Recensioni Dilivrami
Recensione di Maria Elena Mignosi Picone
Una soave e leggiadra parola, “Dilivrarmi” (liberarmi), antico termine letterario tratto dal sonetto di Francesco Petrarca “Io son sì stanco sotto il fascio antico”, ci introduce, quale titolo, al tema, che è la libertà o più precisamente la liberazione, di questo libro di poesie di Tommaso Romano.
E mentre la libertà è costitutiva della natura umana come sul piano fisico l’occhio l’esercizio della cui funzione nemmeno si avverte, invece la liberazione presuppone sofferenza. Di qui la vena di malinconia che pervade tutta l’opera. Trattandosi poi di liberazione a livello esistenziale, questa le conferisce inoltre un carattere profondamente spirituale che sconfina nella religione sia pure in maniera velata.
La caducità dell’esistenza, la fragilità umana, e così pure l’oblio del tempo generano nell’animo incline alla vita interiore, connaturale col bene e cultore della bellezza, un forte anelito al superamento nella esigenza di assoluto, di eternità.
La stessa natura coi suoi spazi sconfinati, con l’immensità delle galassie, l’abisso dei fondali marini, suscita poi un’ansia di infinito; inoltre l’incanto dell’aurora, dell’alba, del paesaggio assolato come è quello della Sicilia (l’autore è palermitano), accrescono l’apprezzamento della luminosità e ne reclamano una ancora superiore.
Nella poesia di Tommaso Romano si avverte il contrasto tra l’ombra e la luce, e l’anelito al passaggio dall’una all’altra.
Egli, respingendo la considerazione delle cose, dettata dalla limitatezza dei confini, dall’angustia degli orizzonti, e disdegnando il freddo ésprit de geometrie, invece spazia in profondità, cogliendo il senso più recondito di tutto ciò che lo circonda, sia esso paesaggio naturale, amicizia, accadimento, manifestando uno spiccato ésprit de finesse.
La sua è una poesia da meditare, che quanto più si legge tanto più si gusta, sicuramente non accessibile a tutti, ma da intenditori. E’ poesia ermetica, altamente suggestiva ed elegante.
La poesia inoltre per l’autore, così come pure la filosofia, il pensiero in genere, affidati alla scrittura trascendono la dimenticanza, vincono l’oblio del tempo, e, orientandosi verso le altezze più vertiginose, in piena libertà, arrivano a cogliere l’Essenza pura, l’Assoluto, l’Eterno.
Vien da pensare a Giovanni Paolo II che affermava come le discipline umanistiche, la poesia, l’arte, conducono a Dio.
Nell’Essenza avviene la liberazione.
E tutto questo è ravvisabile anche nella felice scelta della immagine della copertina del libro, che raffigura una donna in una lieve mossa aerea, che reca in mano una lanterna con la luce rossa della fiamma.
Tommaso Romano interpreta a fondo l’anima siciliana: un segreto anelito alla benevolenza e alla fiducia, che rimane però imprigionato e chiuso nella estraneità e nella solitudine, da cui sarebbe auspicabile liberarsi.
IL SENSO
DELLE COSE
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NICOLA ROMANO
Chi si appresta a leggere un libro di poesie di Tommaso Romano deve adeguatamente attrezzarsi per potere affrontare un “viaggio” tra le alte sfere dell’introspezione umana, dal momento che il lettore viene coinvolto in una sequenza di testi significativi e facenti parte di un unico dettato sostanzialmente chiuso ed esaustivo. Una gita, un incontro, un ricordo sono i pretesti in Romano per avviare un discorso che posto in relazione alla realtà oggettiva si va sciogliendo gradualmente verso altre mete, verso riflessioni che sfociano dentro tematiche appartenenti alla condizione esistenziale, come la religione, la filosofia, la trascendenza e la tradizione. Il vero intento di Romano è quello di voler rappresentare “il senso” delle cose nonché il possibile segno degli accadimenti, giungendo così ad indicare il senso del sacro o della trascendenza, dando pertanto vigore a quello che vuole essere il significante del messaggio. D’altronde è l’autore stesso che nella frammentazione del proprio “sentire” si rivela attraverso alcuni versi, se in “Chiarore” cita il senso dello svelamento, se in “Elena” affiora il senso d’una antica domanda, e se la poesia “Al mare, al mare” propone un sintagma con il senso del sopravvivere. Una silloge, questa, che attiene alla vera essenza del pensiero umano, un pensiero, oseremmo dire, che-pensa-se-stesso fino a connotare, in un rapporto di comunicazione con i livelli superiori della coscienza, lo stato profondo della “meditazione”, condizione quest’ultima che afferma la piena libertà interiore dell’individuo. E ai giorni nostri, indicare questo tipo di confronto con qualcosa che sta al di fuori del proprio “io” - come fa Tommaso Romano in questa ed in altre occasioni di scrittura - è certamente da intendere come un gesto rivoluzionario.
