naturale, e precisamente «diritto naturale vigente».[1] Il diritto è essenzialmente azione dominata da valori. Compito della scienza del diritto è far emergere l’intrinseca razionalità delle leggi, l’essenza dell’ordinamento giuridico e dell’esperienza giuridica: tale valore d’unità e di verità è la vita.[2] La considerazione del diritto come legge non riesce a comprendere per intero la sfera dell’esperienza giuridica. Il diritto non può essere ridotto alla legge non perché pretenda essere fuori o sopra le leggi, «ma perché è insieme sistematico di leggi applicate, leggi nate per soddisfare scopi di individui umani e messe in opera da individui umani per i loro scopi, con i vari modi che i vari scopi possono implicare».[3] Ogni singola legge, ogni singolo comando devono essere ricondotti alla loro vera essenza spirituale e razionale[4]; l’esperienza giuridica, unificando le volontà esplicite dei singoli agenti e la vita, sperimenta la profonda comprensione dell’azione e del valore in essa radicato, avviando il processo di scoperta del fine unitario ed universale dell’umano. Ogni azione o espressione di volontà solo superficialmente o “esteriormente“ può essere riferita ad un singolo individuo o ad un gruppo sociale: esse rappresentano nella loro profonda manifestazione il vero senso della storia. L’azione e la volontà dell’individuo, ad un primo livello di coscienza, perseguono il loro fine concreto ed immediato; ad un livello superiore, più profondo, perseguono la creazione del mondo pratico umano, ovvero dell’esperienza giuridica, il mondo della coesistenza; ad un livello ancora più profondo e segreto sta l’esperienza morale, la quale è strumento per raggiungere la realizzazione della vita etica. È il volere profondo dell’individuo, che aspira
alla vita in comune e non vuole la solitudine, che fa assumere
all’azione una risonanza superiore, connaturale al destino stesso
dell’azione e della storia. Secondo Capograssi, l’esperienza giuridica
non è altro che l’azione ricondotta al suo vero volere. Prima della
realizzazione della vita nella pienezza dell’essere, la volontà ha uno
slancio esteriore, ossia la vita in comune, lo Stato. Tale volontà è un
atto di umiltà, «è la più semplice attività d’intesa contro tutte le
forme di dissoluzione, perché è volontà… intanto del semplice stare
insieme di un semplice realizzare come atto vissuto, come cosa voluta,
come cosa reale ed effettiva, quel coesistere, che è il fatto materiale
ed esteriore del concreto».[5]
Nell’esperienza giuridica l’individuo si trova spossessato del suo
volere ma contemporaneamente reintegrato nel suo volere. Lo Stato è
espressione di forze estranee all’individuo che lo sottopongono a quello
che egli in apparenza non vuole. In realtà tali forze estranee non fanno
altro che ricondurre l’individuo al suo vero volere, a «rivelargli il
vero oggetto del suo atto di volontà, il vero fine a cui esso si riduce,
e che, per la singolare struttura della sua vita, smarrisce lungo il
lavoro del suo sforzo».[6] [1] L’espressione è di S. Cotta, Giustificazione e obbligatorietà delle norme, Milano, 1981, pp. 128 e 131. Si veda, G. Capograssi, L’esperienza giuridica della storia, in Opere, III, Milano, 1959, pp. 287-288, dove l’A. scrive: «La natura che costituisce il contenuto del diritto naturale è proprio il fine unitario e universale della vita che è immanente a tutte le formazioni della vita concreta e costituisce l’unitario sbocco, il porto a cui tutti i movimenti portano. Il diritto naturale si chiama così proprio perché è l’affermazione e quasi si direbbe la scoperta del fine unitario e universale, che spiega la vita nella sua unità, anzi che pone la vita come direzione unitaria al di sopra delle volontà arbitrarie dei soggetti e delle passeggere combinazioni degli interessi. Il diritto naturale accompagna tutta la storia dell’esperienza giuridica perché è proprio l’affermazione consapevole del