Recensione di Dante Maffia
Tommaso Romano è un altro singolare personaggio che ci riporta al Rinascimento, a quando gli interessi degli artisti e degli intellettuali non si fermavano su una sola disciplina e non soffocavano nelle specializzazioni esasperate. L’uomo si appropriava, con sete insaziabile, di ciò che incontrava, musica, pittura, filosofia, poesia, saggistica, teologia, scienza e riportava tutto al suo piacere senza mai trascurare lo scavo, poi, in una o due delle discipline, in modo da soddisfare la sua ansia di conoscenza.
Tommaso Romano si muove in questa direzione e non ne fa un mistero. In un momento in cui quasi tutti si avvitano su se stessi e, come mi piace dire, muoiono per eccesso d’uniformità, egli esce dal gregge e si mostra in tutta la sua ampiezza d’interessi in modo che l’operatore culturale, lo studioso di filosofia, il poeta, il narratore, il giornalista e il critico abbiano in sequenza la possibilità di espandersi senza contrasti, anzi creando una interazione davvero encomiabile.
Appare evidente, dunque, che l’attività di Tommaso si muove in molte direzioni e in ognuna trova sintesi che spesso sbalordiscono per la loro ricchezza e per la loro esemplarità. Faccio un esempio. Da pochi giorni ha dato alle stampe un suo testo di carattere storico-politico intitolato Dal regno delle due Sicilie al declino del Sud (Palermo, Thule, settembre 2010) in cui affronta, con dovizia di documentazione (si confronti la bibliografia aggiornata e puntuale) il mai risolto problema del meridionalismo che per fortuna ormai si sta chiarendo in termini espliciti grazie anche ai lavori di autori come Pino Aprile.
Ma la parte segreta dei suoi sogni egli l’ha sempre affidata alla poesia e direi con una insistenza notata da pochi ma che dovrebbe far riflettere molto soltanto se si pensasse ai critici e agli esegeti che se ne sono occupati, da Giuseppe Bonaviri ad Alberto Bevilacqua, da Gesualdo Bufalino ad Alessandro Parrochi, a Mario Sansone, a Mario Luzi, a Sergio Quinzio, ad Aldo Gerbino, a Stefano Zecchi
Dilivrarmi ripropone molte delle tematiche da sempre affrontate da Tommaso Romano, ma adesso pare che il suo dettato si sia fatto più cristallino, più consapevole, più persuasivo e più fluido. Senza nulla negare e negarsi del suo innamoramento per Petrarca e in genere per la lirica, che è fonte inesauribile di fermenti e di accensioni, di verità e di luce mai sfatta (Su questo concetto si è soffermata a lungo in Deserti luoghi e ne 11 paese dell’anima la poetessa russa Marina Cvetaeva). Nella Lettera al lettore sugli interrogativi infiniti di Tommaso Romano, scritta da Raffele Nigro, appare evidente il ritratto di un intellettuale che è costantemente investito da una inquietudine proficua e tesa a sondare il senso del mondo in un momento in cui debordano, anzi straripano, la pochezza e la mediocrità, l’arroganza e la perdita dei valori. I versi focalizzano una miriade di situazioni e sono descrittivi, distesi, narrativi, secchi, decisi, illuminanti anche quando pare che si tratti semplicemente di un incontro, di un’annotazione:
“Tempo di proponimenti / di aneliti ritornanti / di nuovi segni da tracciare / sfogliando il gregoriano. / Speranze. / E già trascorso / che ritorna / con il lieve carico / cambierà / per cambiare tutto... / Don Fabrizio principe di Salma? / e pure di Lipari / dove tutto comprese / Edwin Hunziker / dall’alto a contemplare / colorando / e mare e poca terra / calda di lava / al liberante maestrale”.