destino unitario che regge la vita e tutte le forme dell’esperienza che ne sono la determinazione, e che si formula in modo espresso, assume espressione razionale e logica e si manifesta in sistema di determinazioni logiche e ideali». [2] G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto (1937), Milano, 1962, passim; si veda anche la precisa introduzione di P. Piovani, pp. III-XXXII. Il diritto è votato a scoprire i principi, i valori, le idee umane, le idee che rendono umana l’umanità: la scienza del diritto diviene, quindi, scienza della vita. [3] P. Piovani, Introduzione, cit., p. XV. [4] In tale prospettiva l’interpretazione giuridica ha il compito di riportare la norma alla totalità: «interpretare significa accostare la norma alla vita, rendere la norma assimilabile alla vita». Per approfondire, si veda: G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto, cit., pp. 113 ss., ed anche G. Zaccaria, Il problema dell’interpretazione giuridica in Giuseppe Capograssi, in F. Mercadante (a cura di), Due convegni su Giuseppe Capograssi (Roma-Sulmona 1986). L’individuo, lo stato, la storia. G. Capograssi nella storia religiosa e letteraria del novecento. Atti, Milano, 1990, pp. 347 ss. Il corposo volume che raccoglie gli Atti dei due Convegni del 1986 è opera importante per avvicinarsi al pensiero del nostro A. [5] G. Capograssi, Introduzione alla vita etica (1953), Roma, 1976, p. 68. [6] Ivi, p. 67. [7] Ivi, p. 76. [8] Ivi, p. 84. [9] Sul pericolo degli automatismi sociali agenti sull’individuo, e sul processo di disindividualizzazione dell’individuo, si veda: G. Capograssi, Incertezze sull’individuo, Milano, 1969, pp. 88 ss. e soprattutto pp. 125-161 e 198 ss.; sui bisogni dell’individuo, pp. 200 ss. L’opera raccoglie e ripubblica saggi scritti dall’A. tra il 1950 e il 1955. [10] ID., Introduzione alla vita etica, cit., p. 60.
[11] G.
Capograssi, Opere,
vol. III, Milano, 1959, p. 168. L’opera completa di G.
Capograssi è stata pubblicata nel [12] Scrive Capograssi nei Pensieri a Giulia, rievocando il periodo giovanile senza fede: «Che cosa ero io?Non ci posso pensare: ero veramente un uomo finito, senza speranza e senza verità, senza regola e senza letizia, senza vita e senza amore. Ero un disertore della vita e della verità e della norma. Ed ecco che a poco a poco, per le sue vie coperte, dolci, insensibili, il Signore delle misericordie ha voluto (per prodigio della sua Carità), chiamarmi a sé: quanto ho aspettato, quanto ho patito, quanto ha lavorato prima di avere nelle sue mani, docile il mio spirito notturno!». «Avevo nostalgia dell’amore: avevo desiderio profondo e incoercibile di amore: amavo di amare, come dice Sant’Agostino. E ponevo la sede dei miei sogni, il covo del mio avvenire, non so dove, e mi fingevo nella mente qualche cosa di indefinibile, di non fissato, di sparente, un ideale che mi incantava e mi sfuggiva, che mi consolava nel pensiero e mi straziava nella vita…». [G. Lombardi (a cura di), Pensieri a Giulia, 3 voll., Milano, 1978-81, vol. III, pp. 29 e 18]. [13] Si veda, G. Capograssi, Incertezze sull’individuo, cit., p. 18 e ss. [14] ID., Introduzione alla vita etica, cit., p. 181. [15] Ivi, p. 179. [16] ID., Incertezze sull’individuo, cit., p. 207. [17] Ivi, p. 191. [18] Ivi, p. 160. |
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| GLI ACQUERELLI DELLO SCIROCCO di Marcello Scurria | |||
| Il 04 febbraio
2008, Palermo è stata invitata alla Prima dell’Operapoesia “Acquerelli
dello Scirocco” nella Chiesa SS Salvatore sita in Corso Vittorio
Emanuele, 398. Io sono giunto in anticipo, perché quando capisco che ci sono manifestazioni importanti – mi sbaglio quasi mai sulla qualità dell’evento – mi emoziono a tal punto da fare o troppo presto o troppo tardi. A volte sbaglio indirizzo. Sono fatto così. Quindi, l’auditorio era vuoto e il poeta Tommaso Romano, l’autore delle liriche, dava istruzioni sulle luci ai tecnici della ripresa e non risparmiava accenti ai tecnici. Seduto al pianoforte in redingote, come potevo sbagliarmi, provava in sordina il pianista Alberto Lo Cicero. L’autore delle musiche, il compositore Mario Modestini, invece era tutto dedito alla pubbliche relazioni. Io conosco lui, ma lui non conosce me. E va bene così. La sala andava gremendosi e anch’io approfittai per salutare i miei amici che mi chiedevano di Tommaso Romano, perché ho pubblicato un saggio su “Le Cose dell’Uomo ovvero la poesia di Tommaso Romano” che dimostra quanto fosse giusta la mia spontanea irrequietezza di genuina agitazione. Lui, era lì, seduto sotto l’altare, sotto la grandissima cupola ovale affrescata, accanto le pissidi e le patene e l’ostiario, sotto le luci dei riflettori che illuminavano l’intervista in corso del giornalista, microfono in mano e telecamera professionale dell’operatrice semovente. Cioè, una situazione che mi affascina e che vorrei deputata soltanto alle persone giuste nei posti giusti, proprio come è l’ingegno multiforme e poliedrico del Poeta Tommaso Romano. I due microfoni sono innanzi la platea, al centro della scalinata. Attendono la lettrice, la palermitana e bravissima Stefania Blandeburgo e la cantante Giorgia Meli, classe 1979, cioè ventott’anni portati benisssssimo e una voce capace d’intonare dal soprano allo swing, passando per vocalismi molto vicini agli armonici, difficili da tenere, con alzate d’ottava in crescendo ma anche improvvise fino al falsetto e passaggi in eccedente da far venire i brividi. Brava! Brave! Bravi tutti! La (favolosa) serata è il frutto di un’attentissima preparazione della “Compagnia delle Sedie Volanti” alla quale ha dato la sua voce maschile il lettore Umberto Cantone, un attore famosissimo che è tra i fondatori dello Stabile di Palermo e attualmente il vicedirettore del Teatro Biondo. Intanto, noi che entriamo possiamo approvvigionarci di libretti, saggi e schede di prenotazione. Occhio e croce ci sono quattrocento posti a sedere e alla fine della recita, mi rendo conto che c’è gente che sta in piedi e che tanti hanno occupato i gradini disponibili a sostenerli. Questo prologo è indispensabile perché ciò che scrivo ha estremo bisogno di un’ambientazione, di una sorta di sceneggiatura che faccia intuire al mio lettore che il tempo, il ritmo e la recitazione, hanno cambiato l’egemonia del tempo e dello spazio, che si è modificato in esperienze icastiche differenti, dove l’opera d’arte è tanto il soliloquio nel cronotopo dell’attore, quanto il complessivo estendersi del ritmo che cambia la parola, che abbisogna addirittura di improvvisarsi in versi che non leggiamo nel libretto e che trasfugano insieme alla colonna sonora, o che s’intonano nell’unisono o che si compulsano fino all’eccedenza di una locria o si aprono all’infinito di un accordo maggiore che non c’era durante la lettura solipsistica, forse neanche esisteva nell’originario spartito di Modestini ma che la calzante voce della Meli incalza e insegue fino a trasfigurare il testo. Beh, bisogna avere corde e dita, e scusate se è poco. Perché bisogna leggere quanta atmosfera si è creata e ricreata, quanto feedback si sono materializzati per dissacrare l’ordine precostituito di quest’Operapoesia che è come una pennellata dolce, d’acqua come l’acquarello, al qual non è possibile correggere i tratti, perché gli Acquerelli dello Scirocco sono come paganini, non ripetono. Vi confesso la mia soddisfazione ad avere scritto questo paragrafo tutto di seguito e che lo leggiate tutto d’un fiato, perché il movimento del pennello che striscia&colora e accarezza la tela è nello spettacolo di questa Prima, dedicata a chi è capace di intenderlo e non soltanto ai più che sono capaci di apprezzarlo. Ci vogliono orecchie per sentire ciò che può essere un possibile quadro per chiunque voglia usare testi musica, poesia e forza espressiva per dipingerne uno all’istante. Avete mai sentito