In Tommaso c’è l’esigenza di esprimersi disinvoltamente senza trascurare nessun aspetto della realtà, assommando spesso un insieme di stimoli e di interessi e facendoli vivere nella dimensione del ricordo. E non è casuale che appaia qua e là la nostalgia del passato, di quando si viveva guardandosi negli occhi e senza complottare o nascondersi, senza negare se stessi. Insomma, la poesia di Tommaso Romano, anche quando affronta temi apparentemente futili o legati alla quotidianità (mai offerta come minimalismo d’accatto o di risulta), anche quando parla d’amore o dei luoghi amati e visitati, o quando diventa dedica (senza distinguere tra personaggi che contano e gente semplice) non è mai disimpegnata. Al fondo c’è quel filo etico che è anche ribellione contro ciò che non va bene, non funziona.
Non si dimentichi che la sua educazione filosofica è vigile e i suoi tanti interessi non gli permettono di cantare senza finalizzare il canto a qualcosa di importante e di concreto. Ed è proprio per questo che ha scelto innanzi tutto Petrarca che, infatti, andrebbe riletto, adesso, in questa chiave nuova suggerita da Tommaso, ma che è quella che appartiene dalla nascita al poeta del Rerum vulgariumfragmenta.
Ha ragione Silvio Ramat nell’affermare che il poeta ha la “... Capacità di estrarre dalle situazioni, quali che siano, la loro poetabilità. Ciò non potrebbe darsi in mancanza di un lungo studio: delle cose, e delle scritture che delle cose han fatto, nei tempi, poesia. Insomma, una felice confidenza colla poesia”.
Dante Maffìa
Recensione di Giovanna Fozzer
La varia e inquieta meditazione di Tommaso Romano sul vivere, o sull’essere, è incastonata e stretta in una forma a filo di rasoio, nell’assedio di colorature grammaticali, sintattiche e lessicali originate da una sorta di elegante disdegno, inteso forse a spiazzare il lettore, elevando una soglia di comprensione che vieti d’avvicinarsi oltre la linea di demarcazione, oltre il segreto.
Raffinata scrittura quella di Romano, quasi dolorosamente straniante nel suo sfuggire, incanalarsi o mascherarsi in molteplici riferimenti, in echi — a partire dal petrarchesco titolo dell’opera — che, dolenti, non sempre siamo certi di riconoscere.
Recensione di Giovanni Amodio
Senza mai mistificare la propria esistenza ed il proprio affiato poetico, Tommaso Romano non intende contraffare le ragioni del quotidiano con la scèlta letteraria, ma sublimarla nella valenza di una scrittura “dilivrante”, che lo innalzi petrarchescamente alle vette dello spirito, passando dal pedaggio reale che lvita richiede quale mercede dell’esistenza, in un rapporto simbiotico tra immanenza trascendenza. “Dilivrarmi”, estratto prodigioso da un testo del Petrarca appunto, raccoglie l’attenzione e. la pulsione interiore del poeta e dell’uomo senza soluzione di continuità, per dialettizzare intorno alla inestricabile progettualità che assimila l’intreccio della epifania con il valore intellettuale di uno scrittore che accoglie il pensiero di Pasolini: “È vizio la memoria anche sè dovere”. I1 monologo interiòre di joyceana ascendenza ritrova in Romano “la misura del calcolo / rassicurante / dai flutti d’abisso”. Gli amici Giovanni Mazzei e Bonifacio Vincenzi che dal “Musagete” hanno coniato il pensiero “La colpa di scrivere”, assumono nella compagnia il caro Tommaso Romano e me stesso, che in tale direzione risulto reo confesso, con pari sincerità, ma felice di ricadere senza niai émendarmi dello stesso peccato. La lettera del noto scrittore e amico Raffaele Nigro, lucano di Levante, annota una prefazione critica epistolare di grande profilo che lascia emergere’la straordinaria scrittura di Tommaso Romano e La sua capacità di scandagliare i sentimenti e le problematiche filosofiche, nell’elevazione del pensiero costantemente teso a” Dilivrarsi”. Tra svelamenti / dediche / istantanee / nel Limbo della eterna attesa, i versi non parcellizzano la parola in frammenti, ma la fortificano nella progettualità di un dettato poetico che, a tratti metafisico e simbolico, traccia un percorso raffinato, con delicate ascendenze di ambientazione e toni memorialistici, ma piuttosto legato ad una circolare concettualità, nella quale il discorso diviene corale ed universale, una poesia di pensiero, nella densità e nelle altezze” dilivranti”, che nobilitano le grandi imposture del tempo moderno e trasmutano la perdita e l’assenza in perenne presenza della dignità umana e letteraria.