strisciare un pennello d’acquerello? Beh, la Blandeburgo l’ha detto e io, modestamente, ho visto il metaforico pennello mentre colorava la tela di un folgorante calendola. Questa Prima, fa la differenza. Anzi, ne fa molte, perché è la Prima Tela che si dipinge con le parole, la cui forza è disarmata; è la Prima Operapoesia con suoni e le ambientazioni che naturano lo spartito musicale fino a definire la morfologia della manifestazione in sé, dove la potenza creativa è una filogenesi che si evolve nel tempo e nello spazio di un “fa” martellante, metronomico che salta come un elettrone il campo quantico della materia per modellarne un’altra, esattamente come il “fa” salta fino al “fadiesis” per diventare una altra cosa. Gesù disse che ci vogliono occhi per vedere e orecchie per sentire. L’Operapoesia rende benissimo la opera-creta alla quale si alita la poesia-vita. Quindi, Operapoesia sinonimo di Anima-Corpo. Ci vogliono decenni per scrivere liriche come sa fare Tommaso Romano; decenni per suonare il pianoforte come Alberto Lo Cicero; decenni per recitare/leggendo come Umberto Cantone; decenni per trasfigurare il testo in emozioni come sa fare la Blandeburgo e decenni per cantare come la giovane Meli che sembra una “enfant prodige” sebbene non lo sia, perché canta da quando ebbe quattro anni ed altri venticinque ne sono trascorsi di studioso talento per farla sedere alla tavola rotonda della “La compagnia delle Sedie Volanti.” Una manciata di artisti (ergo: nel senso che la quantità è di tutti, mentre la qualità, è invece di pochissimi) capaci di produrre qualità e dare incontestabile risalto al valore assoluto della bellezza, essendo, in verità, Bello ciò che è Bello e non, come erroneamente si crede, ciò che piace. Quindi, la Compagnia delle Sedie Volanti, la cui arte è spasmodica ricerca della perfezione. Uomini e cose in posa antagonista contro i canoni della riproduzione che svilisce la poesia, isola il canto in isole mercatali, tradisce la musica e ferisce, fino ad ucciderla, la parola. Invece di credere che questi elementi tutti insieme non possono convivere e interagire fino all’invenzione di un Genius Loci, la Compagnia delle Sedie Volanti in gli Acquerelli dello Scirocco provano il contrario dissacrando il presente commerciale creando qualità, esoterismo, sicilianità, amicizia, storia romana, cristianesimo e soprattutto modernità. Cioè, l’immaginifica e superbamente icastica tela, simile a un miraggio che promana dai versi, dalla musica, con la recitazione e le parole disarmate. Come colpi di pennello all’intellighenzia, signori e signore, gli Acquerelli appunto; …dello Scirocco perchè siciliani, cioè caldi, caldissimi di virtù, pieni d’umanesimo e d’amicizia, di colori e profumi d’aromatario. E scusate se è poco. Quindi, se siete pronti a volare sopra le vostre sedie magiche come tanti baroni di Munchausen, allora, e vi prego di verificare riascoltando il cd, dovreste chiedervi se gli “Acquerelli dello Scirocco” dall’inizio alla fine della concertazione, sono o non sono il prodotto di una sperimentazione che risolve nella materializzazione di un disegno cosmico? Ebbene io credo di sì. Anzi, sì, sì, decisamente sì. Un graffio alla tela, comunque, mi è dovuto. Mi è scappato il pennello graffiando l’encausto. Ma è colpa mia e me ne assumo la responsabilità. Siccome credo di avere capito bene, allora avrei deciso per una concertazione interattiva del palinsesto fino al parossismo dell’ordine, fino all’omeostasi che strabilia nell’esaustione di tutti gli attori e di tutti gli elementi in gioco che creano il cielo nella stanza; una continuità senza soluzioni che sia la filogenesi formante il Cielo sugli Acquerelli, capace di racchiuderli e di contenerli proprio come un panorama davanti agli occhi è delimitato dall’orizzonte planetario. Dunque una tela che a mano amano si colora di pensieri mentre gli unici a stare fermi siamo noi, spettatori trasmutati, ognuno col proprio cielo acquerellato di creatività personale e talento interagente degni di miracoli! Disse Miguel de Cervantes facendo parlare l’iperuranio della fedeltà nei sogni: <<Se un cavaliere errante diventa pazzo per un qualunque motivo, grazie tante! Il bello sta ad impazzire senza qualche motivo!>> E la Compagnia delle Sedie Volanti disse: <<Che siano Acquerelli, gli Acquerelli dello Scirocco!>> C’è ansia dell’attesa, nell’aria. L’aria, però, è buona perché a Palermo, alle h.21,00 c’è poco traffico: è l’atmosfera calda-umida del clima mediterraneo dai toni michelangioleschi del Giudizio Universale imbibiti di salmastro e Stupor Mundi. C’è ansia nell’aria; è l’ansia della prima Operapoesia. C’è ansia nella gente. La gente la porta con sé. Sono secoli ormai, che la gente si fa guardare come se gli altri fossero uno specchio sul quale riflettersi. Ma noi ci piacciamo. Loro ci piacciono: il frac, i vestiti serali, la giovinezza e l’eleganza che l’incarna di femminilità siciliana, la classica austerità di Tommaso Romano che sprizza passione appassionata d’essere e dell’essere, l’impertubabilità di Mario Modestini, gli esercizi in sordina di Alberto Lo Cicero, tanto per sgranchirsi. Noi non le vediamo, ma nascoste da qualche parte all’interno dell’abside ci sono quelli vocali di Giorgia Meli e Stefania Blandeburgo e Umberto Cantone rispettivamente la cantante e la lettrice e il lettore che metteranno le ali alle “Sedie Volanti.” C’è ansia nell’aria, perché la sala è piena e ancora non si comincia... finché entra a passo di fata Stefania Blandeburgo in abito da sera nero, scintillante di strassi. <<Il tempo era illuminato>> dice a tutti noi, in quel modo caldo e vivo da preludio gentile all’orecchio che sa ascoltare fino al sublime della lirica. Mentre legge Tommaso Romano, Stefania fa pause, ci sta preparando all’ascolto totale. Anche la platea ha i suoi difetti, che tra l’altro sono sempre gli stessi fino alla meta di zolla/ che attende sole. Pausa. Il testimone passa alla cantante: <<Il tempo era illuminato>> canta e replica Giorgia Meli, con note arabescate che elongano sul pentagramma la parola melomane, disarmata ma sottomessa all’armonia della composizione. Infatti, essa indietreggia o avanza come un refuso scientifico per intonarsi al ritmo del destino che più affascina quanto meglio il verso si armonizza con lo spartito: ingrigite atmosfere/ e carbonare ombre canta Giorgia Meli plasmando la parola al ritmo degli Acquerelli. Siamo all’inizio e questo mondo è ancora un cibreo di terra e fango, duro e ostico. Breve pausa <<La bambina di via d’Ossuna>> legge a tutti noi Stefania Blandeburgo, la vita che già fu di Eva e che ora /.../ gioca al fuoco al sole e al fumo/ sporca le mani d’alabrastro/ e pare aspettare/ la cometa che appare ogni secolo/… Breve pausa <<La bambina di via d’Ossuna>> canta e replica Giorgia Meli. Dopo la creazione primigenia, la vita è cresciuta fino alla gioia di una spensieratezza ludica uguale al paradiso. La sua voce bambina, è un canto libero che scorrazza come un genio. Giorgia Meli prende le note al volo, le respira e le colora di nuance sonore. Alla fine, pennella parole che appaiono sulla sala come una cometa di salvazione. Breve pausa <<Scheletri d’alberi/nel cammino di nebbia/.../S’arresta appena la vita/…>> ci legge Stefania Blandeburgo. Ha nodi in gola, piange il paradiso perduto, parla per farci sentire che voce ha il peso del peccato /.../ nell’inverno del cuore. Una voce concreta che sublima la sconfitta, come seconda dal baratro che fa eco alle corde vocali affrante e come si evince dalla sinottica ipotiposi dei gesti lamentosi. Breve pausa <<Lacrima/ suono liquido di chitarra/ che si perde/ nel mare di Lisbona/>> è il commovente sfondo dell’indefettibile amicizia che lega il poeta Tommaso Romano al compositore Mario Modestini a cui dedica la lirica dal titolo Acquerello Lusitano. Una lirica letta prima