Giovanni Amodio
Recensione di Giuseppe Gorlani
Poetica è da centellinare e non certo da consumare in fretta. Le liriche mi comunicano un senso di trasparenza, di azzurrità; e ciò non solo perché in esse si riflette l’habitat mediterraneo in cui l’autore vive, ma anche perché raggiungono vertici sorprendenti di intensità armonica e concettuale. Perciò le si deve prendere una ad una leggere e rileggere, assaporare; soltanto così al lettore si svelerà il kòsmos di significati entro significati e la ricca gamma di sfumature sonore che esse custodiscono.
Giuseppe Gorlani
Nota di Roberto Pazzi
...Un titolo prezioso e trasparente e cristallino come la tua meravigliosa scrittura così sapida, così sapienziale e pure lirica al massimo grado... Roberto Pazzi
Recensione da "Puglia" del 12-10-2010 di Maria Marcone
Tommaso Romano è ormai un affermato scrittore contemporaneo. Nato a Palermo nel 1955 è docente di Filosòfia nei Licei, Fondatore della mitica Thule, dirige la rivista ‘Spiritualità & Letteratura’ ineguagliabile pubblicazione cristiana. Alle opere di Tommaso Romano sono stati riconosciuti molti premi e un Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio (1987) e “Le Palme Accademiche della Repubblica di Francia (2007). L’ultima silloge poetica pubblicata dal nostro autore è “Dilivrarmi’ con una lettera ai lettori appassionata e dotta del bravo scrittore Raffaele Nigro sugli interrogativi dell’autore. Il prestigioso editore è Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma, 2010, pagg. 112, E 10,00. La parola “dilivrarmi” si trova nel Canzoniere di Tetrarca, autore che Romano ci fa amare coinvolgendoci e commuovendoci. Il libro è diviso in quattro sezioni come ben dice Raffaele Nigro: “gli Svelamenti, nei quali il poeta-filosofo svela la propria idea di esistenza, quale fede pone nell’aldiquà e nell’aldilà, quando sia assurdo voler penetrare il mistero e quando debole sa ‘la misura del calcolo rassicurante’, la scienza, con le sue certezze; le ‘Dediche’ conversi scritti per amici e animali; le ‘Istantanee’ che nascono da occasioni, e infine, ‘Limbo dell’ eterna attesa’ la parte più corposa che torna a una poesia filosofica». Con questa Silloge raggiunge una maturità poetica che intriga e seduce. Ci piace dare atto a questo autore che porta avanti la battaglia etica cristiana.
Maria Marcone
Autenticità nel poetare di Tommaso Romano
Ancora una volta, Tommaso Romano ci dona la possibilità di apprezzare i suoi versi, percepiti e composti in anni diversi e racchiusi in una silloge magistralmente tradotta da una lettera al lettore di Raffaele Nigro.
Già dal titolo della raccolta Dilivrami, Salvatore Sciascia editore, l’anima affonda in una forte interiorità e si appaga della lucida e, a volte, cruda visione del paesaggio umano, della consistente vis meditativa, delle molli, segrete aspirazioni che esulano dalla sicurezza mostrata e ci stupiscono, riportandoci alla nostra stessa fragilità umana.