e cantata dopo che conclude il primo perielio dei canti. Anche le musiche concludono l’orbita di questo primo giro galattico con Alberto Lo Cicero che chiude in maggiore e tutta la platea volge lo sguardo verso l’Infinito. Applausi. Stefania Blandeburgo si siede. Giorgia Meli, invece, si allontana ed esce di scena. L’auditorio SS Salvatore si placa sull’allure di Umberto Cantone diretto al primo microfono al quale si accosta pensoso. Sulle labbra gli leggo un segno di timore riverenziale. Il momento è fatidico. E tuona con un voce rugosa ma suadente, calda ma distaccata: <<Viaggio Al Centro del Mondo>>. La colonna sonora eseguita da Alberto Lo Cascio sottolinea la drammaticità del contesto, ma il movimento di membra e di imbarcazioni necessitano di dinamismo, e il ritmo di fa andante. E’ il titolo della lunga lirica del poeta Tommaso Romano, ma anche il momento del monologo di Umberto Cantone che si trasfigura in un Sùpero, nel Demiurgo che brandisce una spada di fuoco per interrogare e una stadera nell’altra per ascoltare. A volte, il tono è implacabile perché sente la responsabilità di un compito eletto -è l’unico assolo della compagnia Sedia Volante - che a tratti si addolcisce senza perdere l’onniscienza della narrazione che si mantiene propriocettiva. E’ la storia di una antica guerra, una punica, dove i Romani sconfiggono Cartagine costringendo i sopravvissuti a fuggire dalle sirene /.../ quando La notte avvolgeva in un manto di porpora nera/ pianti di lutto e occhi di paura/ l’acqua inghiottita veloce/ fiele di rancorosa sconfitta/ e sangue d’onore perduto./ Quindi Umberto Cantone trasfuga, passando senza disdoro del demiurgo, a descrivere il tempo della sventura, resa ancora più amara dalla crudeltà della natura che non ha compassione per i fuggitivi. Natura, ovvero ente assoluto, più divino e oltre il narratore onnisciente che nulla può sul mondo come lo impone Dio:/.../ Scorrevano lente le ore/ al Sole che passa la mano alla Luna/ col libeccio ed i lampi/ saette di luce d’érebo,/ .../ finché in trentatré (numero biblico ed evangelico) raggiunsero Il Centro del Mondo, un ombelico di violenza che il travaglio del viaggio trasforma in Spirito di Pace, proprio come ci auguriamo tutti noi, ancora argonauti in cerca della Grazia del Padre definitiva e in eterno, luminosa. Applausi. Veramente bravo. Quel berretto come l’elmo di un marinaio ancora sulla testa, forse Umberto Cantone ha dimenticato di toglierlo, perché lui come i marinai ha raggiunto la terra promessa. A questo punto, le note del pianoforte echeggiano nuovamente nell’auditorio, da sole. Non è ancora una vera e propria colonna sonora, ma una ouverture che segna l’abbrivio del nuovo ciclo in catabasi. Quindi, l’Universo caduto risale dal centro insieme al suono martellante di un “fa” anacruso, picchiettato sulla tastiera come i passi che segnano di orme il cammino della rinascita. Sono passi anacoluti, cioè privi del necessario nesso logico-sintattico con un precedente costrutto, che eccedono la normalità delle cose esattamente come sottolinea il canto della Meli che elonga vocali e sillabe in unisoni eccedenti. Simbolicamente sono catacresi musicali, specie di metafore per cui il significato di una cosa si estende ad un’altra. La serie di simboli si materializza in platea e noi “vediamo” la traccia colorata del pennello scivolare sulla tela come la nota eccedente o la vocale elongata: Non si chiude/ La Torre imperlata di cobalti e cristalli/ nel pianoro verdognolo paludato di fiele/ ingorgato di viscide serpi/ di umanoidi cangianti. C’è svolta, c’è cambiamento, /gli squarci trasudano fuoco purificato./ Pausa. <<Sta il gatto bianco/ all’Acquasanta/ scruta e controlla/>> ci legge Stefania Blandeburgo la lirica dai toni rinati e gioiosi. Veste il verso come il gatto di Charles Perrault mise gli stivali, miagolando la parola che così, si trasfigura in favola. Bravamente (il gatto) s’addormenta e si risveglia/ vigila all’erba/rimanda il sognare/ perché già sogna./ Breve pausa <<Landa in cor s’ode/>> è il primo verso del Madrigale letto e cantato che apre la fase delle successive improvvisazioni. Non una jam session, ma diversi gradienti musicali dal leggero all’austero, dall’andante al grave. Stefania Blandeburgo e Giorgia Meli si inerpicano e scendono, si posano e si lasciano trascinare anima e corpo nei tempi dispari del Madrigale un pò classici, un pò settecenteschi e un pò sacri, come colpi e spruzzi di vernice colorata sulla tela ormai, quasi completata. Breve pausa <<Il mistero degli aromatari/ alberelli e alambicchi/ odorosi d’erbe e di spezie/>> legge e recita Stefania Blandeburgo fra gli ampi gesti di una semina che inonda di profumo la sala. L’auditorio, lo leggiamo sugli opuscoli, sa che il concerto volge alla fine, che le Sedie Volanti s’apprestano ad atterrare. E’ trascorsa circa un’ora di arte sublime e manca soltanto di innestare gli Acquerelli dello Scirocco nella sua cornice, perchè come non c’è arte senza anima, non può esserci un quadro senza cornice. Disse il grande Pablo Picasso: <<Un quadro senza cornice è come un’anima senza corpo>> E l’aroma si sparge per l’auditorio. Tutti ci affrettiamo a respirare a pieni polmoni l‘ambrosia che aleggia come polline lanciato nell’aria dall’unisono perfetto di Giorgia Meli e Alberto Lo Cicero: Il mistero degli aromatari alberelli e alambicchi odorosi d’erbe e di spezie in liquidi colori alchemici, il Talmud che s’apre:/ E dall’unisono, improvvisamente il tempo (musicale) cambia in swing, risaltando altri due bellissimi versi subito swingati da Giogaia Meli Sono note allegre e, quindi, la struttura dello spartito è varia. I versi che incantano dichiarano lo scopo dell’opera: se vuoi vedere l’invisibile,/ comincia ad osservare/ a occhi aperti il visibile / sulla via delle sedie volanti /. Certo, ne siamo consapevoli, più che soddisfatti per la professionalità degli artisti che ci lascia basiti, come la musica di questo Mistero che letteralmente turbina, irrompe in feedback, svisa al seguito dei profumi remiganti e pollini sparsi come amori occultati al sole/ a cercare qualità. Quest’ultimo verso non esiste, ma è raccolto nell’aria da Giorgia Meli che lo canta di nuovo all’unisono, bellissimo. Questo degli aromatari è un mistero giocoso, divertito e divertente. Leggendo lo spartito, forse è proprio un bel girotondo: C/A/B/A/C/ Applausi a spellamano. Ora che si è conclusa la rappresentazione, è il momento del poeta Tommaso Romano che è più emozionato di tutti noi e parla con la carica umana che lo contraddistingue, senza false modestie, ma con l’umiltà di Chi ha fatto di tutto per essere il migliore. E grazie a lui, Palermo con le sue coppole e i suoi carabinieri, è già migliore. Gli Acquerelli dello Scirocco hanno sublimato la bellezza, sono penetrati fino al centro del mondo, hanno dipinto scie di comete, hanno costruito amichevoli grattacieli e hanno seminato la Terra di epifanie e di primavere. Amore Siciliano. L’apoftegma di quest’opera è nel valore assoluto della bellezza, perché il Bello salverà il Mondo ed è bello ciò che è bello e non ciò che piace. 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| “La cultura assorbita dall’economia: Business o sicurezza dell’arte?” | |||
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Nel prestigioso salone Convegni del Castello Utveggio a Montepellegrino come service del Club Kiwanis Panormo si è discusso il 23 Febbraio 2008 dalle ore 16,00 sul tema delle mostre itineranti dal riferito titolo significativo. Dopo l’apertura dei lavori da parte del Presidente Prof. Aldo Leone la Prof. ssa Maria Concetta Di Natale della Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo ha svolto la sua particolare ed accurata relazione sui “Criteri scientifici per la conservazione delle opere d'arte decorative”. Il Dott. Michele Casarubea, Socio del