Specialmente nelle metafore, notiamo il rovello interiore dell’uomo che traspare sin dalla prima lirica Abbandonarsi all’ombra in cui l’ermetismo dell’autore rivela, non solo la profonda, disillusa conoscenza dell’animo umano e, quindi, la perplessità ad aprirsi interamente, ma anche una tristezza inconfessabile per quel disperso divenire che, comunque, “allo splendore / compose”. (pag. 15)
Un’amarezza, la sua, che si aggrappa al composto armonico della parola e si scherma, forse, per l’intelligibile bisogno di un proprio mondo da custodire ad oltranza, e, poi, se ne svincola, palesandosi forte e chiara, come, per l’appunto, nella poesia Nulla del dolore che è rappresentativa della raccolta e lascia emergere la vera, coraggiosa natura di Romano e la ricerca di un senso-non senso nei nostri rapporti quotidiani: “amicizia uguale usura) ad alto tasso di interesse! e che dono! senza nulla a pretendere? è destino forse di un lieve momento! irripetibile eco di un gabbiano”. (pag. 24)
Ed è leggendo questi versi che affiora alla nostra mente una domanda: perché fidarsi di un qualsiasi estraneo nel solitario cammino quotidiano in cui, come dice il poeta, “a luce spenta / vaga procellosa l’anima / senza trovare scogli d’approdo, / quaggiù” (pag. 22)? Perché, quando sappiamo che ognuno al ritiro nella proprie mura, nel tanto decantato nido, ascolta unicamente se stesso, il mille rimbalzare dei suoi specchi, i propri gravi esistenziali? E perché, come suggerisce l’autore, non abbandonarsi ogni tanto all’incanto di quelle topografie d’anima da cui traspare il respiro di antiche innocenze? Sono esse che, per l’appunto, sembrano liberare, divellere l’uomo dallo stagno, riconsegnandolo intatto alla breve, misteriosa vita della farfalla che libera volteggia per non durare, lasciando tuttavia una tenera, incolmabile impronta di bellezza nel cuore dell’uomo. (infinitudine pag. 67).
Bellezza cercata, usata dall’autore come baluardo contro la presunta potenza, la fredda, spersonalizzante, spaziale impresa in un mondo dove Dio non c’è, non si vede e l’uomo non si domanda da dove il tutto abbia preso origine. (Il mistero delle galassie, pag. 20). Bellezza, che, nella lirica Salvezza presunta, pare intravedere un probabile traino e un approdo salvifico nella scrittura: “scrittura in filigrana / per abbandonare, / o anima, / ogni angustia” (pag. 88).
Ed ecco che tra i molteplici segni della memoria e dell’anima, le ricche argomentazioni filosofiche, i quesiti sull’impenetrabile mistero del nostro essere uomini, senza la benché minima, possibilità di salvezza dalle incolmabili ombre che ci assediano, giunge evidente il senso di quel Dilivrarmi, per riempire di luce e contemplare l’assoluto. Elevarsi, appunto, svincolarsi dal contingente e aprirsi al mistico, ma anche liberare la parola da ogni possibile bavaglio e farla fluire, ora lieve e ora scrosciante come acqua limpida.
Un canto libero ed autentico, quello di Tommaso Romano. Un canto colto e nobile, accorato e forte, colmo di pensiero e scevro da discorsi asfittici e retorici. Un canto in cui vengono affrontati, con dovizia ed occhi desti, i temi cruciali della vita e il senso dell’imperscrutabile mistero che tutti ci accomuna. Il dono maturo di un uomo che pare voglia ricomporre i tasselli di una esistenza che cerca, con un abile lirismo, la sapienza. Un susseguirsi di pensieri, sensazioni, sentimenti sul grande e sul piccolo, sul giusto e sull’ingiusto, per una fatica che scuote e arriva al fulcro delle cose, all’oggettiva difficoltà dell’esistenza terrena.
Mariolina La Monica
Ultimo aggiornamento (Venerdì 19 Novembre 2010 10:58)