Club, ha affrontato il tema dei criteri di inamovibilità proposti dalla legge regionale e delle scelte delle opere in alcuni casi opinabili per le sviste ed omissioni. È seguita la relazione della prof.ssa Wanda Cortese della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo su “La funzione dei musei e le mostre quale strumento di fruizione dei beni culturali”, che ha prospettato un equilibrio e una selezione attenta delle richieste. Sul dibattuto tema di “Il trasferimento delle opere d'arte. Autorizzazioni e prescrizioni da parte degli Uffici preposti alla tutela dei beni artistici” e in risposta ai quesiti sorti dal dibattito hanno dato una esauriente panoramica della normativa e delle decisioni adottate in specifici casi la Dott.ssa Adele Mormino, Sovrintendente alle Belle Arti di Palermo, e la Dott.ssa Giovanna Cassata, Dirigente Servizio Beni Artistici Sovrintendenza di Palermo. Su “Il ruolo del volontariato nella tutela e salvaguardia dei beni culturali” il Prof. Ing. Nino Vicari, Presidente della Fondazione Salvare Palermo, ha illustrato gli interventi operativi specifici dell’Associazione in opere di restauro e conservazione. A conclusione dei lavori il prof. Carmelo Fucarino ha attirato l’attenzione sulla soggettività e provvisorietà delle scelte delle mostre tematiche non solo in Sicilia (caso Trapani), ma anche in campo internazionale, a partire dal Moma di New York al Prado, con gli scioccanti aloni lasciati alle pareti da dipinti itineranti in altre capitali, irridono i visitatori con assoluta mancanza di rispetto. Ricordata la vexata quaestio della funzione del Museo come luogo di conservazione della memoria nazionale nel suo habitat naturale, in ossequio al tema del convegno, ha proposto all’attenzione degli addetti ai lavori le sconvolgenti osservazioni nell’intervista “Se il museo è un luna park” (La Repubblica, 1.2.08), fatta da Fabio Gambaro, a Jean Clair che nel suo polemico pamphlet Malaise dans les musées si occupa della inutilità di questi tour e della drammaticità della situazione museale. Sulla scia dell’affermazione «La deriva mercantile trasforma l’arte in spettacolo e i musei in luna park», ha ricordato il recente accordo siglato tra Abu Dhabi e il Louvre, che in cambio di 700 milioni di euro affitterà nome e diverse opere al neo-museo dell´emirato. “Questo progetto dissennato è solo la manifestazione più spettacolare di una trasformazione radicale in corso dappertutto in Europa in nome della redditività dell’arte… I musei stanno diventando cenotafi, involucri vuoti, le cui collezioni sono in giro per il mondo. Per ora in affitto, ma presto potrebbero anche essere messe in vendita”. Nonostante ciò il Museo Guggenheim di New York, simbolo di questa degenerazione mercantile, si trova in difficoltà economiche e la sede di Bilbao funziona, ma più per l’edificio disegnato da Gehry che per le opere esposte. Le grandi case d’aste determinano ormai il mercato, Christie´s o Sotheby´s, e non esiste più la relazione di fiducia tra il collezionista e il gallerista con acquisti telefonici ed anonimi. “I giudizi della critica sono ininfluenti in una realtà dominata dagli investimenti speculativi”, come insegnano le enormi collezioni della Deutsche Bank. Non meno illuminante è l’analisi da New York di Alberto Arbasino, “Il brutto nell’arte trionfa a New York” (La Repubblica, 12 febbraio 2008) sul proliferare di musei e mostre di arte moderna, con “rifiuti da Museo, spazzatura firmata e commentata”, “da quando i mercanti e i recensori non sono più antitetici ma associati nel business, il giudizio critico appare sostituito da apologie e panegirici di ‘valori’ in dollari che vanno gonfiandosi in ‘bolle’”. L’occasione di questa sua aspra polemica, secondo il suo stile dissacratorio, il trasloco sulla Bowery del New Museum di New York e la succursale della Mostra-Mercato di Basilea a Miami.
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